FIERA DI SANT’APOLLONIA – IL DRAPPO DELL’ABITUDINE

Ho scritto queste riflessioni per dare un piccolo contributo alla lotta portata avanti da UnaRivolta affinché la fiera degli schiavi di Santa Apollonia diventi presto solo un brutto ricordo.

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Anche quest’anno, come ogni anno, il comune di Rivolta d’Adda si fa sponsor e sostenitore della Fiera regionale di Sant’Apollonia.
Il fatto che proprio quest’amministrazione, che negli scorsi mesi ha dimostrato una rara sensibilità nei confronti delle tematiche legate allo sfruttamento animale (scegliendo di schierarsi apertamente, ad esempio, contro il circo con animali) continui a sostenere invece un evento simile, la dice lunga su come secoli di acritica accettazione di pratiche di per sé aberranti abbiano tessuto un drappo, che impedisce di vedere e sentire la sofferenza e l’ingiustizia laddove esse si manifestano in maniera così chiara.

 

La fiera, che risale alla fine dell’Ottocento, è descritta come “un’importante esposizione di merci e bestiame”, “un’occasione per godere del folklore locale”, “un festoso richiamo alla primavera”.
Ci sono mostre di bufale, vacche, manze, vitelle. C’è il tiro alla carabina per i bambini, organizzato dalla Federazione Italiana Caccia, ci sono i convegni zootecnici, organizzati e sostenuti dall’APA (Associazione Provinciale Allevatori), da aziende farmaceutiche come la Boheringer (la cui sede tedesca era cliente di Green Hill, da cui acquistava beagles destinati ai propri laboratori di vivisezione), da distributori di cibi per animali testati su altri animali (Pandizoo, distributore di Purina, di proprietà della Nestlè, che non solo pratica vivisezione, ma produce cibo specifico per animali da laboratorio).

 

I titoli dei convegni sono di per sé un viaggio nell’orrore, sempre che ci si voglia togliere quel drappo dagli occhi. Si parte da “Le nuove frontiere dell’efficienza delle vacche da latte”, per poi passare alla gestione degli “animali inidonei al trasporto”, e alla “influenza della routine di mungitura sulla sanità della mammella”. Togliamo la benda, e guardiamo oltre le parole. L’industria del latte altro non è se non sfruttamento di femmine, ingravidate a forza in continuazione, un parto dietro l’altro, intrappolate nelle macchine da mungitura (provate a pensare, provate ad andare oltre le parole, provate ad immaginare cosa le parole significhino in realtà), macchine che – ci dicono – hanno “influenza sulla sanità della mammella”. Mastiti, gonfiori, dolore. Mamme a cui i figli vengono strappati a forza dopo poche ore dal parto, chiusi in box talmente piccoli da impedirne ogni movimento, alimentati quel poco che basta a non farli morire (immaginiamo quei bambini, strattonati, tirati, rinchiusi, immaginiamo la paura, immaginiamo cosa significhi per un bambino essere separato dalla propria mamma) fino a quando vengono caricati su carri bestiame e condotti, ancora bambini, al macello. Le femmine, invece, sono più sfortunate, poiché verranno fatte crescere, per essere a loro volta condannate alla stessa schiavitù a cui sono condannate le madri: inseminazione artificiale, parto, mungitura. Così fino a “fine carriera”, altro drappo di parole. Fino a quando il loro corpo non ce la fa più, fino a quando non si ammalano in maniera talmente grave da non essere più produttive, fino a quando non riescono più a reggersi in piedi. Sono questi gli animali inidonei al trasporto. Il loro spostamento, date le disastrose condizioni a cui anni di schiavitù le hanno ridotte, sarebbe in teoria tassativamente vietato, ma nella pratica cosa comune, tanto da aver portato ad un’interrogazione parlamentare (http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Sindisp&leg=16&id=663743) solo pochi mesi fa. Immagini girate in allevamenti e macelli italiani mostrano come le povere mucche, dopo essere state vessate e sfruttate per anni, vengono spinte, sollevate per una zampa, strattonate, maltrattate, anche in presenza di coloro che – per loro mestiere e vocazione – dovrebbero agire in primis per il benessere degli animali: i veterinari.
Quelle schiave, quelle mucche che per 364 giorni all’anno vivono nell’inferno degli allevamenti, vengono portate in mostra, lucidate ed agghindate, premiate per la loro produttività, umiliando e svilendo così la loro individualità, negando loro altra valenza se non quella di oggetti, di strumenti di produzione.
Chi assiste non vede oltre il drappo che la tradizione (tradizione allo sfruttamento) ha tessuto avanti ai suoi occhi, e assiste felice alla passerella degli schiavi. Li guarda negli occhi e non vede più il loro dolore. Prende per mano il proprio bambino (che magari quel dolore lo nota ancora) e lo porta a far pratica con la carabina, piccolo cacciatore in erba. Affinché la sua empatia venga, una volta per sempre, spazzata via, affinché anche quel bambino impari a non guardare e non capire.

 

Ma la storia ci insegna che le tradizioni, quando necessario, vanno infrante. Così come è stata infranta la tradizione della schiavitù umana, anche quella della schiavitù animale non ha ragione di essere, e va combattuta con ogni mezzo. Tutti noi siamo nati e cresciuti con lo stesso identico drappo avanti agli occhi, ma alcuni hanno avuto la forza di volontà di strapparlo e guardare in faccia la realtà, e di decidere di non prendere più parte allo sfruttamento ma di combatterlo, cominciando magari da piccole azioni quotidiane, come quella di non nutrirsi più dei prodotti che dallo sfruttamento derivano, o non prendere più parte e non sostenere più vetrine come quella di questa fiera.

Ci auguriamo che l’amministrazione di Rivolta d’Adda si renda attrice del cambiamento, come già ha iniziato a fare, e che in futuro non dia più il proprio supporto a chi gli animali li sfrutta. Iniziare fin da subito proibendo almeno che ai bambini di Rivolta venga insegnato ad uccidere sarebbe un buon inizio. Cancellare dal prossimo anno la fiera degli schiavi dell’industria del latte sarebbe forse un sogno.

Un grande uomo, Marthin Luther King Jr., ci ha insegnato che i sogni possono però diventare realtà. Colui che ha dato un contributo determinante all’affrancamento dalla schiavitù della popolazione afroamericana, sognava parimenti l’abolizione della schiavitù animale:

 

“One day the absurdity of the almost universal human belief in the slavery of other animals will be palpable. We shall then have discovered our souls and become worthier of sharing this planet with them.”

(Un giorno l’assurdità della schiavitù animale, condivisa ora universalmente, sarà palpabile. Avremo allora tolto il drappo dalle nostre anime, e divenuti degni di condividere questo pianeta con tutti gli altri suoi abitanti)

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