VITTIME DELLA CACCIA

caccia-fagiano

Circa dieci giorni fa, in Umbria, si sarebbe dovuta tenere una gran cerimonia. Durante la quale l’Azienda Territoriale per la Caccia di zona avrebbe dovuto consegnare alle associazioni di cacciatori i bersagli per la prossima stagione.

Decine e decine di fagiani da allevamento, da immettere sul territorio per il ripopolamento.

Ma la festa è stata rovinata. I fagiani erano stipati in un furgone, rinchiusi in scatole di cartone. La consegna, prevista per le dieci di mattina, è slittata di un’ora e mezzo. Un’ora e mezzo durante la quale gli animali sono stati lasciati nel furgone, chiusi nelle scatole. Lo stress del viaggio ed il caldo di una mattinata estiva hanno anticipato la mattanza. Più di quaranta gli animali morti. Molti degli altri rinvenuti in uno “stato di grave sofferenza”.

Grande delusione tra i cacciatori, che hanno reso al mittente tutti gli animali. I morti, i moribondi ed i vivi.

L’allevatore, un privato, è ora indagato per maltrattamento di animali.

Eppure la Azienda Territoriale per la Caccia in questione, la ATC Perugia 2, fin dal 2009 vanta un programma di ripopolamento che essi definiscono all’avanguardia, e che prevede il monitoraggio biologico ed un protocollo metodologico di allevamento a cui tutti i fornitori di animali vivi devono sottostare. E nel 2013 ha istituito corsi di formazione sulla produzione (di animali “pronta caccia”) di qualità.

Qualità talmente alta che persino i cacciatori stessi si lamentano (e prendono – paradossalmente – le difese dei fagiani).

In un articolo del 2015 firmato da Sergio Gunnella, cacciatore e componente del comitato di gestione di un’altra ATC, la 3, si parla, riferendosi ai fagiani liberati sul territorio e provenienti da uno dei due maggiori centri faunistici di proprietà della Regione, quello di San Vito, di “cartoni animati travestiti da selvatici”.

E in una petizione presentata alla Regione nel 2008 da parte di un nutrito gruppo di cacciatori si legge di “selvaggina del tutto immatura, in età assolutamente inadatta alla riproduzione” detenuta “in gabbie anguste”, si legge di “poveri animali [che] non riescono né a volare né ad alimentarsi in maniera autonoma”. E ci si riferisce sempre all’allevamento di San Vito, quello di proprietà della Regione. Quello dove, secondo l’assessore all’agricoltura Fernanda Cecchini (tutt’ora in carica), stando ad un’intervista del 2011, “accanto alla qualità particolare attenzione viene riservata al benessere degli animali”. Possiamo quindi immaginare quanta sia l’attenzione data al benessere animale negli allevamenti più piccoli, o privati, dove neanche il minimo controllo è presente.

Sono le ennesime vittime della caccia. Decine di migliaia di fagiani allevati per essere sbattuti in qualche bosco, alla mercé dei predatori prima e dei cacciatori poi. Condannati a vivere in libertà solo poche ore o pochi giorni, se libertà si può definire l’incubo che un mondo ostile  e sconosciuto, tra i latrati di cani e i boati dei fucili.

Sono le ennesime vittime della gran buffonata del “benessere animale”. Cosa significhi questo termine per loro, lo potete verificare leggendo, tra i tanti, questo documento, redatto da due ricercatori del Dipartimento di Patologia Animale, Igiene e Sanità Pubblica Veterinaria, Università degli Studi di Milano.

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