Remember, remember, the 5th of November

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Il 5 novembre 2001 moriva Barry Horne. Ricordarlo ancora ha il sapore amaro della nostalgia per le cose perdute. C’era una volta una cristinapolzonetti che credeva si potesse cambiare il mondo.
Il brano è uno dei miei contributi al libro “Fermare Green Hill”.

Barry Horne è morto il 5 novembre 2001, a soli 49 anni, mentre stava scontando la pena detentiva più pesante mai inflitta a un attivista per i diritti animali.

Da ragazzo si impegna nella causa nord irlandese e nel movimento antifascista.

L’incontro con l’allora fidanzato della sorella, un giovane atletico e vegetariano, lo porta ad aprire gli occhi sulla realtà dello sfruttamento animale.

La svolta avviene però quando partecipa, all’età di 35 anni, a un incontro sulla liberazione animale e ha modo di visionare alcuni filmati girati all’interno di laboratori.

Nel 1988 viene arrestato, insieme ad altri due attivisti, durante il fallito tentativo di liberare Rocky, un delfino rinchiuso dal 1971 in una piccola e squallida vasca nel delfinario di Marineland a Morecambe, a pochi metri dal mare aperto.

La pinna dorsale deformata dal continuo nuotare in tondo, la pelle ustionata dagli agenti chimici sciolti nell’acqua per depurarla, trascorreva i suoi giorni in solitudine.

Fin quando qualcuno non si mise in testa di liberarlo.

La notizia dell’arresto serve ad accendere l’interesse del pubblico per il destino di Rocky.

Ne segue una partecipatissima campagna con picchetti e cortei, che in poche settimane porta il delfinario sull’orlo del fallimento.

Rocky non è più un’attrazione, ma un costo enorme.

Viene così rilasciato.

Grazie all’aiuto economico di un giornale e della Born Free Foundation, viene trasferito in un centro di recupero nell’Oceano Atlantico.

In poco tempo verrà liberato in mare aperto.

Lo si vedrà allontanarsi, felice, insieme a un gruppo di delfini, verso la libertà.

Horne partecipa poi, nel 1990, alla liberazione in pieno giorno di 36 beagle dall’allevamento dell’Università di Oxford e, sempre nello stesso anno, a un’incursione a Interfauna, fornitore di animali destinati ai laboratori, che si concluse con la liberazione di 82 cuccioli di beagle e 36 conigli.

A novembre dello stesso anno prende parte alla liberazione di otto beagle dagli stabulari della Boots, a Thurgaton.

Nel 1991 viene arrestato per possesso di ordigni incendiari e condannato a 3 anni di reclusione.

Nel luglio del 1996 viene fermato mentre è alla guida della sua auto, e nuovamente arrestato con l’accusa di aver progettato attentati in vari negozi di Bristol.

In seguito gli verranno attribuiti anche incendi avvenuti l’anno precedente sull’isola di Wight, reato per il quale si dichiarò sempre innocente.

Mentre è in attesa di processo, e detenuto nel carcere di Bristol, annuncia che avrebbe smesso di mangiare fino a quando il governo non avesse sottoscritto impegno formale di cessare ogni sostegno, economico e politico, alla sperimentazione animale.

Privato della libertà, trova così il modo di continuare la lotta.

A pochi giorni dall’inizio dello sciopero viene trasferito al carcere di Oxford.

Il 18 gennaio centinaia di attivisti danno vita a una veglia fuori dalla prigione.

Nello stesso giorno i manifestanti assaltano la sede della Harlan poco distante, causando non pochi danni, e si dirigono poi verso l’allevamento di gatti destinati ai laboratori lì vicino: Hill Grove Farm.

Al proprietario dell’allevamento, Chris Brown, non rimane altro che nascondersi, mentre tutti i vetri delle finestre vanno in frantumi e un trattore distrutto.

Vengono liberati 14 gatti, di cui purtroppo 7 ripresi dalla polizia e riconsegnati al loro terribile destino.

Il 26 gennaio è il turno dell’allevamento di beagle Consort.

Durante la manifestazione attivisti entrano nel complesso e liberano 8 cani.

Altre azioni di sostegno, e liberazioni, si svolgono in tutto il Regno Unito e nel mondo.

Dopo 35 giorni, con il movimento rinato a nuovo vigore, e governo e mondo della ricerca ben consci della potenziale reazione alla sua morte, Horne interrompe lo sciopero della fame.

Lo scenario era, infatti, cambiato.

Il governo conservatore di John Major era alla fine.

Si era in campagna elettorale, e il partito laburista di Tony Blair si era formalmente impegnato in difesa dei diritti animali e contro la vivisezione. A istituire una commissione sulla sperimentazione animale, a proibire test cosmetici, su tabacco, alcool, esperimenti bellici, i terribili DL50 e test di Draize1, nonché tutti gli esperimenti su primati catturati in natura.

Tutto scritto nero su bianco in un documento intitolato “New Life for Animals” e firmato da Tony Blair e Elliot Morley, portavoce per il benessere animale.

A maggio i laburisti vincono le elezioni.

Poche settimane dopo, a luglio, Consort chiude, ridotto al fallimento dalla campagna condotta contro di esso.

Ma dal governo nessuna mossa.

E così l’undici agosto del 1997 Horne inizia il suo secondo sciopero della fame.

Anche questa volta la reazione del movimento non tarda a farsi sentire: sedi del partito laburista occupate, manifestazioni avanti a laboratori, sit-in a New York e Minneapolis.

E all’università di Stoccolma vengono liberati i ratti lì rinchiusi.

Proteste sempre più partecipate e accese, striscioni in supporto di Barry Horne e per l’abolizione della vivisezione che compaiono ovunque, sui cavalcavia delle autostrade.

Il 7 settembre 60 attivisti danno vita a un presidio permanente avanti a Huntingdon Life Science, i cui orrori erano stati rivelati pochi mesi prima da un’investigazione condotta sotto copertura da Zoe Broughton per il programma di Channel 4 “Countryside Undercover”.

La seconda, dopo quella di Sarah Kite di quasi dieci anni prima.

Dieci anni in cui nulla era cambiato.

Nessuno di chi avrebbe dovuto intervenire era intervenuto.

Come accadde poi per Green Hill.

Come accade sempre.

L’effetto del presidio è devastante per i lavoratori, costretti a vivere con i manifestanti avanti ai cancelli e a due passi dalle loro abitazioni, notte e giorno.

La pressione si fa sempre più intensa: oltre alle innumerevoli proteste, un fiume di lettere e telefonate inonda gli uffici dell’Home Office, dipartimento governativo preposto al controllo sulla sperimentazione animale.

Il 25 dello stesso mese un portavoce dell’Home Office contatta i compagni di Horne per un dialogo.

La proposta di incontro viene accettata e Barry pone fine allo sciopero dopo 46 giorni.

E a quel punto il governo si tira indietro.

I portavoce dell’Home Office incontrano rappresentanti di HLS, a cui viene garantita la continuazione degli esperimenti, nonostante quanto emerso dall’investigazione.

La polizia smobilita a forza il presidio.

Per la prima volta in due decenni, il numero degli esperimenti e degli animali uccisi ricomincia a crescere.

Intanto Horne viene condannato a 18 anni e trasferito nel penitenziario di massima sicurezza di Full-Stutton, nei pressi di York.

Il 6 ottobre 1998 comincia il terzo sciopero della fame.

Le sue richieste sono ben precise: moratoria sulla concessione di nuove licenze e sul rinnovo di quelle in scadenza, bando immediato di tutti gli esperimenti condotti non a fini medici, cessazione immediata di tutti i test condotti nel centro di ricerca militare di Porton Down, scioglimento immediato della Commissione per le Procedure Animali, organo governativo preposto alla valutazione delle pratiche vivisettorie, composto per la maggior parte dagli stessi vivisettori, messa al bando della sperimentazione animale entro il 6 gennaio 2002.

Horne spera, presentando una lista tale, di avere ampio margine di trattativa.

È ben conscio che non potrà mai ottenere tutto ciò.

Già l’abolizione del test DL50 e l’istituzione di una commissione di inchiesta sarebbero state una grande vittoria.

Al quarantaseiesimo giorno di digiuno viene trasferito allo York General Hospital.

Sotto le sue finestre viene organizzato un sit-in.

La stampa si interessa alla vicenda, attirata dalla notizia e dalle possibili conseguenze della sua morte.

Horne è sulle prime pagine dei giornali, e il governo è pronto di nuovo a trattare.

Viene organizzato un incontro, che si conclude con un nulla di fatto.

Le richieste vengono allora ridotte a una sola: l’istituzione della commissione di inchiesta.

Ma dal governo nessuna risposta.

E intanto Barry Horne continua il suo digiuno dall’ospedale, controllato a vista dagli agenti.

Rimane di lui l’immagine di un saluto dalla finestra, una delle sue fotografie più famose.

Proteste, picchetti e sit-in fioriscono ovunque: avanti alle sedi governative, del partito laburista, alle ambasciate e consolati inglesi di mezzo mondo, avanti ad allevamenti e laboratori.

In Finlandia 400 volpi e 200 procioni vengono liberati da un allevamento; nella rivendicazione l’azione è dedicata a Barry Horne.

Di nuovo lettere e telefonate e scritte sui muri e striscioni.

Il giorno 65 arriva una proposta del governo via fax.

Le condizioni in cui versa impediscono a Horne persino di leggere la lettera.

Viene così indetta una riunione con i suoi amici e collaboratori, ma, prima che questa si possa tenere, viene ricondotto in fretta e furia in prigione.

È il giorno 66.

Due giorni dopo, ancora detenuto in carcere, isolato da tutti e tutto, interrompe improvvisamente lo sciopero della fame.

Giornalisti ed esponenti del governo non si fanno sfuggire l’occasione.

Horne viene dipinto come un disonesto, che ha deliberatamente ingannato e mentito sul digiuno ed esagerato le sue condizioni di salute.

Il giorno prima era un pericoloso terrorista pronto a immolarsi per la causa, quello successivo un codardo incapace di morire per quello in cui crede.

Da questo momento, Horne è sempre più isolato.

Inizia e termina digiuni, senza una precisa motivazione o strategia, e senza il supporto esterno che prima aveva.

Alla sua morte viene sepolto nella sua città natale, Northampton, sotto una quercia.

Barry Horne ha lottato ed è morto per quello in cui credeva.

Che la vivisezione è un orrore che va abolito.

Che ogni individuo ha il potere di fare la storia, cambiare la realtà, battere le ingiustizie.

E il dovere di fare ciò.

Subito dopo aver iniziato il terzo sciopero della fame ha scritto:

La lotta non è per i nostri bisogni o desideri personali. È per ogni animale che ha sofferto ed è morto nei laboratori, e per ogni animale che vi soffrirà e morirà, a meno che noi non poniamo fine a questa mostruosità. Ora. Le anime di coloro che sono stati torturati e sono morti gridano giustizia, le urla dei vivi sono invece per la libertà. Gli animali non hanno nessuno tranne noi, non possiamo deluderli.

E se l’orrore continua ancora nei laboratori di tutto il mondo, giustificato da vuote parole tese a rassicurare l’opinione pubblica sul fatto che la sofferenza è necessaria, e vitale per il benessere dell’umanità, e per questo moralmente accettabile, il ricordo di Barry Horne, il suo sorriso, le sue parole, continuano a vivere in generazioni e generazioni di persone.

Che non si fermeranno, finché quell’orrore non avrà termine, e quegli animali non avranno avuto giustizia e libertà.

1Il test di Draize è un test di tossicità acuta utilizzato fin dalla metà degli anni ’40, soprattutto dall’industria cosmetica. Consiste nell’applicare una determinata quantità della sostanza da testare sull’occhio o sulla pelle di un animale, cosciente, ma immobilizzato. Gli effetti possono andare da irritazioni ad edemi, ulcere, emorragie, cecità. L’animale viene ucciso nel caso in cui, al termine del tempo di osservazione, riporti danni irreversibili. Altrimenti è destinato ad essere riutilizzato.
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