PICCOLO RATTO GRANDE VUOTO

MINIRATTO

Quattro giorni fa nella mia vita è arrivato un piccolo ratto.

Liberato dalle fauci di un gatto, piccolo nero esserino con gli occhi ancora chiusi alla vita.

Aveva subito un trauma MiniRatto, o forse era vittima di una infezione cerebrale. Così ha detto la veterinaria che l’ha visitato e aiutato.

Io e MiniRatto siam vissuti in simbiosi per quattro lunghi giorni. Io conscia dell’impossibilità che ce la potesse fare. Lui ignaro, e per questo attaccato alla vita, e a questa improbabile madre surrogata, con una tenacia inaudita.

MiniRatto tutto sghembo, per via di quel trauma, si attaccava alla mia mano con le sue piccole piccole manine. Si beava del caldo e delle carezze. Del latte surrogato del latte di sua madre, dei battiti del mio cuore, surrogato di ben altro cuore.

MiniRatto che è venuto con me ovunque, in questi quattro giorni, persino a Roma sul Freccia Rossa. Nascosto nella mia mano alla vista delle altre persone. Che lui era un ratto. Un reietto. Un animale immondo.

Era un piccolo nero luminoso esserino MiniRatto. Pelo folto e nero, con accenni di grigio argento. Baffi lunghi lunghi e orecchie preziose come piccole conchiglie.

Lo sapevo che non ce l’avrebbe mai fatta. Ma quando ieri l’ho visto ergersi incerto sulle quattro zampine, e quasi trotterellare verso il cibo, ho avuto quasi l’ardire di sperare.

E quando ieri notte se ne è andato, ho continuato a scaldarlo, a stringerlo a me, nella stupida speranza di vederlo tornare.

Ora dorme sotto una coperta di fiori di impatiens, nel piccolo cimitero accanto ad un altro piccolo nero bambino, che ugualmente ha lasciato un vuoto incolmabile. Di lui si narra nel libro “Fermare Green Hill”, scritto da George DL4:

Storie di topi liberi – Stilton

Stilton e i suoi fratellini non sono nati all’interno dello stabulario. Sono nati fuori.

La loro mamma, una topolina nera come la notte, vi era invece probabilmente nata. Sicuramente vi sarebbe morta, e gettata poi via all’interno di uno di quegli scatoloni per la raccolta di rifiuti tossici.

Invece, in uno di quegli scatoloni, vi è stata delicatamente adagiata quella sera del 20 aprile, viva. Lei ed il suo ingombrante pancione.

L’indomani mattina è arrivata a casa mia, insieme a qualche altro. Il suo pancione le è valso una casetta grande tutta per lei, un nido confortevole, e tutta la mia più totale attenzione. Dopo pochi giorni ha messo al mondo undici bambini rosa, piccoli come bottoncini, tutti stretti l’uno all’altro.

Ogni giorno, quando le portavo cibo ed acqua fresca e nuovi oggetti con cui arricchire la sua casa, e fieno profumato, temevo di non trovar più quegli undici bambini. Sapevo bene come molto spesso gli animali in cattività uccidano i propri piccoli. Per lo stress, perché malati, o perché non vogliono condannarli al loro stesso destino di prigionia. Ed invece la nera topolina era una madre amorevole. I bambini crescevano. Mettevano su peso. E pelo. Pelo nero come la notte.

Presto hanno cominciato ad avventurarsi fuori dal nido. Malfermi sulle quattro zampine, buffi nel loro incedere da bambini piccoli piccoli. La nera topolina li guardava amorosa, li riacciuffava per la collottola quando si allontanavano troppo, li scaldava con il suo corpo e nutriva con il suo latte.

Poi l’incubo.

Una mattina trovo cinque di loro in un angolo della teca, stretti stretti. Un altro era a metà strada tra il nido e loro. Rosso sangue sul suo pelo nero. Morto.

La topolina li aveva uccisi. Con l’unico modo a sua disposizione. Ne aveva straziato i corpi con i suoi denti aguzzi.

La cosa era strana alquanto. Le mamme uccidono i piccoli quando sono appena nati, non quando sono quasi svezzati. E li uccidono se sono stressate, ma la nera topolina sembrava tranquilla, pur nella sua vita da reclusa. Li uccidono se manca cibo, ma lei di cibo ne aveva in abbondanza: verdura, frutta, semini di tutti i tipi. Li uccidono se sono malati. Ma quei bimbetti sembravano lo specchio della salute.

Ho preso i cinque sopravvissuti con me. Che altro potevo fare? E trovato per la nera topina delle compagne con cui dividere la casa, che non potevo sopportare l’idea per lei di una vita in prigionia e per di più in solitudine. Lei mi guardava con gli occhi di sempre. Non riuscivo a capire cosa fosse accaduto, cosa l’avesse spinta ad un gesto tanto orribile. Lei, madre amorosa e premurosa.

E così i cinque topini hanno cominciato a vivere in simbiosi con me. Dormivano rannicchiati l’un l’altro in una morbida cuccia. All’ora della pappa allungavo verso di loro la mia mano, e loro salivano sul mio palmo, veloci ed affamati, con le loro zampine leste. Ben presto sono passati dal latte agli omogeneizzati. Hanno aperto gli occhi al mondo. Primi topi di Farmacologia ad essere nati liberi, e a vivere liberi davvero. Tutta la mia casa a loro disposizione. Mentre studiavo i protocolli che a Farmacologia avevamo fotografato se ne stavano sulla mia spalla, o nella loro casetta senza sbarre a giocare con rotoli di carta o palline, o a dormire abbracciati nella loro morbida cuccia. Avevo costruito per loro una sorta di labirinto fatto di scalette su cui arrampicarsi e tubi di cartoncino dentro cui nascondersi. Li guardavo affascinata rincorrersi e giocare, piccoli bambini dal nero lucido pelo, con le loro piccole orecchie così simili a minuscole conchiglie traslucide.

E intanto studiavo i protocolli e cercavo informazioni sui ricercatori e le ricercatrici che conducevano gli esperimenti. Come Elisabetta Menna, allora famosa per uno studio appena pubblicato, per il quale tutte le testate giornalistiche parlavano di sensazionale scoperta di una proteina chiave per a cura dell’autismo. Di questo studio avevo trovato online il testo completo, incluse le “informazioni supplementari”, ovvero la descrizione dei test effettuati sugli animali. Tra questi il “Passive Avoidance Test”, utilizzato per valutare la capacità mnemonica e di apprendimento. Il topo viene posto in una gabbia divisa in due zone: una aperta ed una chiusa e buia. Il topo è attratto dalla zona buia, che per lui significa potersi nascondere alla vista e quindi mettersi al sicuro. Una volta entrato, viene colpito da una scossa elettrica attraverso il pavimento della gabbia. Dopo 24 ore il test viene ripetuto, e si misura il tempo impiegato dal topo per entrare nel comparto buio, per valutare se ha imparato o meno ad associare buio e scossa.

Leggevo questo e guardavo i cinque piccoli entrare ed uscire dai tubi. Tranquilli. Senza paura di pavimenti elettrificati.

Una mattina li ho visti malfermi sulle zampe. Quasi tutti. Barcollavano sul rametto e ripetutamente cadevano giù. Tra il fieno, nella ciotola del latte, in mezzo al cibo. Sembravano perdere l’equilibrio. Sembravano ubriachi. Il pelo era unto, arruffato.

Abbiamo trovato il primo la mattina dopo. Piccolo come una nocciolina piccina. Rimpicciolito, quasi rinsecchito, della metà.

Lo stesso giorno un altro dei fratellini ha cominciato a saltare come colpito da scosse elettriche. L’ho preso in mano, l’ho tenuto fermo con delicatezza. L’ho visto boccheggiare, gli occhi spalancati. E morire. Piccolo, come se fosse tornato indietro nel tempo. Come se avesse ancora due settimane anziché un mese di vita.

E così uno dopo l’altro, come piccole candele, si sono spenti e consumati anche altri due.

E intanto invece Stilton cresceva. Mi stava sulla spalla a colazione. Correva sulla scrivania e si arrampicava sulle pile di libri. Scorrazzava sulla tastiera del computer e sgranocchiava felice mandorle e nocciole.

Il giorno che se ne è andato, mi è arrivato felice zampettante fino al polso, e mi ha rubato lesto un pezzo di pane tostato. Tenendolo tra le sue zampine così simili a piccole mani se ne stava lì a mangiare guardandomi con occhi furbi.

Lo guardavo e pensavo che lo avrei visto crescere, diventare adulto, vivere tranquillo in una casa senza gabbie, in un mondo senza apparecchi stereotassici, iniezioni, test sulla paura e minipompe osmotiche.

A nulla è valsa la corsa verso la clinica. A nulla il consultarsi delle persone in camice bianco, che han cercato invano di salvarlo, al contrario di altre persone in camice bianco che han deciso che avrebbe dovuto nascere per essere strumento nelle loro mani, e nelle loro mani morire.

Ho sotto gli occhi uno dei protocolli:

Si utilizzeranno topi transgenici… trattati con molecole pro ed anti-infiammatorie per definire in quale misura il background genetico e l’ambiente contribuiscono all’insorgenza di alcune malattie neurologiche e psichiatriche […]. E’ previsto che gli animali che manifestano sintomi clinici di malattia nervosa (paresi e paralisi, convulsioni, perdita dell’equilibrio, movimenti incontrollati) o segni di sofferenza e stress (pelo arruffato letargia, anoressia, perdita di peso del 20-30%), siano in extremis sacrificati per eutanasia secondo metodi umanitari.

Non posso certo affermare che il mostro che ha divorato lui ed i suoi fratelli, e che ha spinto la loro madre a cercare di ucciderli prima che soffrissero, sia figlio dei test a cui probabilmente quella topetta gravida è stata sottoposta. Di certo, Stilton non è stato ucciso con metodi umanitari e smaltito in un contenitore per rifiuti tossici.

Il suo piccolo piccolo corpo dorme accanto a quello dei suoi fratelli. Sotto un grande albero.

Guardo la fotografia che ho di lui. E’ sul palmo della mia mano. Una zampina appoggiata sul mio palmo. Il sole illumina di blu il suo nero pelo. Gli occhi brillano di vita e gioia.

Mi piace pensare che sia ancora qui. Piccola nera luminosa creatura finalmente libera. Con noi per sempre.

Come me, George.

Una voce, un qualcosa, una scintilla di giustizia, e a volte di voglia di vendetta.

 

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