COME IN UN FILM, MA ALL’ITALIANA

Arriva il momento di fare il grande passo, quello che sanziona in modo inequivocabile la fine della vita come era stata finora (lavoro, stipendio, soldi in banca, possibilità di fare la spesa e mangiare).
Ieri osservavo ad occhi sgranati e con un certo qual senso di inquietudine la precipitosa caduta in verticale del mio conto in banca, e la cocciuta totale mancanza di risposte alle tante mail mandate a caccia di lavoro.
Ed oggi eccomi qui, come nei film, in coda in questo posto incredibile che una volta era il tristo ufficio di collocamento, e che ora è stato pomposamente ribattezzato AFOL, ovvero Agenzia Formazione Orientamento Lavoro (scomparsa la parola collocamento, sarà un buon segno? Considerando che all’entrata l’impiegata, rispondendo ad una fastidiosa signora insistente, ha dichiarato perentoria “Qui niente assunzioni, solo licenziamenti” mi sa proprio di no).
La prima ed ultima volta che ci ero venuta, appena laureata e tutta piena di rosee aspettative, era un ufficio tristo e bigio, con le pareti scrostate e quel vago odore di povero e di minestra. Ora sembra che un’astronave lucida ed argentea sia planata nell’enorme sala circolare.

L'astronave AFOL

L’astronave AFOL

Ed una suadente voce femminile risuona come canto di sirena: “Cliente D118 sportello 21”.
Cliente? Ma “cliente”, se l’italiano ha ancora un senso, è colui che “con regolarità, compra da uno stesso negoziante o si vale dell’opera di un professionista”, ovviamente liberamente scegliendo. Prima, quando ancora guadagnavo, ad esempio, io ero cliente della Feltrinelli, di Lush, del Pub 24 di Isola con i suoi indimenticabili Jack on the rocks versione gigante, o di Opera 33 dove andavo a bearmi di assenzio in compagnia dei miei amici. Così come non sono cliente delle ferrovie (visto che non ho scelta, se voglio viaggiare e non voglio farlo in auto), parimenti non sono di certo cliente dell’astronave gigante mangia-disoccupati.
Per la miseria, non basta certo sostituire la parola “utente” con altro per cambiare la realtà delle cose. Non basta chiamarmi “cliente” per farmi sentire come se fossi dal parrucchiere anziché in questo posto triste. Sono e resto, insieme a tutti gli altri qui rinchiusi, una vittima involontaria delle circostanze.
Non basta soprattutto quando poi vieni a scoprire che, grazie a Monti, essere iscritti nelle liste di mobilità non ti da alcun vantaggio nel cercare un altro lavoro: tutte le agevolazioni fiscali per chi assume un “mobilitato” sono state cancellate con un colpo di spugna, se l’azienda dove lavoravi ha meno di 15 dipendenti (ovvero la maggioranza delle aziende del paese scarpa). E non basta quando, soprattutto, vieni a sapere che per avere il sussidio di disoccupazione, che è l’unica cosa che ora mi interessa, non posso più andare all’INPS, che per vent’anni si è mangiata una bella fetta dei miei sudati soldi. No, perché l’INPS non fa più servizio al pubblico. Si può accedere ai servizi solo per via telematica, mi dice l’impiegato dell’astronave AFOL con aria contrita, ma la procedura è lunga ed irta di ostacoli. L’INPS, come leggo sul loro sito, ti racconta che:

Una quota dei contributi versati per i lavoratori regolarmente iscritti all’INPS serve per assicurarsi contro la perdita del lavoro e la disoccupazione, causata dall’estinzione di un rapporto di lavoro per cause non attribuibili alla volontà del lavoratore stesso.

Ma se vuoi indietro i tuoi soldi ora che ti servono, devi aguzzare l’ingegno e giocare una sorta di Giochi Senza Frontiere. Ti viene consegnata una lista di patronati (la maggior parte enti privati, quando non legati alla chiesa cattolica) che, in linea del tutto teorica, possono comunicare con l’INPS e farti il piacere di chiedere per te i soldi che ti spettano. E non ti resta altro da fare che sgambettare da un posto all’altro, per trovare chi questo servizio, che dovrebbe essere obbligatorio, di libero accesso, di facile reperibilità, lo effettua realmente.
Nella lista che hanno consegnato a me c’era dentro pure l’ENPA che, si sa, è preposto alla protezione animali e non disoccupati, ed un bugigattolo fatto così:

Il bugigattolo a China Town

Il bugigattolo a China Town

All’interno una povera ragazza imprigionata tra la parete e la scrivania, che ha scosso sconsolata la testa: niente da fare nemmeno qui.
E meno male che il mio negozio di bontà era aperto, così, per riprendere le energie e continuare la gara, ho investito le ultime monete in questa delizia:
Foto0224Perché mai lasciarsi abbattere, quando sembra che tutto e tutti facciano a gara a tirarti mattonate in testa. Nel caso, o Marmite o Branston!

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2 risposte a “COME IN UN FILM, MA ALL’ITALIANA

  1. Cara Maria Cristina,
    sono capitata per caso sul tuo blog scrivendo su google “lavoro del cazzo” 🙂
    Anch’io sto cercando lavoro per mettere insieme quei quattro spiccioli che mi servono per vivere, mentre partecipo a bandi pubblici di finanziamento (visto che ho tante idee e nemmeno un euro per realizzarle). Che dire, spero che le cose migliorino per entrambe. Un abbraccio
    Elena

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