In memoria di Manny, e di tutti gli altri

1479081258872Ero in Olanda, faceva freddo e pioveva. Ero arrivata là per partecipare all’International Animal Rights Gathering di quell’anno. Con la mia tendina, il mio zaino, io e me stessa, come mi è sempre piaciuto viaggiare. Per sfuggire alle serate mondane e alla forzata socializzazione, mi sono comprata From Dusk Till Down di Keith Mann. Prima di allora non sapevo nulla di Jill Phipps. Leggendo la sua storia, mi sono innamorata del suo personaggio, della sua forza, e della storia di quella battaglia (sulla quale tante volte ho iniziato a scrivere, per poi fermarmi). Ero giovane allora, e pensavo davvero che avremmo cambiato il mondo. Pensavo che, come le proteste contro il live export, durante le quali era morta Jill Phipps, avevano portato alla chiusura del traffico, così avremmo posto fine a quell’infinito mare di sofferenza e morte e orrore a cui miliardi di animali sono condannati.

Sono passati gli anni. Con le rughe ed i capelli bianchi è arrivata la consapevolezza che in realtà nulla o quasi sia cambiato.

Abbiamo lottato e vinto contro Green Hill, ma la vivisezione continua a mietere sempre più vittime. Abbiamo un sacco di prodotti vegani e programmi vegani e tizi vegani che parlano in tivvù, ma –  a tanti anni dalla morte di Jill Phipps – le mostruose navi negriere che solcano gli oceani per trasportare cuccioli di pecora e di mucca a morire in terre lontane sono aumentate. Di numero e di stazza.

Mi sono trovata di fronte di nuovo, come un pugno nello stomaco, il live export quando mi sono occupata delle mucche sequestrate in Friuli (delle quali ho scritto qui).

No. Decisamente nessuna vittoria e nessun passo avanti.

Tutto continua. Come sempre. Nell’indifferenza. O nella momentanea, casuale, isolata lacrima di pietà e pena e forse lieve empatia che a volte solca il viso di chi si trova faccia a faccia con le vittime. Soprattutto con le vittime che si ribellano, e tentano disperatamente di sfuggire il loro destino.

Come accaduto pochi giorni fa in Australia, a Fremantle, forse il porto da cui partono in assoluto più  animali verso la loro morte, o a bordo delle navi negriere, o all’interno di qualche mattatoio libanese o vietnamita.

Ne parla in un bell’articolo Patrick Marlborough:

Quando penso al live export quel che mi viene in mente è: casa e barbarie.

La scorsa settimana un vitello poi ribattezzato “Manny” si è lanciato dal ponte di una nave per trasporto animali attraccata al porto di Fremantle, per poi nuotare forsennatamente verso la libertà, arrivando fino a North Cogee. La sua fuga è durata 24 ore. E lo ha portato a passare a poca distanza da me.

Quella domenica ero con un’amica vegana ed avevo appena comprato burgers da Missy Moos a South Freemantle, e ce ne stavamo andando a prendere il sole a South Beach. In auto abbiamo parlato dell’etica del mangiar carne, e la mia amica mi aveva appellato con il termine “mangiacadaveri”.

Eravamo al parcheggio della spiaggia, e guardavamo oltre la linea delle docce, io ho detto qualcosa tipo “dovrebbero svuotare quei bidoni d’immondizia” quando, all’improvviso, un vitello marrone ci passò avanti correndo. Le persone presenti si misero a ridere e a riprendere la scena con i loro smartphone, alcuni cani si misero ad abbaiare forsennatamente, e tutti ci guardavamo con uno sguardo tipo “ehi e che cazzo”.

Intanto il vitello si allontanava al galoppo, imboccando la pista ciclabile che porta a Coogee.

“Da dove potrebbe provenire?”, mi chiese preoccupata la mia amica. Era appena arrivata dalla California, e non sapeva nulla di Fremantle. Le dissi una pietosa bugia riguardo una qualche fattoria didattica. Ma sapevo bene da dove arrivava quel vitello. Dal porto. Da una di quelle navi.

Non c’è nulla di simile al crescere in una città portuale. Vedere le grandi gru muovere i container come fossero marionette è spettacolare. Nelle notti calme e silenziose i rumori del porto arrivavano fino alla mia camera.

Sono cresciuto durante gli anni del declino del porto di Fremantle, durante la crisi seguente alla America’s Cup che ha depresso la città a partire dal 1988. Ho passato la mia infanzia con mio padre ed il suo megafono ai cortei di protesta dell’era Howard, e la mia adolescenza passeggiando lungo le file di pescatori, con i miei amici e del vino da quattro soldi.

Il live export è parte cruciale dell’economia del porto. Nel 2014-2015 sono partiti da Fremantle 131.951 vitelli. Nello stesso anno dall’Australia occidentale sono state esportati 1.945.559 agnelli. Quasi tutti passati da Fremantle. Una volta l’attività portante era l’esportazione di lana. E ancora, nel 2016, è sulla pelle delle pecore che si lavora. La crudeltà verso gli animali interseca la storia di questa città, il suo passato, il suo presente, la sua identità.

Sono cresciuto con l’odore della morte nelle narici.

Ho ricordi di me mentre tornavo dalla casa di mia nonna a Palmyra, con mio padre che guidava lungo la Leach Highway, dietro ad un camion stipato di agnelli. Ricordo la loro merda e il loro piscio strabordare dal camion e gocciolare a terra ad ogni semaforo rosso o incrocio. Mi ricordo di aver provato pietà. Ma ricordo anche di sentirmi già allora abituato a tutto questo.

Non c’è nulla come l’odore di piombo che esala una nave carica di agnelli in una giornata d’estate. Al liceo, l’odore si siedeva con noi nel cortile della scuola, entrava in ogni classe. Una zaffata di morte e disperazione, che si alzava mentre tu eri lì intento ad ingurgitare la torta della mensa. Ricordo che non ci facevo caso. Non si poteva sfuggire a quell’odore. Era qualcosa con cui necessariamente convivere.

Quell’odore ha un effetto proustiano su di me. Mi riporta alla porta d’ingresso della mia casa di allora, notti fresche, la mia fidanzata, pic nic in famiglia, i negozi del centro, tossicomani fatti di crack, e carri allegorici hippie che protestavano contro l’uranio ed il live export durante la Parata di Fremantle. Una sorta di innesco olfattivo che mi porta dentro un montaggio caleidoscopico di scene e personaggi di Fremantle.

Sono immagini intrinsecamente legate al crudo orrore dell’industria dalla quale quel puzzo ha origine.

Il 29 dicembre dello scorso anno la nave cargo M/V Ocean Outback, battente bandiera israeliana, ha fatto ritorno al porto a causa di problemi tecnici. Lì rimase per 10 giorni. 33 animali sulla nave morirono disidratati per il gran caldo. Trenta agnelli e tre vitelli. Su un totale di 7500 non sembra così male.

Il vitello Manny è fuggito da una nave simile in una giornata con una temperatura di 37 gradi. Un altro vitello, sempre dalla stessa nave e nello stesso giorno, ha tentato la fuga. Ma si è ferito alle zampe nel salto ed è stato subito ucciso. Manny invece, chissà come, è riuscito a scappare. E ci è galoppato vicino, con aria disperata. Non esiste nulla di più evidente dell’immagine di un animale in preda all’angoscia. Manny sembrava pietrificato. Si era tuffato nell’oceano, arrampicato su per la riva rocciosa, e si era gettato a capofitto nella fuga per le strade della città nel caldo torrido di quella giornata.

Mentre scrivo, sto controllando sul sito di “Stop Live Export” alla ricerca di notizie di Manny. Ed è di pochi minuti fa il post che ne annuncia la morte. Subito dopo la sua cattura c’è stato un tentativo disperato di trattare affinché venisse portato in un santuario per animali, con una petizione che ha raccolto 1300 firme.

Non c’è nulla come il racconto di una fuga. Riporta all’atavico rispetto per chiunque abbia il coraggio di sottrarsi al suo destino e saltare fuori dalla ruota di merda della propria vita.

Manny ha nuotato, e corso, e corso ancora. Ed ora Manny è morto.

La proprietà della nave da cui è fuggito ha rilasciato un comunicato: “ Per proteggere la salute e la salvaguardia della popolazione, il manzo è stato sedato pesantemente prima di essere ricondotto all’unità di quarantena, dove è stato visitato da un veterinario. Purtroppo il manzo non ha retto agli effetti combinati della sedazione e dello sforzo fisico sostenuto, ed è deceduto nel sonno”.

Aver assistito alla fuga di Manny per me non è stata un’epifania, quanto piuttosto una conferma. Sono cieco alla brutalità dell’industria del live export semplicemente perché vi vivo accanto da tutta una vita. Corro a salvare una lucertola in mezzo a una strada, ma non provo pressoché nulla quando assisto alle operazioni di carico di migliaia di agnelli spinti a forza su una cigolante nave della morte, ove soffriranno per settimane per il caldo insopportabile fin quando verranno a forza fatti scendere per essere condotti a morire in qualche macello dall’altra parte del mondo.

L’odore della loro sofferenza è per me ormai normale, come normale è la vista della Fremantle Round House, che una volta era una prigione e luogo di tortura.

Guardammo il tramonto e guardammo la frotta di rangers percorrere in lungo e in largo la spiaggia chiedendo notizie di una mucca fuggitiva. L’avevamo vista tutti, la mucca.

Mangiai il mio burger.

Sia la M/V Ocean citata nell’articolo che la nave da cui sono fuggiti Manny ed il suo altrettanto sfortunato fratello, sono di proprietà della Wellard Group, gigante dello sfruttamento e proprietaria delle più grandi navi negriere esistenti.
Non venitemi a parlare di corner vegan nei supermarket e di prodotti vegan delle grandi aziende. Non stiamo vincendo manco per niente.

 

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