OLOCAUSTO QUOTIDIANO

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L’altra sera leggevo pigramente le ultime notizie, e mi sono imbattuta in questa:

Un camion si ribalta, bloccando il traffico. Il rimorchio era pieno di tori. Il giornalista scrive che i tori “se la sono vista brutta”, scrive che, “per fortuna”, non si è ferito seriamente nessun animale. Così, per fortuna, i tori hanno potuto proseguire verso la loro destinazione. Il macello Inalca lì nelle vicinanze, dove ogni settimana, si vantano i proprietari (la famiglia Cremonini) vengono “lavorati”, ovvero uccisi, 6000 individui.

Per fortuna che i tori non si son fatti male, dunque. Così è stato possibile stordirli, appenderli, sgozzarli e smembrarli nel macello di proprietà del sig. Cremonini.

Mi son quindi messa alla ricerca di incidenti analoghi negli ultimi mesi.

Il risultato è stato inquietante, considerando che ad un certo punto mi son fermata, disgustata. E considerando la forte possibilità che non tutti i casi vengano riportati dalla stampa.

15 dicembre: un camion che trasportava 130 maiali si ribalta sulla A21 nei pressi di Cremona. Molti i maiali feriti, molti quelli spaventati che si son dati ad una fuga disperata. Moltissimi quelli recuperati, caricati su un altro camion, e portati al macello.

24 febbraio: un tir carico di vitelli si ribalta sull’autostrada tra Genova e Ventimiglia. Decine gli animali morti, incastrati all’interno del tir. Altri uccisi dalle auto in corsa, altri ancora trovati dissanguati lungo la carreggiata. Sono animali di pochi mesi, dei bambini, strappati alle loro mamme (il latte a loro destinato deve servire per gli umani), destinati al macello. Ancora bambini.

 26 febbraio: un toro riesce a scappare dal camion che lo portava al macello, vicino Verona. Il giornalista descrive la situazione come “surreale, divertente nel suo lato grottesco”. Mentre il toro cerca disperatamente di fuggire, cerca di sopravvivere, decine di persone lo inseguono, lo braccano, lo legano, lo spintonano. A me non sembra affatto divertente. A me sembra semplicemente orribile.

20 aprile: sempre nel Cremonese, altro camion che si ribalta. 140 i maiali coinvolti. Il giornalista intitola “in paese scatta la caccia ai maiali”. Immagino che a nessuno sia venuto in mente di dar loro rifugio.

Image13 maggio: mille galline arse vive nell’incendio di un camion. Anche loro erano destinate ad un macello vicino Cesena. Il camion trasportava 9000 (dico, novemila) galline ovaiole a fine carriera. Sono quelle galline che vengono rinchiuse in capannoni senza aria e senza luce, per mesi e mesi. Finché il fisico non cede, finché la produttività cala, finché non servono più se non come carne da macello. Quando escono dalla loro prigione sembrano vecchie di anni. Invece sono ancora bambine. Novemila di loro viaggiavano su quel camion. Mille sono morte. Quattromila sono rimaste ferite gravemente ed abbattute. Le più “fortunate” sono state trasferite al macello per essere uccise.

24 maggio: un camion, a Capralba (vicino Cremona) perde accidentalmente parte del suo carico. Si tratta di cinque maiali che finiscono in mezzo alla strada. Un unico maiale viene recuperato perché ferito. Degli altri nessuna traccia.

ImageNegli articoli di giornale si parla di “capi di bestiame coinvolti”, di “disagio per la circolazione”. Siamo così abituati al travisamento costante della realtà, siamo così abituati a non vedere? Quei “capi di bestiame” sono individui, troppo spesso solo dei bambini strappati alle mamme, caricati sui carri bestiame, spintonati e pungolati, costretti a viaggi di ore fino al luogo ove verranno uccisi e fatti a pezzi, per diventare la carne che comprerete al supermercato e cucinerete per vostro figlio. Sono gli occhi che vi capita di vedere, viaggiando lungo le autostrade, tra una sbarra e l’altra dei tir, gli occhi spaventati ed imploranti, quegli occhi che chiedono aiuto e che siete così abituati a vedere ma a non riconoscere per quel che sono in realtà: occhi di prigionieri condotti a morte, in nulla diversi da altri occhi, di altri prigionieri, che non troppi anni fa venivano caricati su carri bestiame e condotti a morire nei campi di concentramento o nei gulag.
Alex Hershaft, fondatore e presidente del Farm Animal Reform Movement, che ha trascorso parte della sua infanzia nel Ghetto di Varsavia, ed ha assistito allo sterminio dei suoi amici e parenti, descrive così la sua condizione di allora “Ho conosciuto in prima persona cosa significhi essere trattato come un oggetto senza valore, essere cacciato dagli assassini della mia famiglia e dei miei amici, domandandosi ogni giorno se avrei visto l’alba successiva, essere caricato su un carro bestiame diretto al macello”.

Ora come allora, c’è chi si ostina ad ignorare, diventando così complice, e chi decide invece di non girarsi dall’altra parte, di riconoscere gli occhi oltre le sbarre per quel che sono, occhi di esseri senzienti che in quanto tali hanno diritto alla libertà e ad una vita libera da dolore e paura. Basta poco. Basta una scelta semplice: scegliere di non nutrirsi del loro dolore, di non indossare la loro pelle, non sovvenzionare chi lucra sulla loro tortura nei laboratori.

Ieri una signora mi ha detto, lo sguardo basso: “Non voglio più mangiare carne. Ma non per la mia salute, non per l’ambiente. Non voglio più mangiare carne perché non sopporto più l’idea di tutti questi animali uccisi. Non sopporto più i loro sguardi quando viaggio in autostrada”.

Forse allora una speranza c’è.

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