#Livexport: natale a bordo

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La dottoressa Lynn Simpson è uno dei veterinari con la più lunga esperienza sulle navi bestiame. Ha solcato i mari per ben 57 volte, sulle lunghe tratte e sulle brevi, lavorando per ogni compagnia che opera nel live export australiano. Fin dal primo viaggio, ha cercato di denunciare le condizioni di estrema sofferenza a cui sono sottoposti gli animali. Costretti a viaggiare immobili e in piedi per settimane, immersi nei liquami delle proprie deiezioni, a bere acqua e mangiare cibo contaminati dalle feci. Animali che nelle feci affogano. Dopo aver raccolto (invano) prove per anni, la dottoressa Simpson lascia il live export e nel 2012 passa a lavorare per il governo australiano. Con il compito di coadiuvare il ministero dell’agricoltura a riscrivere le norme ed i regolamenti per il benessere animale sulle navi cargo. Redige un dettagliato rapporto, corredato da fotografie scattate negli anni. Un impietoso ritratto di quel che il live export è realmente, al di là delle immagini e delle rassicuranti notizie diramate da armatori e esportatori. Si tratta del primo rapporto redatto da un veterinario impegnato a bordo, e per di più corredato di fotografie. Un documento esplosivo. Tanto che il governo ne vieta la pubblicazione. Ma – per errore o meno – questo viene caricato sulla pagina web del dipartimento dell’agricoltura, rendendolo quindi pubblico. La carriera della dottoressa Simpson è segnata. Per ordine esplicito della lobby del live export viene licenziata dal governo.Ci sono volute le terribili immagini di vitelli, caricati in Australia e trasportati per settimane, uccisi a colpi di martello in un macello vietnamita, e il clamore suscitato, per far sì che i portavoce dell’industria ammettessero che le denunce portate avanti dalla Simpson avessero qualche fondamento. E si dichiarassero pronti ad organizzare una tavola rotonda, con la partecipazione della stessa Simpson, per implementare il “benessere animale”. Regole sul “benessere animale” e controlli sul “benessere animale” redatti e organizzati da chi sugli animali lucra. Il controllato che controlla se stesso. Fumo negli occhi. Vuote parole.
La sua storia è stata raccontata in un articolo ABC News Australia che potete leggere qui, e che include anche un interessantissimo video.

Come molte altre persone, in tutta buona fede e con i migliori propositi, la dottoressa Simpson ha creduto di poter cambiare il sistema dall’interno. Risultandone inevitabilmente sconfitta.

I suoi racconti, le sue fotografie, le sue parole, sono comunque una importantissima testimonianza della realtà di questa industria, che macina ogni anno centinaia di migliaia di animali. Caricati a forza nei porti di mezzo mondo e costretti a viaggiare all’interno di mastodontiche navi negriere per settimane.

Il destino di Scilla.

Uno dei pochi che al suo destino è fuggito.

Uno dei pochi che ha vinto e si è salvato.

Uno dei pochissimi che questo Natale lo sta passando da animale libero, in un piccolo libero angolo di mondo.

Mentre, altrove, anche ora, l’unica cosa in cui tanti suoi simili possono sperare è una morte liberatoria e dignitosa. Magari anche un alito di quel che dovrebbe essere l’”umanità”. Come racconta Lynn Simpson in questo articolo che parla di un Natale a bordo.

Non sono mai stata una patita del Natale. Per mare ho imparato a celebrarlo alcuni anni, e ad ignorarlo altri.

Infatti, in alcuni casi, i comandanti delle navi con personale di varie nazionalità può decidere di ignorare ogni ricorrenza (religiosa e non), in modo da non scontentare o privilegiare nessuno. Altre volte invece ho assistito a celebrazioni continue, di ogni festa e ricorrenza di ogni religione e paese rappresentato a bordo. Natale, Eid, anniversari dell’indipendenza nazionale, compleanni, e chi più ne ha più ne metta.

Certo, la seconda opzione è quella che da risultati migliori. Laddove il morale è alto, si lavora meglio, e si produce di più. Ogni festa e celebrazione non fa altro che migliorare e non di poco la noiosa vita da marinaio.

E non è affatto difficile organizzare festeggiamenti su una nave. Bastano qualche lattina di Pepsi, limonata, un po’ di gelato, e magari del vino analcoolico sulle navi “asciutte” o birra su quelle “bagnate” ed il gioco è fatto. Se si è fortunati saltano fuori anche due o tre decorazioni, ed ecco che per quelle due o tre ore l’umore generale passa dalla stanchezza e frustrazione ad un’allegra spensieratezza.

E magari un po’ di malinconia per essere così lontani dai propri cari. Ma questo, ahimé, è inevitabile quando si lavora per mare.

Certo che il Natale a bordo ha tutto un altro sapore. Non è come passarlo a casa con la famiglia. Ma è un’occasione per stringere rapporti, scambiare auguri e convenevoli, magari imparando un paio di parole in una lingua che non conosci. E’ un modo per rompere la monotonia. E per sentirsi tutti un po’ più vicini.

In quei giorni, sembra quasi che aumenti anche la compassione verso gli animali che trasportiamo. Più di una volta ho sentito qualche membro dell’equipaggio augurare Buon Natale o Eid Mubarak a qualche agnello o vitello. Che di certo non ha compreso, e anche se avesse compreso non era di sicuro nella condizione di voler celebrare alcunché. Ma questi gesti riportano alla mente come un ricordo di cosa significa “umanità”.

Un anno avevamo lasciato Djibouti e stavamo navigando in acque ad alto rischio di attacco da parte di pirati, attraverso lo stretto di Bab el Mendeb, tra lo Yemen e l’Eritrea, diretti a nord verso il Mar Rosso.

Di solito in quelle zone la rete cellulare non funziona. Ma quel giorno il mio telefono squillò. Era una mia amica dall’Australia che mi augurava buon Natale.

Giusto la scorsa settimana lei mi ha ricordato di questa telefonata, e di come le abbia risposto che eravamo circondati da pirati, e che l’avrei richiamata da lì a qualche giorno. Una risposta di certo inaspettata, se non lavori per mare.

Lì, Natale era un giorno di lavoro come un altro.

E’ prassi comune, sulle navi che trasportano bestiame, affidarsi anche agli occhi dell’equipaggio per tenere sotto controllo lo stato degli animali. Di certo, i mandriani a bordo e la sottoscritta, da soli, non sarebbero mai in grado di controllare giornalmente qualcosa come 120.000 agnelli, o 20.000 vitelli, o un imprecisato mix dei due. Su navi di questa portata, il rapporto tra il numero di animali a bordo e il personale veterinario e di custodia, suona come una presa in giro. Sulle navi più piccole il compito è meno arduo, ma queste sono destinate ai brevi tragitti. Sulle lunghe tratte, invece, vengono impiegate le grandi navi, dove con il trascorrere dei giorni sia per gli animali che per chi ci lavora la fatica è tale da esauriti ogni forza.

Date le diverse culture con cui mi trovo a rapportarmi, non sempre è facile convincere il personale di bordo a riferire al “Dottore” che qualcosa non è stato notato, o è stato sbagliato. Per un innato senso della gerarchia e per un altrettanto innato sentimento di inferiorità nei confronti dei superiori, molti infatti tacciono, anche di fronte all’evidenza.

Per me invece ogni aiuto è importante. Una cosa di cui essere grata. Nella mia carriera ho incontrato tante persone eccezionali, che hanno lavorato al mio fianco. E vedere come venivano trattate dai loro superiori e datori di lavoro mi ha sempre fatto ribollire il sangue.

I dottori a bordo sono noti per essere un dito nel culo della gerarchia, e sono contenta di non essere stata da meno. Ancora oggi mi capita di ricevere sommesse parole di ringraziamento da parte dei sottoposti che ho difeso. E ne sono fiera. E’ segno che, non ostante tutto, non ho mai perso la bussola morale.

Un Natale stavamo attraversando l’Oceano Indiano. Faceva un caldo incredibile ed io avevo qualcosa come 20.000 vitelli sotto la mia custodia. Mentre correvo da un ponte all’altro per effettuare interventi chirurgici con diversi stadi di sedazione, un marinaio mi si avvicinò dicendomi che c’era un animale malato al ponte 14. Avevo appena iniziato ad operare, quindi gli dissi che avrebbe dovuto attendere almeno trenta minuti. Mi rispose con un “Grazie Dottore” e se ne andò. Terminai e mi recai al ponte 14, a babordo, lato esterno. Era tutto quello che sapevo.

Quello che trovai fu il più triste regalo di Natale che potessi ricevere.

C’era questo piccolo manzo, collassato, la testa tra le sbarre, incosciente ma che ancora respirava.

Non avevo riconosciuto il marinaio che mi aveva parlato. Aveva una maglietta gialla in testa, solo gli occhi visibili attraverso il buco del collo, le maniche legate dietro la nuca, in modo da proteggere il volto dalla polvere. Il classico dispositivo di protezione personale stile filippino.

Diedi un’occhiata al manzo e procedetti immediatamente con l’eutanasia. Non era cosciente, così non mi feci i 12 piani di scale e i 300 metri di corridoio per andare a prendere la pistola. Recisi la giugulare e la carotide con il mio coltello. Estrassi i vasi sanguigni con le mie dita, e il sangue si riversò fuori dal suo corpo insieme alla sua vita. Lui, incosciente e ignaro di quel che stavo facendo.

Quel che mi rimase impresso fu il fatto che, anche se il marinaio era impegnato in altro e non era suo compito occuparsi degli animali, lui aveva fatto tutto quello che gli era possibile per cercare di alleviare il dolore di quel vitello. Aveva preso un secchio, lo aveva rovesciato, e vi aveva adagiato la testa dell’animale, in modo da sollevare il collo dalla sbarra di ferro orizzontale. Aveva poi preso un pezzo di compensato per fargli ombra e cercare di dargli un minimo di sollievo dal caldo torrido, e solo dopo era corso a cercare me.

Non avevo mai visto nessuno fare tanto. Un raggio di umanità in un mare di inutile tristezza. Le lacrime mi riempirono gli occhi e mi solcarono le guance. Le asciugai e ritornai al lavoro.

Dopo due giorni capii finalmente chi fosse quel marinaio. Quando gli chiesi se era stato lui a chiamarmi per il manzo, mi rispose timidamente di sì. E si scusò per il fatto che non fosse sopravvissuto. Gli spiegai che il suo destino era comunque segnato, sarebbe morto comunque, e che gli ero grata per il fatto che avesse fatto di tutto per aiutarlo, anche se questo non era nei suoi compiti.

Aprii il mio portafogli e gli diedi 100 dollari. Mi guardò stupefatto. Fece per rendermeli, ma rifiutai. Provò di nuovo e di nuovo rifiutai. Era tutto il denaro che avevo con me.

Gli spiegai che in tutti i miei anni come veterinaria sulle navi bestiame avevo ricevuto aiuto da tanti membri dell’equipaggio, ma mai avevo assistito ad un gesto come il suo, al tentativo di dare sollievo alla sofferenza senza speranza di quel vitello, E per me questo era stato il più prezioso ricordo di cosa significhi umanità che potessi ricevere. Il suo era stato un regalo di Natale triste, ma importante.

Le marche auricolari del manzo finirono nel bidone dei deceduti, quello che chiamiamo RIP container, e una volta che il racconto del mio regalo di Natale, e della ricompensa ricevuta dal marinaio, cominciò a girare ricevetti un incredibile numero di segnalazioni di animali in difficoltà, anche se non in situazioni di emergenza, ma comunque buon per loro.

Buon Natale a tutti coloro che lo passano lavorando a bordo!

scilla

Scilla

Se fossi una che fa gli auguri di Natale, i miei auguri andrebbero invece a Scilla. E agli abitanti di quel piccolo angolo di mondo. Ad Agripunk.

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