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Chantek

ritratto

Il 17 agosto 2017 Chantek, l’orango che parlava il linguaggio degli umani, è deceduto per arresto cardiaco.

Era nato 39 anni fa, per l’esattezza il 17 dicembre 1977, presso il Yerkes National Primate Research Center ad Altanta, Georgia.

Il centro, fondato nel 1933, effettuava (ed effettua tutt’ora) studi su primati: trattamenti farmacologici, sviluppo di vaccini, studi congnitivi e comportamentali, trapianti di organi, sviluppo di animali transgenici (qui è stato creato il primo ceppo di macachi modificati geneticamente al fine di sviluppare il morbo di Huntington).

Qui, nel 1974, Frederick Wiseman girò un film che ha non poco contribuito a cambiarmi la vita: Primate.

Mi ci imbattei per caso un caldo pomeriggio estivo di tanti anni fa.

Con la sua narrazione piatta, oggettiva, scevra da coinvolgimenti, catapulta lo spettatore della realtà di un laboratorio di sperimentazione. Senza filtri, senza nulla nascondere. Wiseman non è un attivista per i diritti animali. Ma in questo documentario, come aveva già fatto con Titicut Follies del 1967, girato all’interno dell’istituto psichiatrico penitenziario Bridgewater State Hospital, denuncia l’alienazione, la violenza, la reificazione dei reclusi.

Chantek qui passa i suoi primi nove mesi, per poi essere trasferito presso l’università del Tennessee a Chattanooga, dove entra a far parte del progetto di studio diretto dall’antropologa Lyn Miles. Scopo del progetto è crescere Chantek come fosse un umano, a stretto contatto con esseri umani, imparando a parlare e comprendere il linguaggio umano. Creare un ponte tra due specie, tra due intelligenze e due diverse culture. Vezzeggiato e coccolato, alloggiato in un camper attrezzato per lui, divenne il beniamino del college, tanto da vedere la sua foto inclusa negli annali studenteschi.

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In pochi mesi imparò il linguaggio dei segni. Nei mesi e negli anni arricchì il suo vocabolario, inventando anche neologismi o utilizzando parafrasi per esprimere concetti ed idee. Dimostrò di avere antipatie e simpatie, di apprezzare la pittura, il gelato, i viaggi in macchina, ma anche dondolarsi dagli alberi ed arrampicarsi sulla recinzione posta intorno al suo camper.

Chantek passò nove anni al college, sotto la costante supervisione di Miles e dei suoi assistenti.

Nove anni durante i quali crebbe, passando dall’essere simulacro di un bambino all’esplicitare la sua vera natura: quella di un giovane orango desideroso di esperienze ed avventure.

Man mano che cresceva e diventava più forte, aumentava anche la preoccupazione della direzione del campus.

Alle tre del pomeriggio del 26 febbraio 1986 aggredisce una studentessa. In realtà, quel che Chantek fece fu arrivare all’improvviso alle sue spalle, spaventandola a morte.

Per questo, venne condannato a tornare a Yerkes.

Qui visse altri undici anni, confinato in una gabbia di cinque metri per cinque, in completo isolamento.

Quando la dottoressa Miles o la sua assistente andavano a visitarlo, Chantek esprimeva loro il suo dolore (“Mi fa male” “Dove?” “Ai sentimenti”), e chiedeva, invano, di essere riportato indietro, alla vita di prima (“Prendi le chiavi” “Apri” “Portami a casa”).

Fu soltanto nel 1997 che lo zoo di Atlanta accettò il suo trasferimento presso la sua struttura. Chantek passò quindi da una gabbia all’altra, certo, ma almeno poteva godere di un po’ più di spazio e di qualche albero e della compagnia di altri oranghi (che lui, vissuto tra gli umani, all’inizio chiamava “cani arancioni”).

E qui è morto.

L’orango che andò al college e che imparò a vivere tra gli umani.

La sua storia è raccontata in un documentario, dal titolo “L’orango che andò al college” e che potete visionare qui.

Fonti:

http://www.corriere.it/animali/17_agosto_08/addio-chantek-morto-l-orango-che-parlava-lingua-segni-9acb3fc4-7c0d-11e7-81a5-3e164bb23329.shtml

https://en.wikipedia.org/wiki/Yerkes_National_Primate_Research_Center

http://www.nytimes.com/1974/12/01/archives/fred-wisemans-primate-makes-monkeys-of-scientists-primate-dissects.html

http://www.bigwavetv.com/productions/chantek/

https://en.wikipedia.org/wiki/Chantek

 

E’ guerra alla libertà

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Giusto un anno fa, più o meno in questi giorni, venivo contattata dalla mia amica Antonella, che vive a Pantelleria.

Chiedeva aiuto per tre tori che da anni vivevano liberi nella sua isola. Un recente e grave incendio li aveva privati del cibo, e il gran caldo e l’arsura dell’acqua. Così si erano visti costretti ad avvicinarsi alle abitazioni nel tentativo di sopravvivere.

E prontamente il sindaco dell’isola aveva emesso un’ordinanza di abbattimento, al fine di salvaguardare l’incolumità degli umani.

Sempre la stessa storia, che si ripete uguale a se stessa ogni qualvolta si verifichi un incontro scontro tra animali liberi, nel loro mondo libero, e animali umani, convinti di essere gli unici a poter disporre di questo pianeta.

Ma quella volta era andata diversamente. Ci siamo messe a tavolino. Io, Antonella e gli Agripunkers. Abbiamo scritto un primo articolo, promosso una petizione, coinvolto piccoli gruppi e collettivi, come quello di Resistenza Animale.

Senza aiuto alcuno da parte delle grandi associazioni (a parte un tardivo tentativo di Animalisti Italiani di impadronirsi della campagna e fregiarsi della vittoria), in poco tempo abbiamo raccolto più di 30 mila firme, coinvolto la stampa locale e nazionale, creato un tal clamore da spingere il sindaco a convocare Antonella e concordare una soluzione alternativa all’uccisione.

I tori, pian piano, sono stati guidati verso una valle lontana dall’abitato. Alcune persone del luogo si sono impegnate a fornire loro acqua e cibo.

Ed è stato così che due di loro (un terzo è stato ucciso comunque), ad oggi, possono ancora vivere tranquilli. Liberi. Padroni della loro vita. Nella terra che è la loro casa, e non esclusivo appannaggio della specie dominante.

Si è trattato di una vittoria epocale.

Ma soprattutto di una vittoria che avrebbe dovuto fare scuola, un approccio che sarebbe dovuto diventare comune e consolidato ogni qualvolta si fosse presentato un evento simile.

Ma così non è stato.

Dei tori di Pantelleria quasi nessuno ha parlato.

Di trovare una soluzione simile per altri animali liberi e selvaggi non si è quasi mai provato.

Non nel caso delle mucche di Brenna, fuggite durante il trasporto da un alpeggio francese ad una fiera del bestiame, che le avrebbe viste messe in vendita per poi essere rinchiuse in qualche allevamento fino alla morte. Da mesi le due mucche vivevano libere e amate dalla gente del posto, sicure e monitorate. Ma che sono finite in un recinto di un rifugio, con un nome ridicolo. Il post del rifugio in questione, involontariamente, ci racconta di quanto questa fine non sia quella che le due evase avrebbero voluto. Si chiedono infatti che mai sarebbero riusciti ad “acchiappare” le due mucche.

O di recente le mucche libere di Carpineto Romano. Sono centinaia, e da tempo vivono libere, ormai rinselvatichite, allo stato brado. Come ogni mucca, ogni vitello, ogni toro vorrebbe vivere.

Non nel caso dei tanti cinghiali che, spinti dalla penuria di cibo, dalla sovrapopolazione causata dalle immissioni in natura da parte dei cacciatori, dalla depauperazione del territorio sempre più antropizzato, sempre più spesso si spingono nelle città e nei paesi in cerca di cibo.

Per loro, nel peggiore dei casi l’uccisione o la cessione a aziende venatorie, nella peggiore la reclusione a vita in recinti che, per quanto grandi possano essere, non saranno mai paragonabili all’infinita vastità dei loro boschi e dei loro monti.

Da ultimo, oggi, la tragica fine di KJ2. Colpevole, come altri orsi prima di lei, soltanto di vivere nel suo territorio, e difendersi dall’intrusione di estranei, spesso minacciosi e pericolosi.

Questa notizia, legata a tante storie terribili di cinghiali e a quella di mucche condannate a morte perché libere e considerate pericolose per l’incolumità umana, è un pugno allo stomaco.

E’ evidente come stia diventando una emergenza primaria la difesa dell’animale libero nel suo ambiente libero.

E chi lotta per la liberazione animale dovrebbe lottare per la libertà degli animali, non solo per la loro salvezza fisica. Non dovremmo inscatolare chi è libero, con il nobilissimo fine di salvarlo dai cacciatori e dai mille pericoli di un mondo non sempre a sua misura, ma salvaguardarne la libertà.

Dovremmo tornare non solo nelle piazze, ma anche nei boschi.

Dovremmo imparare dalle passate esperienze.

A cominciare dagli anni Cinquanta e Sessanta, degli Hunt Saboteurs Association e della League Against Cruel Sports. Dalle azioni della Band of Mercy.

Dovremmo lottare al loro fianco. Solidali con la loro resistenza, che è anche la nostra. Per la loro libertà che è anche la nostra.

Fonti:
Sui tori di Pantelleria:
http://palermo.repubblica.it/cronaca/2016/08/09/news/pantelleria_salvi_i_tori_che_vivono_sull_isola_il_sindaco_revoca_l_ordinanza-145675763/
http://palermo.repubblica.it/cronaca/2016/08/09/news/pantelleria_il_comune_vuole_abbattere_i_tori_allo_stato_brado_il_web_si_mobilita-145660896/
https://www.greenme.it/informarsi/animali/21128-tori-pantelleria-salvati#accept
https://www.change.org/p/salviamo-i-tori-di-pantelleria
Sulle mucche di Brenna:
http://www.laprovinciadicomo.it/stories/cantu-mariano/erano-fuggite-dalla-fiera-di-alzate-atena-e-rosetta-avvistate-a-brenna_1217539_11/
https://www.nelcuore.org/home/2017/02/09/como-mucche-in-fuga-cercano-casa/
https://www.facebook.com/events/167122613785951/permalink/173289756502570/
http://www.radiopopolare.it/2017/02/athena-e-rosetta-in-fuga-per-la-vita/
http://www.ilgiorno.it/como/cronaca/mucche-in-fuga-1.2876962
Sulle mucche di Carpineto Romano:
https://resistenzanimale.noblogs.org/post/2017/08/10/licenza-di-uccidere-per-i-bovini-liberi-di-carpineto-romano/
https://video.repubblica.it/edizione/roma/carpineto-romano-bovini-nel-centro-del-paese/281455/282050
http://www.casilinanews.it/39976/attualita/bovini-liberta-carpineto-romano-video-andato-onda-striscia-la-notizia-ieri.html
Sui cinghiali:
http://www.lastampa.it/2017/04/04/societa/lazampa/animali/la-battaglia-delle-citt-invase-dai-cinghiali-0vo8DH9hiMhlNp7Et9Nk7H/pagina.html
http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2017/04/12/ASqj1SxG-cinghiali_esperto_mangiare.shtml
http://www.corriere.it/cronache/17_marzo_25/cinghiali-citta-come-fermarli-21cf9d80-10ca-11e7-8dd1-8f54527580f3.shtml
http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2017/05/20/AS2nCxUH-abbattuto_cinghiale_comunioni.shtml
http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2017/05/03/ASweqoFH-cinghiali_settembre_galliera.shtml
http://www.lastampa.it/2017/07/05/edizioni/novara/il-cinghiale-martino-salvato-a-genova-ora-la-mascotte-sulle-colline-di-agrate-qPQHvz9LCmOqTW4GiKM70O/pagina.html
http://iltirreno.gelocal.it/livorno/cronaca/2017/06/25/news/cinghiale-tra-i-bagnanti-a-calignaia-1.15535670
http://iltirreno.gelocal.it/livorno/cronaca/2017/08/12/news/catturati-i-primi-cinghiali-alla-spiaggia-di-calignaia-1.15727795
Su KJ1:
http://www.corriere.it/cronache/17_agosto_01/orso-trentino-enpa-colpo-scena-uomo-ha-aggredito-orso-743d192a-76bf-11e7-891a-91d906aac00b.shtml
http://www.corriere.it/cronache/17_agosto_13/orsa-kj2-stata-abbattuta-pericolosa-gli-uomini-recidiva-trentino-2298dafc-7fff-11e7-a3cb-7ec6cdeeea93.shtml
Sull’imparare dal passato :
Keith Mann, From Dusk ‘til Dawn
Steven Best – Anthony J. Nocella, Terrorists or Freedom Fighters? Reflections on the Liberation of Animals
E per leggere e pensare:
Wu Ming 2, Guerra agli Umani

Shechitah

shechita

E’ notizia recente che il Belgio si appresta a vietare su tutto il territorio nazionale la macellazione kosher ed halal, dietro richiesta di associazioni animaliste, in nome del “benessere animale”.

Dura la reazione della comunità ebraica. Il presidente del Congresso Ebraico Europeo ha definito la decisione come il più duro attacco alla religione ebraica dai tempi dell’occupazione nazista. Più pacati i toni dei portavoce della comunità musulmana, che hanno invece sottolineato come essi “accordano una grande importanza al benessere animale”. Né più né meno di quanto sostengono tutti gli allevatori, i trasportatori, i macellatori dei paesi “sviluppati” e “civilizzati”, dove la macellazione senza stordimento è – almeno sulla carta – vietata.

Sia la legge islamica che i precetti ebraici prescrivono una serie di regole da seguire per rendere la carne commestibile ai fedeli di queste religioni. Le caratteristiche del procedimento di uccisione dell’animale sono riassunte nel termine Halal (lecito), per i musulmani, e Kosher per gli ebrei, e non accettano lo stordimento preventivo.

L’animale, infatti, deve essere cosciente al momento dell’uccisione, girato su sé stesso con un mezzo obbligatorio di contenimento meccanico, e viene operata la recisione di trachea ed esofago, ma senza spezzare la colonna vertebrale, perché durante la procedura la testa dell’animale non si deve staccare.

All’interno della Comunità Europea (ma la stessa cosa vale anche per gli Stati Uniti) esistono norme relative alla “protezione degli animali durante l’abbattimento”. Nello specifico, si tratta della norma 1099/2009EU, la quale prevede lo stordimento dell’animale prima della sua uccisione, ma prevede anche deroghe, ad esempio nei casi di “eventi culturali, laddove la conformità alle prescrizioni relative al benessere altererebbe la natura stessa dell’evento in questione” (Il testo del regolamento continua poi: “Le tradizioni culturali si riferiscono inoltre ad un modo di pensare, ad un modo di agire o a un comportamento ereditato, stabilito o consuetudinario che include di fatto qualcosa che è stato trasmesso o acquisito da un predecessore. Esse contribuiscono al mantenimento di vincoli sociali duraturi tra le generazioni. A condizione che tali attività non incidano sul mercato dei prodotti di origine animale e non siano determinate da finalità produttive, è opportuno escudere dal campo di applicazione del presente regolamento l’abbattimento di animali effettuato nel quadro di tali eventi”). Anche per quanto riguarda le macellazioni rituali la norma comunitaria prevede che sia “importante mantenere la deroga allo stordimento degli animali prima della macellazione” nel pieno rispetto della libertà di religione “come stabilito dall’articolo 10 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea”.

Stordimento, quindi, previsto in modo da salvaguardare il benessere degli animali prima della loro uccisione. Ma fa parte ineludibile del metodo kosher, così come di quello halal, almeno sulla carta, trattare l’animale con gentilezza e garbo, evitandogli stress e sofferenza. Secondo Temple Grandin, la famosa etologa autrice di “Animals in Translation”, esperta nella progettazione di sistemi di contenimento per animali da reddito, i metodi kosher e halal, se correttamente applicati, sono tra i meno dolorosi per gli animali che vengono uccisi.

L’applicazione pratica è poi certo altra cosa, ma abbiamo visto più volte come anche i metodi “umanitari” di uccisione previsti dalle normative siano puntualmente disattesi. Non esistono “macelli degli orrori”. Esistono i macelli. Quel che è stato filmato all’interno del macello Italcarni di Ghedi non è un’eccezione. Quel che Pachirat descrive nel suo libro “Every Twelve Seconds” non è altro che la descrizione di quel che accade in ogni mattatoio industriale.

Forse che, allora, dietro alla richiesta di vietare la macellazione halal o kosher si cela un qual certo fastidio per le differenze religiose ed etniche, per gli stranieri, per gli immigrati.

Non è certo un caso se tra i più strenui oppositori alla macellazione rituale qui in Italia siano politici della Lega Nord o animalisti politicamente schierati a destra (dalla Brambilla agli Animalisti Italiani).

Ma anche ammettendo che certe volte almeno l’opposizione alla macellazione senza stordimento abbia origine da una sincera intenzione di ridurre la sofferenza animale, spesso entrano in gioco altri fattori, legati al sistema economico e sociale in cui siamo rinchiusi.

All’inizio del 2017 il ministro per l’agricoltura del governo olandese, il labor Martijn van Dam, è riuscito a far approvare un decreto che vietava l’esportazione di carne proveniente da macellazione rituale. Questo al fine di “minimizzare” gli effetti che tale pratica ha sul benessere animale. La produzione di carne kosher e halal avrebbe dovuto essere riservata al solo mercato interno. Oltre a questo, i macelli kosher e halal dovrebbero essere sottoposti a registrazione e a stretti controlli da parte delle autorità.

Dopo il bando proposto nel 2011 dal Partito Animalista e approvato dal parlamento, il governo olandese aveva concluso un accordo con i rappresentanti delle comunità musulmane ed ebraiche, in base al quale la macellazione rituale avrebbe continuato ad essere praticata, ma prevedendo lo stordimento dell’animale qualora fosse rimasto cosciente dopo quaranta secondi dalla iugulazione.

Concluso l’accordo, il senato aveva rigettato la proposta di bando, e la macellazione rituale era stata mantenuta in tutto il paese.

Allora, il presidente della Conferenza Europea dei Rabbini, Pinchas Goldschmidt, aveva affermato: “Ci auguriamo che questo voto [del senato] possa essere un messaggio di tolleranza e libertà diretto agli altri paesi europei che stanno contemplando misure e regolamenti restrittivi per la libertà religiosa”.

E così, cercando comunque di salvaguardare la libertà di culto, il ministro olandese ha ben pensato di vietare, almeno, l’esportazione. Questo avrebbe, di fatto, nelle intenzioni del legislatore, diminuito il numero di animali uccisi senza stordimento.

Una lettera del legale dell’unico mattatoio kosher, lo Slagerji Marcus, in cui si sottolina come il 40% della produzione sia si fatto destinata all’esportazione e come, quindi, tale norma avrebbe causato una drastica diminuzione dei profitti, fino alla probabile bancarotta, è bastata per far sì che un portavoce del ministero dell’economia corresse ai ripari. In una mail datata 25 luglio infatti afferma che “dietro specifiche richieste, verranno valutate le circostanze e quindi l’applicazione della nuova legge.

Una legge che non avrebbe toccato la libertà religiosa, certo. Ma qualcosa di forse ancor più importante e sentito. La libertà del sig. Koole, il padrone del macello in questione, di portare avanti i suoi affari.

Fonti:
http://www.lav.it/cosa-facciamo/allevamenti-e-alimentazione/la-macellazione-rituale
http://animalstudiesrepository.org/cgi/viewcontent.cgi?article=1020&context=acwp_faafp
http://www.linkiesta.it/it/article/2011/10/18/la-lega-nord-contro-la-macellazione-halal-e-kosher/2142/
http://www.animalisti.it/press-room/comunicati-stampa/clamoroso-blitz-degli-animalisti-italiani-in-catene-contro-la-macellazione-rituale.html
http://www.eunews.it/2017/05/08/il-belgio-vieta-la-macellazione-kosher-e-halal-insorgono-le-comunita-ebrea-e-musulmana/84874
http://www.timesofisrael.com/liveblog_entry/netherlands-may-exempt-kosher-slaughterhouse-from-export-ban/
http://www.independent.co.uk/news/world/europe/netherlands-bans-export-of-kosher-and-halal-meat-to-minimise-negative-effects-on-animal-welfare-a6881406.html
http://www.jta.org/2016/02/17/news-opinion/world/holland-to-ban-export-oversee-production-of-kosher-and-halal-meat
http://presidenza.governo.it/USRI/ufficio_studi/normativa/Regolamento%20macellazione%20rituale%20settembre%202009.pdf
http://www.jta.org/2017/07/27/news-opinion/world/netherlands-may-exempt-kosher-slaughterhouse-from-export-ban
http://www.jta.org/2017/07/17/news-opinion/world/netherlands-only-kosher-slaughterhouse-says-it-faces-closure-following-export-ban
http://www.dutchnews.nl/news/archives/2016/02/dutch-implement-new-restrictions-on-halal-and-kosher-meat/

CRISTINA

BALLERINA

Cristina, danzava sui miei pensieri, nella mia testa, alla Scala e, poi, come in seguito appresi, nella mia fervida immaginazione.

Era una ballerina.

Esile ed elegante.

Una étoile.

Di quelle cresciute nel talento, nella grazia e nella disciplina.

Lo dissi agli altri.

Informai tutti.

Era entrata una virtuosa della danza nel Coordinamento.

Quando conobbi meglio cristina, scoprii con sorpresa, sconcerto e delusione, che non era vero nulla.

Chi me l’aveva detto?

Me l’ero inventato?

Era stato un sogno.

Ancora la vedo con le punte e lo chignon danzare leggera sul palco.

Chissà…

O, forse, era il tetto di Green Hill.

Sì, danzava al colmo del capanno numero uno.

Dimenticate i resoconti e la storia ufficiale del tetto.

All’imbrunire o al crepuscolo scintillante dell’alba, come l’uomo fiammifero, lei disegnava sagome all’orizzonte.

L’ho vista fare uno jeté nell’ombra lunare.

Uno jeté in bilico sulla punta delle stelle e l’ho sentita ridere cristallina di una risata scrosciante.

Un altro nell’oro dell’aurora, la mattina seguente.

Sempre sul tetto.

Alcuni raccontano che mentre li facevano scendere i pompieri, lei, oplà, spiccava un grand jeté volando come una libellula o una fata atterrando sull’erba di rugiada, che incurante e ignara, nulla sapendo di quel posto, stilla dalle foglie e dai fili d’erba anche lì, ai piedi di Green Hill.

Questo brano è tratto da “Fermare Green Hill”, di Coordinamento Fermare Green Hill e George DL4. Il libro, interamente autoprodotto, è disponibile scrivendo a info@dentrofarmacologia.org al costo di 10 euro + spese di spedizione.

Numeri

Di recente ho condiviso un paio di notizie riguardanti il numero di animali “utilizzati” nella ricerca. La prima, pubblicata da Speaking of Research, riguardava l’aumento degli animali utilizzati nella ricerca in Spagna. La seconda il numero di animali uccisi nei laboratori anglosassoni. In entrambi i casi, veniva evidenziato un aumento delle vittime negli ultimi anni.

In entrambi i casi, mi è stato fatto notare che, sì, il numero è in crescita, ma è diminuito oggi rispetto a otto – dieci anni fa, segno che – dai e dai – la sensibilità è aumentata, e che le cose stanno, seppur lentamente, cambiando.

Sembra quasi che io, in qualche modo, goda a vedere solo il negativo, e a disconoscere le vittorie ottenute dal movimento animalista (quindi a masochisticamente e acriticamente disconoscere i risultati ottenuti anche da quel che io ho fatto, e delle azioni a cui io ho partecipato). Quando invece stapperei bottiglie di Jack a profusione, se davvero fossimo in presenza di una seppur lenta, ma inesorabile marcia verso la fine di tanto orrore. E così sono andata a cercare i dati riguardanti i numeri oggettivi relativi alla sperimentazione animale a livello globale. A cercare le prove del mio ingiustificato pessimismo.

La sperimentazione animale, sebbene esistita fin dall’antichità, diviene prassi nella ricerca e nella formazione a partire dalla metà del XIX secolo. L’espansione delle industrie chimica e farmaceutica nel secondo dopoguerra ne aumenta a dismisura l’utilizzo ed il numero di vittime. Fino ad arrivare alla creazione di un complesso e ricchissimo sistema economico, che include laboratori, case farmaceutiche, istituti di ricerca, allevatori, trasportatori, fabbricanti di strumenti, gabbie, cibo. La ricerca con animali non si ferma a quella biomedica (il topo che salva la vita al bambino), ma riveste gli ambiti più disparati: la zootecnia, le prove di tossicità di sostanze chimiche, la cosmesi, l’industria bellica. La sperimentazione animale, quindi, negli ultimi decenni soprattutto, ha alle spalle una immensa forza economica. Che è in continua crescita, come dimostrano vari report reperibili in rete (1).

E torniamo ai numeri.

In un recente articolo pubblicato da Cruelty Free International si legge che:
– sono circa 115 milioni gli animali “utilizzati” nella ricerca ogni anno, a livello mondiale
– i paesi in cui la sperimentazione animale miete più vittime sono: Stati Uniti, Giappone, Cina, Australia, Francia, Canada, Gran Bretagna, Germania, Taiwan, Brasile
– il numero di esperimenti non è in diminuzione, ma in crescita in molti paesi (ad esempio in Cina), o sullo stesso livello di quello degli anni Ottanta e Novanta (Gran Bretagna)
E comunque i numeri e i dati, quando esistono, sono sempre sottostimati, in quanto in molti paesi non sono conteggiati certi animali (come ad esempio i piccoli roditori), ed in altri non esistono leggi che impongono ai laboratori di dare comunicazione in merito. (2)

Sono quindi andata a cercare le statistiche riguardanti questi paesi (considerando le statistiche generali europee per quanto riguarda Francia, Gran Bretagna e Germania: chi ha tempo e voglia può andare a sfogliare i dati della Commissione Europea per verificare i dati dei singoli paesi).

Stati Uniti

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Speaking of Research parrebbe dare buone notizie. Nel 2015 sarebbero stati utilizzati 767.622 animali, ben la metà rispetto al 1985. Ma il dato riguarda soltanto gli animali inclusi nel Animal Welfare Act, quindi restano fuori ratti, topi, pesci ed uccelli (per i quali gli autori stimano un numero che oscilla tra gli 11 milioni ed i 25 milioni). E sono gli stessi autori dell’articolo a sottolineare come la diminuzione nell’uso di determinati animali (ad esempio i cani) sembra sia andato di pari passo con il passaggio all’utilizzo di topi geneticamente modificati. Quindi la buona notizia parrebbe essere già meno buona. Se non è dato sapere quanti “altri” animali (quelli non conteggiati, ma che avrebbero sostituito gli animali, come i cani, il cui numero è diminuito) non possiamo con certezza affermare che negli Stati Uniti la strage sia effettivamente in diminuzione.

Presumibilmente, anche a detta dei pro-test di Speaking of Research, il numero non è diminuto. Si è piuttosto passati dall’utilizzo di animali “eticamente problematici” ad animali che non suscitano altrettanta empatia.

Giappone

In Giappone (ovvero il secondo paese dopo gli Stati Uniti per portata del fenomeno) la sperimentazione non è regolata a livello nazionale. Gli organi di ricerca sono dotati di linee guida redatte “volontariamente”, ed anche i dati riguardanti il numero di animali utilizzati è redatto su base “volontaria” ogni tre anni, senza cioè un reale obbligo da parte degli sperimentatori di comunicarne la portata.

L’unico dato reperito risale al 2008, e parla di circa 11 milioni di animali utilizzati.

E, secondo uno studio del 2010, l’uso della sperimentazione animale sarebbe in continua crescita (3).

Ma non avendo trovato altri dati più recenti, non ho gli strumenti né per brindare per una diminuzione delle vittime, né per affermare il contrario.

Cina

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In Cina il settore della sperimentazione animale è in continua crescita negli ultimi 35 anni, di pari passo con la crescita economica e con l’apertura ai mercati occidentali. Nel 2006 gli animali utilizzati, secondo fonti ufficiali, furono circa 16 milioni. (3). Che sarebbero saliti a 20 milioni nel 2015. (4)

Quindi, negli ultimi dieci anni, il numero sarebbe crescito di ben 4 milioni.

Australia

In Australia sono stati, nel 2014, circa 7 milioni gli animali utilizzati. Molto meno che nel 2009, vero, ma in salita rispetto a dieci anni prima di circa 500 mila.

Europa

Nel 1996 gli animali utilizzati erano stati poco più di 11 milioni, 9.814.181 nel 1999, per risalire a 10.731.020 nel 2002, 12 milioni nel 2005, così come nel 2008 e poco meno di 11,5 milioni nel 2011 (ultimo dato reso pubblico), con una diminuzione, quindi, di circa 500.000 individui.

Canada

Secondo i dati del CCAC, nel 2014 gli animali utilizzati sono stati 3.500.000, 500.000 in più dell’anno precedente, e 200.000 in più del 2009, contro 1.952.000 del 1996. Quindi, purtroppo, in notevole crescita.

Taiwan

Nel 2005 da statistiche ufficiali sono stati 1.200.000.

Anche in questo caso, come in quello del Giappone, altri dati non sembrano essere reperibili.

Arrivati fin qui, se dovessi fare un triste e banale conteggio, mi troverei costretta ad affermare che – da quel che risulta, e considerando solo i paesi presi in considerazione, ci troviamo di fronte ad un aumento di circa 4 milioni di vittime. Dato che non tiene conto di gran parte dei “paesi emergenti” dove spesso il lavoro di ricerca viene dato in outsourcing, vuoi per i minori costi, vuoi per le regolamentazioni meno restrittive. (5)

Stiamo quindi parlando di almeno 4 milioni.

Che non sono numeri. Non sono freddi dati. Sono piccole Jill, candide Mab. Sono occhi e cuori e paura e solitudine e dolore. Sono quello che trapela dallo sguardo di questo beagle.

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Beagle che ci porta alla fine di questa lista.

Brasile

Fino al 2008 non esisteva nessuna legislazione che regolamentasse la sperimentazione animale. Esiste ora un Comitato Nazionale di Controllo, e nel 2014 il governo ha bandito la maggioranza dei test cosmetici. Manca però la pubblicazione dei dati sugli esperimenti e sul numero di animali ad essi sottoposti. Dalla letteratura reperibile in rete l’unico dato è quello riferito allo stato del Paranà nel 2006, quando vennero utilizzati 3.497.563 animali.(6)

Altro non ho trovato. E, arrivata a questo punto, mi fermo.

Arrivata a questo punto, ho davvero paura di dover ammettere che, per quanto si sia cercato di fare, pur con le meravigliose vittorie e le migliaia di animali sottratti allo sterminio (come quei 300 beagle e migliaia di roditori portati via dal laboratorio di Sao Roque, in Brasile, nell’ottobre del 2013, uno dei quali è quello della foto qui sopra), pur con i boicottaggi e le manifestazioni, la sperimentazione animale sembra non aver ceduto di un passo. Forse perché il Gigante da sconfiggere è ben più forte e potente. E non è “la vivisezione”. E’ il sistema che alla vivisezione da linfa e dalla vivisezione ottiene linfa e nutrimento. E quel gigante ha un nome.

Che sa di vetero polveroso antropocentrico marxismo. E posso capire che non piaccia a chi spera di riuscire davvero a vincere e convincere. Si chiama Capitalismo.

(1) http://www.businesswire.com/news/home/20140110005535/en/Research-Markets-Global-Mice-Model-Market-Analysis
Annamaria Bottini e Thomas Hartung, Food for Thought.. on the Economics, in http://altweb.jhsph.edu/altex/, 2009
http://www.navs.org/the-issues/the-animal-testing-and-experimentation-industry/

(2) http://lushprize.org/many-animals-used-experiments-around-world/
http://www.animalethics.org.uk/i-ch7-8-biomedical-animals.html

(3) Qi Kong e Chuan Qin, Laboratory Animal Science in China: Current Status and Potential for the Adoption of Three R Alternatives, ATLA, 38, 2010, pag. 53-69

(4) http://www.sciencemag.org/news/2016/03/china-finally-setting-guidelines-treating-lab-animals
http://www.frame.org.uk/legislation/legislation-asia/

(5) https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3215567/
http://www.nytimes.com/2006/11/27/business/worldbusiness/27iht-dogs.3681134.html

http://www.dailymail.co.uk/news/article-2515875/Outcry-UK-scientist-flies-Africa-experiments-monkeys-banned-here.html

(6) http://www.animalexperiments.info/resources/Studies/Animal-numbers/Brazil/Brazil-Silla-2010-ATLA-38-29-37.pdf
http://www.scielo.br/scielo.php?script=sci_arttext&pid=S0102-86502009000100015
http://www.fiocruz.br/omsambiental/media/ArtigoILARv5201eFilipecki.pdf
https://en.wikipedia.org/wiki/Animal_welfare_and_rights_in_Brazil

Bella notizia?

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Ma spiegatemi cosa avete da festeggiare per la notizia che la Marshall avrebbe messo in vendita il complesso di Montichiari, vuoto da anni.
Intanto, con la storia che oddio oddio se vincono al processo si riprendono i cani, centinaia di babbioni hanno versato allo stato 100 euro a cranio, ovvero il pizzo richiesto per avere la “proprietà” del cane. E dando pure addosso a chi, come la sottoscritta, aveva da obiettare (gli animali non sono cose, i soldi non li do a chi sostiene vivisettori e allevatori, la Marshall non andrà mai di casa in casa a chiedere indietro i beagle, ma soprattutto, per ovvi motivi, GREEN HILL NON RIAPRIRÀ).

E adesso? Adesso che avete pagato ma questi hanno detto che se ne vanno? Invece di dire “cazzo mi hanno fregato” festeggiate?

Secondo: vorrei ricordare che Marshall Farm ha allevamenti in America, Asia ed Europa, e che pochi mesi fa ha avuto l’ok dal governo inglese per ampliare l’allevamento di Hull. I cani che non verranno allevati a Montichiari lo saranno in Inghilterra. Con le stesse medesime metodologie. Ci potete scommettere. Quindi, il fatto che venda quei capannoni, cosa cambia? Solo che non saranno in Italia i cani che verranno fatti nascere per essere ammazzati, ma oltre confine.
Dulcis in fundo. Ma dopo tutto il casino creato con la campagna che ha portato alla chiusura di Green Hill, tra cortei, liberazioni, gente matta che si lega ai cancelli o sale sui tetti, chi è quel demente che penserebbe di rimettersi ad allevare beagle nello stesso medesimo luogo? Di certo non “Mr. Marshall”, che da decenni dimostra di essere un intelligentissimo, lungimirante, capacissimo uomo d’affari.
Quindi, davvero, spiegatemi cosa avete da festeggiare e dove sia la bella notizia.
Quei capannoni ora sarebbero in vendita. Pronti quindi per essere acquistati. E magari diventare un altro allevamento. Magari non di beagle, magari di topi o ratti.
E nulla cambia.

STORIA DI GATTO E DI UN SOGNO

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Era una fredda mattina di ottobre.

La pioggia sottile aveva lasciato spazio ad un sole pallido, che si rifletteva nelle pozzanghere grigio asfalto.

Era tutto grigio, in quel brutto posto dove ogni mattina mi recavo a lavorare: le strade, le poche case, i capannoni, gli uffici, le persone. Grigio tristezza anche il mio umore.

Avevo da poco iniziato ad arrancare per cercare di sopravvivere al crollo della mia vita, alla distruzione del mio piccolo mondo. Avevo creduto, ed ero stata abbandonata, nel modo più vigliacco e meschino possibile.

Mi vedevo come un gattino sbattuto fuori di casa, solo e bagnato, confuso e disperato. E così parlavo di me alla mia psicoterapeuta.

Quella grigia mattina lui era lì.

Varcato il cancello della ditta, questo mucchietto d’ossa e pelo ritto e pulci era lì che mi guardava. Come guardarsi allo specchio, era lì l’immagine che avevo di me. In quel cortile sporco, tra vecchi bancali e auto parcheggiate.

Come mi vide, mi corse incontro e si arrampicò sui miei jeans fradici. La prima immagine che ho di lui. La prima fotografia che gli scattai.

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Venne in ufficio con me, e dormì tutto il giorno sulla mia spalla. E a sera prese con me il treno per casa nostra, per la nostra vita insieme.

Per un anno dividemmo il mio bilocale sui tetti di Milano. Dormivamo abbracciati, mangiavamo insieme sullo stesso tavolo.

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Lasciarlo per andare a lavorare era uno strazio. Quando tornavo mi accoglieva festoso. Non ero più sola, e non avevo più tempo per essere triste. Avevo questo piccolo amico bianco e arancio a riempirmi giornate e testa e cuore.

Di lui si innamorò anche il mio fidanzato Stefano detto Wolverine, che mai aveva vissuto con un gatto. Se ne innamorò anche se la prima volta che lo prese in braccio Gatto, ancora debole e provato da un’infanzia da randagio di zona industriale bergamasca, gli riversò addosso un piccolo fiume di cacca semiliquida.

Passarono un inverno, ed un’estate. Insieme dipingemmo di giallo sole le pareti, e costruimmo un cestino fiorito per la mia Bottecchia rosa. Ascoltavamo i Jefferson e i Beatles e, a volte, il venerdì prendevamo il treno per venire a trovare Wolverine, a gettare le basi del nostro mondo, della Libera Repubblica.

Narra la leggenda che Gatto venisse da Rotterdam. Là viveva in una grande famiglia di gatti bianco-arancio. Una mattina, all’alba, è saltato non visto sull’autotreno guidato da Eric il Rosso (così chiamavamo l’autista olandese che ogni settimana veniva a consegnare nel nostro magazzino). Narra la leggenda che fosse alla ricerca di me e della mia Bottecchia rosa, e di Stefano detto Wolverine. Che portasse con sé semi di saggezza e felicità da dividere con noi. Che cercasse un posto dove stabilirsi e portare pace ed uguaglianza. Dove fondare la Libera Repubblica. Narra la leggenda che prima di partire facesse un sogno ricorrente. Avanti a lui c’era uno specchio, che gli rimandava l’immagine di un gattino magro e spelacchiato, dai grandi occhi verdi. Ma se si avvicinava allo specchio, se guardava meglio, quel gatto cambiava sembianze. Per diventare me. Io e lui, immagini riflesse. Due parti di uno stesso essere. Legame indissolubile.

Otto anni fa ci stabilimmo definitivamente qui. A casa di Stefano detto Wolverine. E in questi otto anni Gatto è vissuto felice, libero, amato.

In questi otto anni Gatto ci ha insegnato tutto quel che sappiamo e in cui crediamo.

Accoglienza. Che negli anni ha portato in casa, affinché avesse cibo e rifugio, ogni gatto randagio di passaggio. Gattone bianco e nero dagli artigli come sciabole, il giovane Junior, NeroGatto, e tanti altri.

Amicizia. Quella vera. Quella che lo ha legato negli anni indistintamente a umani e felini. A noi, così come a Gattaccio e Mamma Gatta, del cui amore reciproco siamo stati testimoni, e che aiutò con tutto se stesso quando i loro due bambini scomparvero, in un giorno d’estate, e non vennero più trovati, non ostante loro tre, e noi, li si avesse cercati per ogni dove per giorni e giorni.

Amore. Senza confini. Quello che proviamo noi per lui. Quello che leggevamo nei suoi sguardi. Quello che lo legava a Rambo, la gatta a cui salvò la vita, e che lo seguiva per ogni dove, inseparabile compagna per cinque lunghi anni.

Da lui abbiamo imparato che non esiste gerarchia alcuna. Che nessuno è superiore a nessun altro. Che ognuno ha, nelle differenze e alterità, stessa dignità, diverse intelligenze e diversi linguaggi, ma stesso diritto alla libertà e al rispetto.

Guardando il mondo attraverso i suoi occhi verdi, ho percorso la mia strada seguendo il sogno di un mondo diverso. Sono salita sul tetto di un allevamento di cani da laboratorio, sono entrata in capannoni soffocanti che rinchiudevano maiali, o galline, o conigli. Ho varcato le porte di uno stabulario universitario. Ho ascoltato, e letto, e studiato, cercando risposte e strade che portassero da qualche parte, verso quel sogno di rivoluzione.

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Un giorno di inizio settembre, quel giorno che ho cancellato per sempre dal nostro calendario, lo hanno ammazzato e buttato via.

Occhi verdi, come erba giovane di primavera dopo un acquazzone. Mio amico e fratello. Mia base sicura, aria che respiravo, mia vita.

Lo hanno buttato via, insieme alle bottiglie vuote, alle cartecce abbandonate, agli scarti di cibo. Come cosa. Rifiuto senza dignità. Proprio colui che mi ha insegnato quanta dignità un gatto possa avere e dimostrare.

Dicono di averlo fatto per non farcelo vedere, per non farci soffrire. Senza chiedersi quanta sofferenza indicibile ci possa aver dato questo gesto crudele. Ma era un animale, mica una Persona. Le Persone non si buttano nell’immondizia. I loro corpi valgono, anche dopo la morte. Al contrario di quanto accade per gli animali, per i clandestini, per i poveracci…

Con la sua terribile fine ha fine anche il nostro sogno. Torniamo con i piedi per terra. Guardiamoci intorno. Non un passo avanti abbiamo fatto. Non era questa la giusta strada.

Non ci resta che respirare forte. Innalzare mura sempre più alte. Restare entro i rassicuranti confini della Libera Repubblica. Difendere e proteggere chi rimane.

Andare avanti. Portandoti sempre con noi.