L’ISOLA CHE C’E’ – AGRIPUNK

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La prima volta che sono capitta ad Agripunk, era inverno e pioveva. Viaggiavo insieme ad alcune colombe che, dopo aver passato la vita in gabbia in quello che una volta era uno zoo, stavano per andare verso una nuova vita.
La prima cosa che vidi, come tutti quelli che arrivano, furono i capannoni. Una fila di edifici grigi come il cielo. Lo stesso freddo lurido aspetto di tanti altri capannoni che avevo avuto modo di vedere ed odiare. Da quelli di Green Hill a quelli di altri allevamenti, di galline, conigli, maiali.
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Ma quei capannoni erano vuoti. Tra l’uno e l’altro facevano capolino ora una capra, ora una pecora. E in uno di essi entrammo con le colombe. Quella sarebbe stata la loro casa, per il periodo loro necessario a rinforzare la muscolatura, imparare bene a volare, e a vivere da uccelli liberi, sotto la guida del Tenente, il piccione padrone di casa.
Il fatto che questo posto, da prigione di tacchini destinati a morire ammazzati e venduti con il marchio Amadori (proprio loro: quelli che hanno vinto il premio “Good Chicken” di Compassion in Word Farming per il benessere animale nel 2012; quelli che sono stati portati a modello, sempre per il benessere animale, questa volta dei tacchini, durante un convegno organizzato ad Expo da Food and Feed for Well Being con la collaborazione dell’Università di Milano) si stesse trasformando in un’isola di tranquillità e pace per gli animali di ogni specie, è una sorta di augurio per chi, come me, crede in certi principi. Come se il miraggio di un mondo senza gabbie, sfruttatori, sfruttati, senza divisioni e prevaricazioni, si fosse realizzato.
Come se avessi trovato la strada per l’isola che non c’è.
La mia conoscenza ed amicizia con gli Agripunkers si è poi andata intensificando nei mesi. E anche se non condivido tutte le loro scelte e posizioni (come sicuramente loro non condivideranno tutte le mie), li considero quanto di più vicino ci sia al momento al mio modo di sentire e vedere e lottare.

Un giorno sono incappata nelle bellissime tavole disegnate da Laura Cimino, che potete vedere qui.
Ed è nata l’idea di chiedere a Desireé e David e Spyros di raccontare la loro storia, chi sono e cosa hanno creato e stanno continuando a creare.
Perché l’apparenza spesso inganna. Soprattutto chi non ha la costanza di chiedere, conoscere, andare oltre. Ed andando oltre si scoprono piccoli meravigliosi mondi.

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Due chiacchiere con gli Agripunkers

Leggendo la presentazione sul vostro sito, si arriva subito a trattare quel che mi interessa.
Innanzi tutto la storia della riconversione dell’allevamento.
Parlando della problematica legata a questa “moda” di acquistare animali dagli allevatori, sovvenzionando quindi chi gli animali li sfrutta, a prima vista si potrebbe pensare che anche voi, acquistando un allevamento, abbiate fatto la stessa cosa. Ovvero dare denaro (e tanto) a chi ha fatto i soldi sulla pelle di quei tacchini.
E questa, infatti, è una critica che a volte sento dire nei vostri confronti, da chi ha una conoscenza superficiale di voi, della vostra storia e di quel che siete.
Vi andrebbe di spiegare per bene come in realtà è nata la vostra idea, cosa avete fatto affinché divenisse realtà, cosa avete (anche emozionalmente, se vi va) passato nel periodo di forzata vicinanza con quei capannoni pieni di tacchini, come questo vi ha cambiato, e cosa in realtà state portando avanti come progetto? La vostra idea di mantenere almeno un capannone e farne una sorta di museo e monito, che mi era tanto piaciuta, è ancora valida?

Questa è una questione che di solito affrontiamo a voce. Chi ci conosce superficialmente si basa solo su quello che trova scritto su internet, forse per quello si pone questi dubbi, anche giustamente.
Chi è stato qui come te e tanti altri e queste cose ce le ha chieste, sa perfettamente tutta la storia e proveremo a spiegarla in qualche modo.
Comunque, innanzitutto vorremmo porre l’attenzione sulla differenza tra acquistare degli animali pagandoli ad un allevatore, finanziando la sua attività di sfruttamento e supportando la mercificazione delle loro vite, e tra lottare ogni giorno contro gli allevatori di Amadori come abbiamo fatto noi.
Come abbiamo fatto?
Abbiamo portato a conoscenza di tutte quelle irregolarità che non sconvolgono solo gli animalisti in quanto efferatezze nei confronti degli animali, ma anche quelle a livello sanitario ed economico, che di solito sono volutamente non viste dagli organi di controllo, facendo sapere chiaramente chi è a commetterle.
Abbiamo fatto foto e video di quello che succedeva nei capannoni, qualcosa abbiamo messo su internet e qualcosa abbiamo fatto vedere alle persone.
Quegli stessi organi di controllo, quando sono stati messi di fronte alla realtà dei fatti ma, soprattutto, quando hanno saputo che in tutti i paesi intorno si conoscevano questi aspetti nascosti dell’allevamento, sono corsi ai ripari.
Qui non si è solo fatto chiudere un allevamento (con il rischio di vedere riaprire questo o un altro), assolutamente. Non ci abbiamo dormito 2 anni per studiare bene la cosa e la soluzione era fare in modo che l’allevatore non potesse più riaprire altri allevamenti, ed è quello che siamo riusciti a fare facendogli levare il codice aziendale sia qui che nell’altro allevamento che aveva (chiuso pure quello) e rovinandogli la reputazione tanto che l’ASL della zona non gli concede di riaprirne altri.
Vorremmo poi precisare che chi beneficia del nostro affitto a riscatto, non è un allevatore. Lo era suo padre, ma lui ha sempre voluto un altro destino per questa valle. Lui stesso si rifiutava di vivere qui e cercava di convincere i soci a cambiare destinazione d’uso al podere e, quando gli abbiamo proposto il nostro progetto, ne è stato felice.
L’allevatore da noi non ha avuto nulla se non rogne.
Vero, è un impegno lungo e i soldi possono sembrare tanti ma, primo, è la metà almeno del suo valore. Ricordiamo che sono 26 ettari di cui almeno 20 a bosco e pascolo dedicati solo ed esclusivamente agli animali non umani.
Secondo, si tratta di assicurare un posto ampio e definitivo alla salvezza di animali che, ricordiamolo, mentre negli allevamenti muoiono dopo pochi mesi, in verità avrebbero una vita molto lunga. Alcuni dai 20 ai 30 anni.
Un posto che deve servire ad ospitare animali anche di una certa stazza e durata di vita, non può essere un posto precario dove da un momento all’altro ti possono buttare fuori.
Ospitando animali “da reddito” come suini, bovini, ovicaprini ed equidi devi tenere in considerazione che, se tutto va bene, quegli animali vivranno una vita lunga e completa e quindi avranno bisogno di un posto sicuro, tranquillo, che diventi la loro casa senza subire tanti traslochi e dove non ci sia difficoltà di approvvigionamento di cibo, così si avrà anche una riduzione delle spese per il loro mantenimento.
Poi c’è da considerare che non parliamo solo dell’allevamento, ma anche di 5 appartamenti – varie officine – uffici – camere e stanzini vari- 20 ettari appunto di pascolo e bosco più altri 6 di vigneto e frutteti.
Con 2000 euro al mese c’è chi si compra una villetta a schiera nel nuovo quartiere residenziale, creato dove prima magari sorgeva un’area verde, e magari costruita e venduta da impresari e speculatori edilizi senza scrupoli. Con la stessa cifra noi stiamo acquistando nuova vita per questo angolo di mondo.
Altra cosa che rende questo posto spettacolare è la varietà di possibilità a livello di piano regolatore.
Ti spiego: non in tutti i terreni che puoi trovare (anche a prezzi stracciati) puoi costruirci stalle o abitazioni (vedi problemi con vincoli urbanistici vari), come puoi trovare vicini di casa ostili perché infastiditi dall’odore degli animali.
Qui questi problemi non ci sono essendoci stabili già adibiti a stalle da tempo, ed essendo la gente qui intorno talmente disgustata dal puzzo e dalla vista dell’allevamento da non sentire altri odori ma anzi, da essere felici di aprire il balcone e scorgere da lontano gli animali al pascolo.
Proprio in questi giorni un ragazzo ci ha detto che i suoi, che sono nostri vicini di casa, ci adorano per quello che abbiamo fatto e stiamo facendo, un altro vicino ci sta aiutando a sistemare la strada, nel territorio si sta ampliando la curiosità per l’antispecismo. Insomma, c’è una possibilità concreta di azione.
Non ci speravamo nemmeno in questi risultati.
Sai quante volte abbiamo pensato di andare via di qui?
Perché non sopportavamo quell’odore.
Perché non sopportavamo quella vista.
Perché non sopportavamo quei lamenti.
Perché pensavamo che qualsiasi cosa potessimo fare sarebbe stata inutile.
Però poi sentivamo l’energia di questo posto, con le sue sorgenti, con la sua biodiversità. Come se ci chiamasse per chiederci aiuto a risorgere. Ed abbiamo ascoltato la sua voce, la loro voce.
Le cose hanno funzionato, ci sono tante persone che credono in noi, che si sono fidate e che ora iniziano a vedere i risultati e molte altre si stanno aggiungendo!
Lavoriamo senza sosta perché ci arrangiamo da noi sia per la ristrutturazione, sia per la gestione degli animali, sia per le coltivazioni sia per quel che riguarda la gestione amministrativa e di informazione.
L’idea del capannone come museo ovviamente rimane, per raccogliere lì dentro oltre 50 anni di dolore e per farlo sentire a chi ancora non lo conosce, a chi ancora crede alle favole della propaganda dei produttori di carne.
Per far vedere che la carne felice e il benessere animale non esistono e non potranno esistere mai finché anche solo uno di loro muore.
Chi viene qui, prima che vedere gli animali liberi e felici, vogliamo che entri in un capannone e provi cosa significa essere un oggetto, un deportato, uno schiavo, un prigioniero. Per assaporare poi la gioia nell’uscire all’aperto e respirare l’aria limpida.

Poi il nome: Agri Punk. Scelto perché? Quel Punk indica una filosofia di vita, un modo di vedere la realtà, di approcciarsi alle problematiche legate non solo alla liberazione animale, ma anche a quelle inerenti lo sfruttamento del pianeta e di tutti i suoi abitanti?

Esatto. Il punk vissuto come protesta, come lotta, come sovversione dei canoni imposti e come approccio a tematiche inerenti a tutte le lotte sociali. Perché siamo anche noi animali e in quanto animali, qualsiasi sopruso ci coinvolge.
Quindi un’agricoltura che diventa agri-cultura, che diventa una forma di protesta, che diventa un’agricoltura che invece che sfruttare animali e terra, si ribella ai trattati e si sviluppa al contrario.
Decresce per nutrire la terra e gli abitanti che la calpestano senza causare nessun tipo di danno a nessuno.
Agripunk appunto.

Voi lo avete scritto nella presentazione, e a me davvero sembra tanto che Agri Punk non sia solo un rifugio per animali non umani, ma un luogo di incontro e di approdo per chiunque sia a voi affine (mi adottate?), mi sembra che si sia, di fatto, creata una comunità non solo virtuale di persone che “ruotano” attorno a voi, che interagiscono, scambiano idee, Mi sono fritta il cervello o c’è del vero?

Per te e Jill quando vuoi la cameretta c’è sempre!
In verità c’è del vero e, alla fin fine, è l’essenza stessa del rifugio. Accogliere davvero qualunque animale, anche quelli umani.
Tutt* quell* che ci ronzano intorno sono persone che in qualche modo sono stanche di quello del quale eravamo stanchi noi e che qui, come noi, trovano rifugio. Che sia per un pomeriggio o per periodi più lunghi. Per riflettere, confrontarsi, aiutare, stare con gli animali e, soprattutto, per ritrovare la forza di lottare facendo lunghe camminate introspettive nel bosco.
E’ un posto dove non ci sono telefoni, macchine, musiche, caos e dove quindi i pensieri possono fluire limpidi e puri per uscire e mescolarsi con quelli degli altri.
Sono coloro che quando tornano a casa, lo fanno con la lacrimuccia.
E’ una cosa bellissima perché si è creato un gruppo di amici, di compagni che condividono le proprie idee senza paura di venire giudicati o censurati, dove nascono idee in continuo movimento.
Il tutto tra una spalata e l’altra.

Questa storia è bellissima. Ma deve avere un futuro. E per avere un futuro, inutile girarci intorno, bisogna essere in grado di mantenersi, di garantire benessere agli ospiti (soprattutto i non umani), garantire, appunto, un futuro al tutto. Voi avete dei piani per questo? Insomma, come vi portate a casa di che mangiare, vestirvi, pagare per il collegamento inernet e l’elettricità?

Certo che abbiamo dei piani! T’ho detto che c’abbiamo studiato per 2 anni giorno e notte!
Per le cibarie, facciamo recupero per gli animali in vari mercati e riusciamo a fare anche del recupero per noi.
Abbiamo anche trovato una maniera per risparmiare anche se costretti ad acquistare: saltando le tappe commerciali inutili della filiera alimentare andando a rifornirci direttamente dai produttori della zona che vendono a pochissimo verdura e frutta eccezionale e biodinamica che viene scartata dai mercati ortifrutticoli perché non è omologata e tutta dello stesso calibro.
Inoltre ci diamo da fare con autoproduzioni e con il recupero di oggetti.
I vestiti sono una cosa abbastanza irrisoria, un po’ si recuperano pure quelli e un po’ viviamo di rendita di quello che avevamo, per scaldarci usiamo stufe a legna, tagliata da noi nel bosco, per la corrente (che serve anche per tirare su l’acqua dai pozzi per gli animali) stiamo studiando come fare ad avere energia alternativa sfruttando sole e vento.
Considera che qui la corrente si consuma per un pc, il frigo, a volte il forno e per la pompa dell’acqua.
Qui sono tassativamente vietati asciugatrici, condizionatori e qualsiasi elettrodomestico che consumi in maniera eccessiva.
E comunque, proprio perché miriamo all’autosufficienza, alcuni di noi riparano pc e telefoni, o lavorano nell’edilizia. Inoltre condividiamo volentieri le nostre autoproduzioni sia culinarie, che erboristiche oppure artistiche e i nostri saperi con chi ci viene a trovare e vuole portare con se un ricordo nostro in cambio di qualche soldino.

Voi parlate di animali, da reddito e selvatici. parlate di creare per i selvatici una sorte di oasi che li possa difendere dai cacciatori (che da voi pullulano). Ma parlate anche di tutelare il bosco, le sorgenti, eccetera. Insomma, non solo “animalismo”, ma qualcosa di più. Vi definite antispecisti. Che significa per voi essere antispecista?

Questo posto è un bacino di biodiversità.
Essendo una valle, anche se a 400 metri sul mare, c’è un clima sempre mite.
Gli animali selvatici la usano prevalentemente come “nursery” soprattutto ora che i cacciatori stanno lontani.
Non è raro la sera vedere mamma cinghiala passare nel frutteto oppure la mattina trovare capriolini al pascolo davanti al giardino, come è normale vedere infinite specie di uccelli, rane, insetti e altre bestie strane.
Girando nel bosco si trovano tantissimi meli, ciliegi, noccioli, biancospini, peschi, pruni, piante spontanee commestibili ed aromatiche, e pure curative sia per loro che per noi.
Man mano che il tempo passa ci rendiamo conto di come sta rinascendo la natura qui intorno, come gli animali stessi contribuiscano a ripulire dai rami secchi, dalle erbe alte e come concimano il terreno aiutati dai cinghiali che la notte smuovono la terra che, puntualmente, dopo qualche settimana grazie alla ricchezza d’acqua del sottosuolo, torna ad essere verde e florida.
Ci siamo resi conto sempre di più di come una riduzione del nostro impatto ha beneficio sulla natura che ci circonda e su noi stessi.
Ci definiamo antispecisti per questo. Perché riconosciamo la correlazione e la connessione tra i vari elementi e tra i vari esseri.
Ci definiamo antispecisti e antifascisti perché ad ora forse sono le uniche “definizioni” che sentiamo affini.
Siamo del parere che questo termine debba comprendere molto più che la lotta sola per la liberazione animale.
Abitiamo tutti sullo stesso pianeta e dobbiamo vivere in sinergia tra di noi.
Se le multinazionali dell’energia, del petrolio, della chimica, dell’alimentazione continuano a distruggere questo pianeta foraggiati da noi come clienti dei loro servizi, siamo complici di questa distruzione.
Quindi se vogliamo che gli animali liberati possano gioire in pascoli verdi ed incontaminati, la lotta all’inquinamento deve essere una priorità. O liberiamo gli animali per farli vivere da schifo sopra cumuli di rifiuti e scorie?
Inoltre siamo, senza ombra di dubbio, animali anche noi.
Perché devo volere una vita libera e degna per una mucca e non posso volerla per me stesso o per chi mi vive accanto, o per chi viene da un paese lontano?
Fino a quando esisteranno discriminazioni tra animali della stessa specie, la nostra, e fino a quando verrà elevata la supremazia come tipo di stereotipo, non potrà essere mai riconosciuta la condizione animale essendo, secondo questo stereotipo, l’animale stesso il primo ad essere discriminato.
Quindi dobbiamo abbattere i meccanismi di domino e supremazia che coinvolgono tutte le specie.
L’uomo, la pianta, l’animale.
E dobbiamo difendere quelle risorse che permettono a tutti e tutte di sopravvivere.
Acqua, aria, terra.
Senza uno di questi elementi, tutti gli altri non possono sopravvivere.
Chi ci comanda lo sa ed è per quello che continua a farci credere che il nemico sia tra di noi (pianta o animale o animale/umano) in modo da farci giustificare i loro soprusi come utili alla nostra sopravvivenza.
Per noi essere antispecisti è invece riconoscere che il nemico è altrove.

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Ed il nemico infatti è altrove. E’ insito in un sistema sociale e culturale che ha alla base la normalizzazione del concetto di sfruttamento e dominio. E’ nelle stanze dei palazzi in cui chi vive e si arricchisce e trae il proprio potere da questo stesso sistema, lavora e lavora perché nulla cambi mai.
Come fa, ma è solo una tra tanti, l’azienda per la quale l’allevamento ormai chiuso lavorava: Francesco Amadori. Con un accorto uso di immagini e parole. Immagini di animali che razzolano all’aperto, su prati verdi puntellati di fiori. Parole che parlano di un’azienda che alleva con cura i propri animali, che coltiva la passione per le cose buone, che vanta un controllo attento su tutta la sua filiera, un’alimentazione sana ed equilibrata per galline, polli e tacchini, garantendo loro una crescita in condizioni ottimali, garanzia di sicurezza e bontà. Vantandosi dei suoi “fiori all’occhiello”: il pollo allevato all’aperto e gli arricchimenti ambientali (balle di fieno) per polli e tacchini “della linea 10+”.
Mentre la realtà è tutt’altra, ed è fatta di capannoni dove non entra mai la luce del sole, dove gli animali (come in tutti gli allevamenti) sono ammassati, quelli che sopravvivono costretti a contatto con i cadaveri di chi invece non ce l’ha fatta.
l'ultimo bacio

Dove i corpi dei morti vengono troppo spesso lasciati per giorni, settimane. Fino a diventare quello che vedete in queste fotografie, scattate anni fa all’interno di uno dei capannoni dell’allevamento di Ambra. Dove poche persone (in questo caso il titolare ed un unico, solo addetto) dovrebbero garantire il “benessere animale” di un numero incredibile di individui.

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Questo che vedete è un estratto del registro dei trattamenti veterinari dell’allevamento. Anno 2009. Se ne deduce che, all’epoca, i tacchini rinchiusi erano almeno 39.500. Sottoposti a continui trattamenti farmacologici per riuscire a sopravvivere: oltre alle prassi vaccinali antinfettivi (Baytril), battericidi (Amoxicillina, Collistina). Per ovviare ai gravi problemi causati da ventilazione insufficiente, scarsa igiene, sovraffollamento, alimentazione innaturale, una vita di sofferenza (dalla mancanza di cure parentali, importantissime per i tacchini come per tutti gli animali, alle mutilazioni al becco e alle unghie, all’abnorme crescita loro imposta a seguito delle mutazioni genetiche subite negli anni).
Questa è la realtà di tutti gli allevamenti. Poco cambia dall’uno all’altro.

Questo è quello contro cui gli Agripunkers hanno lottato, negli anni, in silenzio, fino a riuscire a smuovere chi avrebbe dovuto vigilare su quel minimo di “benessere animale” che la legislazione prevede. Fino a riuscire a far chiudere questo allevamento. Fino a far sì che almeno questo allevatore non potesse riaprire altrove.
Una goccia nel mare.
Una battaglia singola all’interno di una guerra senza fine.
Ma pur sempre una battaglia vinta.

Ora, dove una volta gli animali erano prigionieri di un incubo senza fine, sorge un rifugio per chiunque abbia la ventura e la fortuna di sfuggire agli ingranaggi impietosi di questo sistema. Che stritola indifferente chiunque sia debole, povero, diverso, privo di diritti.

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