STORIA DI CAPITALISTI, ANTICOMUNISTI E POLLI

Tempo fa, mentre traducevo un trattato sui tacchini per gli amici di Agripunk, mi sono imbattuta in un interessante articolo pubblicato nel 2013 da Dale Wielhof sul sito di The Institute for Agricolture and Trade Policy.

Quella che Wielhof racconta è la storia di come un immigrato italiano, divenuto agricoltore negli Stati Uniti, e suo figlio abbiano contribuito a trasformare l’allevamento di polli in una gigantesca operazione industriale.

Racconta anche come lo sviluppo di un’economia capitalista basata su grossi gruppi multinazionali sia stata una scelta ben precisa. Una scelta di cui continuiamo a pagare il prezzo, sempre più salato.

Wielhof è un allevatore. Il suo punto di vista (ed il suo racconto) non tiene conto delle problematiche etiche connesse all’allevare animali (siano essi in allevamenti intensivi o in bucoliche fattorie).
Ma ci racconta comunque uno scenario da incubo. Un incubo sempre crescente visto che – dati alla mano – il consumo di carne è in continua crescita, e con esso il modello economico basato sul potere di pochi gruppi e sulla globalizzazione di produzione, distribuzione e consumi. Un incubo che resterà tale finché, come conclude, non si arriverà ad una vera e propria rivoluzione nei sistemi di produzione. Sostituendo al profitto, scrive lui, la qualità.
Aggiungo io: sostituendo al profitto la sostenibilità, ed una nuova etica.

Buona lettura.

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Pollo arrosto, chicken nuggets, pollo Kung Pao, Buffalo wings, insalata di pollo, pollo allo spiedo…
Tutti amano (e mangiano) pollo.
Secondo i dati del National Chicken Council il consumo statunitense di carne di pollo (così come quella di tutti gli altri animali) è in continua crescita.
Nel 1965 se ne consumavano poco meno di 20 kg all’anno a testa. Nel 2014 si è arrivati a 46 kg. Ed il consumo stimato per il 2016 è di 49 kg. Più del doppio.
E secondo dati FAO il consumo di carne di pollo a livello mondiale è salito da 3,2 kg pro capite in media del biennio 1964 / 1966 ai 13,8 del 2015, con una previsione di crescita per il 2030 fino a 17,2 kg. La crescita maggiore si registra nei cosiddetti paesi emergenti, dove si passa da 1,4 kg del 1964 a ben 10,5 kg del 2015. Di pari passo con l’adeguamento al modello di quello che una volta si autodefiniva “mondo libero”.

Prima della Seconda Guerra Mondiale la carne di pollo era riservata per le grandi occasioni, i pranzi della domenica. L’industria del broiler, nata tra gli anni Venti e Trenta, non era ancora sviluppata. I polli che finivano ammazzati e in pentola erano un sottoprodotto della produzione di uova. Ovvero galline non più produttive o polli maschi in eccedenza.

E’ negli anni Cinquanta e Sessanta che l’allevamento di polli si trasforma in produzione industriale di polli broiler, con mega impianti che racchiudono centinaia di migliaia di animali tutti uguali, mentre prima di allora, gli allevamenti constavano di una certa varietà di razze.

Il punto di non ritorno coincide con un concorso lanciato da una catena di supermercati.

Nel 1945 la Great Atlantic & Pacific Tea Company (meglio conosciuta come A&P), catena di supermercati che per più di 150 anni ha avuto un ruolo leader mercato nord americano e canadese, e che ai tempi era il più grande rivenditore di polli negli USA, lancia, in collaborazione con l’USDA, un concorso nazionale rivolto agli allevatori. Vincitore chi avrebbe “prodotto” il pollo con la crescita più veloce, il peso maggiore, la migliore qualità di carne.

Ai tempi la A&P era un gigante, capace di creare ed imporre il modello di vendita di cibo a basso prezzo e a volumi sempre crescenti. Nata nel 1860, nel 1920 già vantava 16.000 punti vendita ed un giro d’affari annuo di 1 miliardo di dollari. Grazie all’adozione di una politica di integrazione verticale e la richiesta di scontistiche a fronte dei grandi volumi di merci acquistate, sia verso i produttori che i rivenditori, A&P portò negli anni ad un cambiamento economico radicale, con la messa fuori gioco dei piccoli produttori e delle aziende familiari. Nel 1945 il Dipartimento di Giustizia americano condanna la A&P per limitazione illegale della concorrenza. Il danno di immagine subito non era da poco. Il concorso indetto per il Pollo di Domani aveva proprio il fine di limitare i danni.

Al concorso prendono parte agricoltori ed allevatori di tutto il paese, che spediscono o portano le uova dei loro animali in centri appositamente costruiti, dove le uova vengono incubate, i pulcini allevati ed alimentati in condizioni controllate, uguali per tutti. Gli animali vengono scrupolosamente controllati e vengono monitorati il livello di crescita, la corporatura, lo stato di salute. Dopo 12 settimane tutti i polli vengono uccisi, di nuovo controllati, e valutati in base alla qualità e consistenza delle loro carni.

Concorsi locali si tengono nel 1946 e nel 1947. I vincitori vanno a costituire il gruppo di 40 finalisti autorizzati a partecipare al grande concorso nazionale per il Pollo del Domani. Nella categoria purosangue a vincere, sia nel 1948 che nel 1951, è la Arbor Acres, grazie al suo White Rocks, che viene preferito al Red Cornish della Vantress Hatchery. Dall’incrocio tra queste due razze nasce quella che finirà per dominare geneticamente a livello mondiale.

La Arbor Acres era di proprietà di Frank Saglio, un immigrato italiano che, agli inizi, si guadagnava da vivere coltivando e vendendo ortaggi nella piccola fattoria di famiglia a Glastonbury, nel Connecticut. Fu suo figlio Henry ad iniziare l’allevamento di polli, per soddisfare il mercato locale. E furono proprio i polli di Henry a vincere il concorso per il Pollo del Domani, lanciando così i Saglio nel mondo dell’allevamento industriale. Ben presto la Arbor Acres, oltre a fornire riproduttori,inizia a sviluppare tecniche di allevamento (e impianti di produzione) atti ad ottimizzare e migliorare la resa degli animali. Spinto dalla richiesta dell’industria di trasformazione delle carni per quantità sempre maggiori a prezzi sempre più bassi, il settore avicolo, con la Arbor Acres in testa, viene sottoposto ad una sempre più spinta integrazione verticale, con aziende che controllano ogni step della produzione, da quella delle uova da schiusa a quella degli allevamenti, dalla produzione di mangime alla macellazione e lavorazione.

Nel 1964 la svolta.

Nelson Rockefeller acquista la Arbor Acres attraverso la sua International Basic Economic Corporation (IBEC).

Rockefeller lascia ogni incarico governativo lo stesso anno in cui la A&P lancia il suo concorso (era stato sottosegretario per i rapporti con l’America Latina sotto Rooselvelt) e nel 1947 fonda due organizzazioni, con lo scopo di mettere in pratica la sua politica di assistenza ai paesi in via di sviluppo, alternativa a quella indicata dal presidente Truman nel suo “Point Four Program” (ovvero sovvenzionare ed aiutare la crescita tecnologica ed economica dei paesi poveri come mezzo per combattere il propagarsi delle idee comuniste, dimostrando come il capitalismo ed il liberismo potessero garantire, essi soli, un alto tenore di vita).

Le due organizzazioni sono, una, il braccio politico (la AIA, American International Association for Economic and Social Development) ed una (appunto la IBEC) il braccio economico.

Attraverso la AIA e la IBEC Rockefeller porta avanti l’opera di trasferimento di capitali e tecnologie statunitensi in paesi dell’America Latina come Brasile e Venezuela. Scopo: piantare i semi per lo sviluppo di un moderno sistema capitalistico e consumistico. I primi finanziamenti di cui gode la IBEC arrivano da Nelson Rockefeller stesso (3 milioni di dollari) e dalla Standard Oil (21 milioni di dollari). Gli investimenti della IBEC coprono settori quali il tessile, la grande distribuzione, l’edilizia abitativa, l’industria agroalimentare e, appunto, la produzione avicola.

Dietro la cortina umanitaria, del creare una classe media abbiente in paesi governati da regimi autocratici e con un alto livello di povertà, la finalità della IBEC è combattere la sua propria guerra fredda. Per citare proprio Nelson Rockefeller, “è difficile essere comunista quando si ha la pancia piena”. Non è un caso se le attività della IBEC si concentrano laddove le attività estrattive della Standard Oil sono messe a rischio da crescenti movimenti popolari rivoluzionari.

Il modello esportato dalla IBEC mette fuori gioco l’economia agricola di sussistenza a favore di un sistema ad alta densità di capitale. Un sistema che, per funzionare, deve poter contare, dal lato della produzione, su un costante rifornimento di cereali da foraggio e, dal lato della distribuzione, su punti vendita che siano sempre più vicini al modello della A&P piuttosto che ai negozietti da paese o ai piccoli mercati rionali.

Nel 1949 la IBEC fonda una joint venture con la Cargill per la costruzione di silos in Argentina. Da tempo la Cargill stava cercando la via per mettere piede in Sud America, e l’alleanza con la IBEC è la chiave giusta per aprire la porta al suo ingresso nel continente, prima in Argentina poi in Venezuela e Brasile. Nel 2013 la Cargill può vantare investimenti in America Latina per 8 miliardi di dollari, e 25.000 dipendenti.

Parimenti, per la Arbor Acres l’acquisizione da parte della IBEC è uno straordinario trampolino di lancio per la conquista del mercato mondiale. Iniziando con l’America Latina, ben presto il suo giro di affari si allarga all’Africa, all’Asia e all’Europa. Tutt’ora, il 50% dei polli allevati in Cina proviene dallo stock genetico della Arbor Acres.

Nel 1980 IBEC cambia nome in Arbor Acres e negli anni cambia di proprietà varie volte, fino ad essere acquisita dalla Aviagen.

Ma che succede quando metti insieme un’azienda agricola familiare, una catena di supermercati ed una multinazionale? Nulla di buono. Per nessuno.

Cominciando dai polli. Uno studio della Purdue University dimostra come si siano perse, a partire dagli ani Cinquanta, ovvero dopo l’inizio della nostra storia, più della metà delle razze originarie.

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E terminando con gli umani. Delle migliaia di agricoltori che parteciparono al primo concorso per il Pollo del Domani quasi nessuno è sopravvissuto. Le piccole aziende agricole hanno subito la stessa sorte delle razze dei polli. Sono state soppiantate da poche, gigantesche realtà. I pochi che ancora resistono si trovano a dover subire il ricatto delle immense industrie di trasformazione e distribuzione, che impongono i loro prezzi ed i loro ritmi e sistemi produttivi.

Le modifiche genetiche a cui gli animali sono stati sottoposti negli anni per incrementarne in modo abnorme ed innaturale la crescita e le dimensioni, le condizioni in cui sono costretti a vivere, in allevamenti al chiuso, con altissimi gradi di sovraffollamento e di stress, e la sempre più ridotta varietà genetica, implicano una sempre più alta incidenza di malattie. E quindi un sempre più massiccio ricorso a medicinali ed antibiotici. E quindi una sempre maggiore resistenza batterica agli antibiotici stessi. E quindi un sempre maggiore rischio per la salute umana.

Quando Henry Saglio muore, nel 2003, viene definito dal The New York Times “il padre della moderna avicoltura”. Un padre pentito, che tre anni prima prova a fare timidi passi indietro creando la Pureline Genetics, con la quale tenta (invano) di introdurre nel mercato animali non trattati con antibiotici.

Al contrario di Henry Saglio, a tredici anni di distanza, si continua a correre a testa bassa verso la chimera della crescita illimitata, incuranti dei disastri sociali ed ambientali. Incuranti del male senza fine perpetrato verso coloro che abitano gli scantinati del nostro grattacielo.

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