LA SOIA NON E’ VEGAN, OVVERO COME FARMI ANDAR DI TRAVERSO IL TOFU

ImageE’ capitato, pochi giorni fa, che durante una riunione per l’organizzazione di un evento vegan, una persona mi abbia fatto quasi venire un infarto dicendo che non si sarebbe dovuta più utilizzare soia, in nessuna forma. “La soia non è vegan”.

Per un attimo ho pensato: vuoi vedere che è come la storia dei frutti di mare, che non son frutti per niente? Vuoi vedere che per anni ho mangiato di gusto tofu, bevuto latte, sgagnato hamburger, senza sapere che si trattava di prodotti della sofferenza di piccoli animali a forma di fagiolino?

Poi il concetto si è andato elaborando.

Secondo la teoria della soia non vegan, la coltivazione di questa versatile pianticella “per uso dei vegani” è causa di disboscamenti selvaggi, sfruttamento di lavoratori dei paesi poveri, massacro di animali selvatici a cui viene sottratto territorio, depauperamento delle popolazioni costrette a cedere le loro piccole fattorie, inglobate dalle grandi piantagioni (le coltivazioni intensive, così come gli allevamenti intensivi, più che portare lavoro portano perdita di lavoro e mezzi di sussistenza).

E lì non sapevo se essere atterrita o raggiante. Ho contribuito a tanto orrore solo per il piacere di fare colazione con caffè e latte o cena con un bel piatto di iridofu? E davvero i vegani nel mondo sono così tanti da divorar quantità sì enormi di soia? Un esercito di cavallette verdi con la V sulla capocchietta?

Tornata a casa mi son messa a curiosare.

Come prima cosa ho trovato questo documento, un po’ datato, redatto dal WWF. Vi leggo che la soia è utilizzata nel mondo per alimentazione umana, animale, e per altri usi industriali. Leggo anche che agli animali (ovvero ai prigionieri degli allevamenti intensivi che io, in quanto vegana, non solo non foraggio, ma combatto in ogni modo) viene destinato niente di meno che l’85% della produzione mondiale. Leggo anche che la produzione di soia è raddoppiata negli ultimi venti anni a causa dell’aumento di consumo di carne. In altre parole, se invece che i carnivori fossero aumentati i vegani, la produzione di soia non sarebbe esplosa in maniera così drastica e drammatica.

La distruzione dell’Amazzonia per far spazio alle coltivazioni non è motivata dall’aumentare dei punti vendita di Universo Vegano. Ma dai sempre più intensi ed estesi lager da cui milioni di animali escono solo per essere trasportati al macello.

Il disboscamento, l’uso sempre crescente di pesticidi, la costruzione continua di strade, tutto questo non è dovuto alla crescente domanda di gelato o maionese di soia, ma alla crescente domanda di carne da parte della grassa popolazione dei paesi industrializzati, e dei nuovi ricchi dei paesi in via di sviluppo. In un documento pubblicato nel 2011 dalla FAO, si evince che il consumo di carne è aumentato ovunque, sia nei paesi poveri che in quelli ricchi, dove si è – come sappiamo bene – arrivati ad un consumo decisamente eccessivo, causa di malattie cardiovascolari e insorgenza di tumori (per curare i quali le farmaceutiche ogni anno eseguono test su milioni di animali ed immettono sul mercato decine di farmaci, di cui potremmo fare benissimo a meno se solo la smettessimo di mangiare carne). Basti pensare che, dal 1967 al 2007, la produzione di carne di maiale è aumentata del 152%, quella di pollo del 369%, di bovino del 93%, di latte e formaggio del 92%.

Piuttosto che pensare di eliminare del tutto la soia dalla nostra alimentazione, pensando così di contribuire a fermare la distruzione, sarebbe forse meglio attenersi al solito vecchio adagio: poco ma buono. Evitare i prodotti industriali lavorati, evitare un iperconsumo, evitare insomma di ingozzarci di robaccia preconfezionata prodotta da grandi multinazionali, evitare i sottoprodotti alimentari della soia che ho trovato elencati qui. Ed ovviamente evitare come la peste tutto quel che è OGM, come scrive Angel Flinn di Gentle World

Altrimenti finiamo per dar ragione a chi i vegani li deride, come questi simpatici signori.

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