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Come sopravvivere al licenziamento e vivere felici

Che la vita ti sia lieve

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Poco prima di Natale stavo passeggiando con Cane Maggie, una delle mie “clienti” ormai da quasi un anno. Eravamo nel grande piazzale dove il sabato si tiene il mercato. Una leggera nebbia ci avvolgeva. Intorno nessuno. Nessun rumore, nessun’auto, nessun passante. Nessun altro oltre a noi.

Solo le luci dei lampioni, e quelle che provenivano dall’unico edificio illuminato. Lassù file di finestre. Scrivanie vuote, poltrone di pelle, librerie colme di schedari e faldoni, le classiche tristi piante da ufficio.

Una donna in grembiule bianco e guanti gialli intenta a pulire.

Un uomo seduto all’unica scrivania occupata. Telefono all’orecchio. Camicia bianca, giacca e cravatta.

L’uomo si alza, si avvicina alla parete di vetro e guarda giù.

Giù ci siamo io e Maggie.

Maggie sta annusando interessata una cacca. Forse si sente osservata. Alza lo sguardo verso l’uomo lassù, poi verso di me.

Pensa un po’, amica Maggie, che una volta anche io vivevo lassù, quasi tutto il tempo. E quando non ero là ero su un aereo, o in qualche albergo o fabbrica o fiera dall’altra parte del mondo. E quando non ero in nessuno di questi posti ero a spendere i soldi guadagnati vivendo lassù o dall’altra parte del mondo.

Ero sicura, perché così viene insegnato, che questo fosse l’unico modo di vivere. Quello giusto. Avere un ruolo all’interno della società. Avere uno stipendio. Andare tutti i giorni al lavoro. Avere delle responsabilità. Vendere, comprare, produrre.

Poi un giorno tutto mi è crollato addosso. Un giorno sono stata chiamata in ufficio dal Grande Capo In Persona e mi è stato spiegato che, si sa, la crisi, la ristrutturazione, la necessità di tagliare costi e risorse.

E’ stato come cadere in una voragine. Come perdere tutto. Come smettere di respirare. Ero stata buttata fuori. Ero finita. Non ero più nessuno. Non avevo più un lavoro, quindi nessuna importanza. Nessun ruolo.

Ci sono voluti mesi, se non anni, per rimettere insieme i pezzi.
Ed imparare. Imparare ogni giorno qualcosa.

Imparare ad inventarsi un modo per avere di che vivere, che sia divertente e che ti faccia crescere giorno dopo giorno.
Io ho iniziato quasi per caso, ed ora sono forse la tata più amata dai cani della mia piccola città.

Imparare a lasciare andare.
E dopo aver imparato a lasciare andare le cose materiali, imparare a lasciare andare le convenzioni sociali, e dopo di queste lasciare andare i legami che fanno male, quelli che non sono più sentiti o condivisi, quelli che tirano giù, di nuovo verso la voragine.

E dopo aver imparato a lasciare andare le convenzioni sociali, imparare a non aver paura.
Paura di essere criticata, di non essere all’altezza, vestita abbastanza bene, abbastanza ricca, abbastanza integrata.

Imparare ad amare.
Amare il cambio lento delle stagioni. Il passerotto sul ramo. Il giallo dei fiori di topinambur e del tarassaco. La perfezione di un soffione o di una foglia in autunno. La pioggia. Il freddo. I raggi caldi del sole.
Amare la vita vivendola giorno dopo giorno.
Carpe diem.
Il domani non esiste. Il passato nemmeno. Quindi, di che preoccuparsi.

Imparare a stare da sola.
A far tacere quella antipatica vocina che cerca di farti ritornare il magone per tutto quello che hai perso, e per il domani e per i soldi e per la tua solitudine. Stare da sola a leggere.
O a camminare. Con i miei pantaloni di velluto a coste, gli scarponi da quattro soldi, le mani in tasca. Come un vero vagabondo del Dharma.

Maggie mi guarda, ride e approva. Noi cani, e non solo noi, tutto questo lo sappiamo da tempo immemore. Sappiamo dalla nascita come vivere nel presente, qui e adesso, senza inutili fardelli.
Carpe diem, amica, e che la vita ti sia lieve.

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IMPARA DA FARGO!

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Questa mattina mi sono recata presso un centro di orientamento al lavoro, qui nel paesino dove vivo, dove un ragazzo gentilissimo mi ha messo a disposizione la banca dati per trovare aziende a cui mandare la mia candidatura (con poche speranze, ma tant’è) e la sua spalla su cui piangere un po’. Nel tentativo di consolarmi, mi ha fatto notare come la situazione in questo paese sia ormai tragica, e che quindi potevo a buon diritto considerarmi non una sfortunata eccezione, ma perfettamente nella norma. Nella provincia di Milano, tanto per dirne una, l’unico dato in salita è quello del numero delle aziende che chiudono. Tornata a casa, dopo aver infornato il mio ottimo tofu marinato, ho dato un’occhiata su internet. Il quadro che emerge non è tragico: è disperato.

Il tasso di disoccupazione si avvia verso il 12%, ed il dato è in costante peggioramento. Significa che, in media, ogni cento persone dieci o dodici non hanno uno stipendio, quindi non hanno soldi per fare la spesa, per pagarsi una casa, per comprarsi un nuovo vestito. Quindi chi vende le verdure e il pane, chi affitta le case, chi fa i vestiti, non ha più clienti e quindi non lavora più e quindi chiude e quindi tutti quelli che lavoravano lì diventano disoccupati.

Persino la Croce Rossa è preoccupata, parla di carenza di ammortizzatori sociali, di aumento continuo di persone indigenti, di pericolo del verificarsi di episodi di violenza come già accaduto in Grecia.

Insomma, niente per cui essere particolarmente allegri, e niente che faccia sperare in un miglioramento a breve, né in generale né della mia personalissima situazione.
E allora che si fa? Ci si suicida? Giammai!
La prima cosa è non perdere la testa, e mantenere lo sguardo bello fisso intorno a sé, e l’umore bello alto. Il modo migliore è prendersi cura del proprio corpo: una bella doccia, un sapone profumato (magari prodotto dalla tua amica, ed ottenuto con il baratto: io ti do la maionese fatta in casa e tu mi dai il sapone fatto in casa), un sacco di passeggiate all’aperto, che ti ossigenano il cervello e la pelle, un amico a quattro zampe con cui giocare, ridere, dormicchiare.
La seconda è non spendere, o spendere il minimo indispensabile. Se penso a quanto spendevo prima, quando avevo un bello stipendio, mi rendo conto che anche io, pur essendo comunque tutto meno che una stolida fashion victim, ero schiava della mentalità dilagante del consumare a tutti i costi. Quante cose inutili! Fai una lista di quel che spendi ogni mese, e zac, elimina l’eliminabile: aperitivi con gli amici, cene fuori, usa il cellulare il meno possibile, e la macchina ancor meno del meno possibile.
La terza è non buttare, ma riparare e riutilizzare. Il mio beagle pazzo ha rotto il giochino? Lo si aggiusta. Il maglione è infeltrito? Può diventare una cuccia per il gatto.

La quarta è osare: chiedi a tutti quelli che conosci, proponiti per il lavori più improbabili, non lasciarti scappare neanche un’occasione.

E se tutto questo non funziona, se la crisi persiste, se il lavoro non si trova, se la vecchia zia milionaria si rifiuta di morire e lasciarti l’eredità, aguzza l’ingegno e dai libero sfogo alla creatività, e tieni ben presente che è questo sistema sociale ad essere il primo responsabile della crisi e delle tue magagne, quindi nulla ti vieta di beffarti delle sue regole. Impara da Fargo (ma vedi di organizzarti meglio).

COME IN UN FILM, MA ALL’ITALIANA

Arriva il momento di fare il grande passo, quello che sanziona in modo inequivocabile la fine della vita come era stata finora (lavoro, stipendio, soldi in banca, possibilità di fare la spesa e mangiare).
Ieri osservavo ad occhi sgranati e con un certo qual senso di inquietudine la precipitosa caduta in verticale del mio conto in banca, e la cocciuta totale mancanza di risposte alle tante mail mandate a caccia di lavoro.
Ed oggi eccomi qui, come nei film, in coda in questo posto incredibile che una volta era il tristo ufficio di collocamento, e che ora è stato pomposamente ribattezzato AFOL, ovvero Agenzia Formazione Orientamento Lavoro (scomparsa la parola collocamento, sarà un buon segno? Considerando che all’entrata l’impiegata, rispondendo ad una fastidiosa signora insistente, ha dichiarato perentoria “Qui niente assunzioni, solo licenziamenti” mi sa proprio di no).
La prima ed ultima volta che ci ero venuta, appena laureata e tutta piena di rosee aspettative, era un ufficio tristo e bigio, con le pareti scrostate e quel vago odore di povero e di minestra. Ora sembra che un’astronave lucida ed argentea sia planata nell’enorme sala circolare.

L'astronave AFOL

L’astronave AFOL

Ed una suadente voce femminile risuona come canto di sirena: “Cliente D118 sportello 21”.
Cliente? Ma “cliente”, se l’italiano ha ancora un senso, è colui che “con regolarità, compra da uno stesso negoziante o si vale dell’opera di un professionista”, ovviamente liberamente scegliendo. Prima, quando ancora guadagnavo, ad esempio, io ero cliente della Feltrinelli, di Lush, del Pub 24 di Isola con i suoi indimenticabili Jack on the rocks versione gigante, o di Opera 33 dove andavo a bearmi di assenzio in compagnia dei miei amici. Così come non sono cliente delle ferrovie (visto che non ho scelta, se voglio viaggiare e non voglio farlo in auto), parimenti non sono di certo cliente dell’astronave gigante mangia-disoccupati.
Per la miseria, non basta certo sostituire la parola “utente” con altro per cambiare la realtà delle cose. Non basta chiamarmi “cliente” per farmi sentire come se fossi dal parrucchiere anziché in questo posto triste. Sono e resto, insieme a tutti gli altri qui rinchiusi, una vittima involontaria delle circostanze.
Non basta soprattutto quando poi vieni a scoprire che, grazie a Monti, essere iscritti nelle liste di mobilità non ti da alcun vantaggio nel cercare un altro lavoro: tutte le agevolazioni fiscali per chi assume un “mobilitato” sono state cancellate con un colpo di spugna, se l’azienda dove lavoravi ha meno di 15 dipendenti (ovvero la maggioranza delle aziende del paese scarpa). E non basta quando, soprattutto, vieni a sapere che per avere il sussidio di disoccupazione, che è l’unica cosa che ora mi interessa, non posso più andare all’INPS, che per vent’anni si è mangiata una bella fetta dei miei sudati soldi. No, perché l’INPS non fa più servizio al pubblico. Si può accedere ai servizi solo per via telematica, mi dice l’impiegato dell’astronave AFOL con aria contrita, ma la procedura è lunga ed irta di ostacoli. L’INPS, come leggo sul loro sito, ti racconta che:

Una quota dei contributi versati per i lavoratori regolarmente iscritti all’INPS serve per assicurarsi contro la perdita del lavoro e la disoccupazione, causata dall’estinzione di un rapporto di lavoro per cause non attribuibili alla volontà del lavoratore stesso.

Ma se vuoi indietro i tuoi soldi ora che ti servono, devi aguzzare l’ingegno e giocare una sorta di Giochi Senza Frontiere. Ti viene consegnata una lista di patronati (la maggior parte enti privati, quando non legati alla chiesa cattolica) che, in linea del tutto teorica, possono comunicare con l’INPS e farti il piacere di chiedere per te i soldi che ti spettano. E non ti resta altro da fare che sgambettare da un posto all’altro, per trovare chi questo servizio, che dovrebbe essere obbligatorio, di libero accesso, di facile reperibilità, lo effettua realmente.
Nella lista che hanno consegnato a me c’era dentro pure l’ENPA che, si sa, è preposto alla protezione animali e non disoccupati, ed un bugigattolo fatto così:

Il bugigattolo a China Town

Il bugigattolo a China Town

All’interno una povera ragazza imprigionata tra la parete e la scrivania, che ha scosso sconsolata la testa: niente da fare nemmeno qui.
E meno male che il mio negozio di bontà era aperto, così, per riprendere le energie e continuare la gara, ho investito le ultime monete in questa delizia:
Foto0224Perché mai lasciarsi abbattere, quando sembra che tutto e tutti facciano a gara a tirarti mattonate in testa. Nel caso, o Marmite o Branston!

I LAVORETTI DEL CAZZO, OVVERO COME CERCARE DI GUADAGNARE DUE SOLDI E NEL CONTEMPO NUTRIRE LA MENTE

lavorare-da-casaQuando ti svegli la mattina, e ti ricordi che non devi andare al lavoro, perché il lavoro non ce l’hai più, ecco che arriva la malinconia. E la malinconia ti porta a non fare nulla, se non fissare il vuoto, una tazza di brodoso caffè tiepido in mano, non ti lavi, non ti pettini, vivi in pigiama. Inizi a cercare annunci sul web, e finisci per passare ore a scorrere la pagina di facebook, leggendo i commenti di gente che è al lavoro e vorrebbe essere altrove, e ti intristisci sempre più, pensando che invece tu vorresti essere di nuovo alla tua scrivania.  E così un lavoro non lo troverai mai, e non ti godrai nemmeno il tempo che hai a tua disposizione, magari per la prima volta dopo anni ed anni passati ad alzarsi presto, correre in ufficio, lavorare per ore ed ore per far arricchire qualcun altro (nella migliore delle ipotesi uno stronzo).

Ti senti inutile, ed è questo che devi evitare. Non avere un lavoro tipo otto-ore-in-ufficio-per-una-paga-da-fame non è necessariamente un fallimento. Potrebbe diventare l’inizio di un’avventura meravigliosa.

Primo passo, quindi, è evitare di sentirsi inutile, quindi evitare di avere troppo tempo per piangersi addosso, quindi cercare di occupare mente e mani.

Io cosa so fare? E cosa mi piace fare? Di sicuro non mi è mai piaciuto fare il buyer, e l’ho fatto per più di dieci anni.

So portare a spasso il cane.

Mi sono quindi iscritta ad un corso per pet-sitters, che mi permetterà di vantare un diploma di perfetta dama di compagnia per animali e diventare in tempi brevi la pet sitter numero uno della Milano bene.

So scrivere.

Mi sono iscritta a tutti i siti che ho trovato di lavori freelance, offrendomi come traduttrice dall’inglese all’italiano. Ci vuole pazienza e costanza. La concorrenza è spietata. In attesa di trovare un lavoro retribuito, e per farmi un portfolio ed un nome, sto intanto collaborando come  volontaria con blog, giornali online, dizionari online.

So cucinare.

Non c’è niente di meglio per cacciar via la tristezza che cucinare. E non esiste metodo migliore per risparmiare che preparare in casa maionese, pasta, salse, seitan. Perché se non hai uno stipendio, almeno evita di spendere.!