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Chantek

ritratto

Il 17 agosto 2017 Chantek, l’orango che parlava il linguaggio degli umani, è deceduto per arresto cardiaco.

Era nato 39 anni fa, per l’esattezza il 17 dicembre 1977, presso il Yerkes National Primate Research Center ad Altanta, Georgia.

Il centro, fondato nel 1933, effettuava (ed effettua tutt’ora) studi su primati: trattamenti farmacologici, sviluppo di vaccini, studi congnitivi e comportamentali, trapianti di organi, sviluppo di animali transgenici (qui è stato creato il primo ceppo di macachi modificati geneticamente al fine di sviluppare il morbo di Huntington).

Qui, nel 1974, Frederick Wiseman girò un film che ha non poco contribuito a cambiarmi la vita: Primate.

Mi ci imbattei per caso un caldo pomeriggio estivo di tanti anni fa.

Con la sua narrazione piatta, oggettiva, scevra da coinvolgimenti, catapulta lo spettatore della realtà di un laboratorio di sperimentazione. Senza filtri, senza nulla nascondere. Wiseman non è un attivista per i diritti animali. Ma in questo documentario, come aveva già fatto con Titicut Follies del 1967, girato all’interno dell’istituto psichiatrico penitenziario Bridgewater State Hospital, denuncia l’alienazione, la violenza, la reificazione dei reclusi.

Chantek qui passa i suoi primi nove mesi, per poi essere trasferito presso l’università del Tennessee a Chattanooga, dove entra a far parte del progetto di studio diretto dall’antropologa Lyn Miles. Scopo del progetto è crescere Chantek come fosse un umano, a stretto contatto con esseri umani, imparando a parlare e comprendere il linguaggio umano. Creare un ponte tra due specie, tra due intelligenze e due diverse culture. Vezzeggiato e coccolato, alloggiato in un camper attrezzato per lui, divenne il beniamino del college, tanto da vedere la sua foto inclusa negli annali studenteschi.

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In pochi mesi imparò il linguaggio dei segni. Nei mesi e negli anni arricchì il suo vocabolario, inventando anche neologismi o utilizzando parafrasi per esprimere concetti ed idee. Dimostrò di avere antipatie e simpatie, di apprezzare la pittura, il gelato, i viaggi in macchina, ma anche dondolarsi dagli alberi ed arrampicarsi sulla recinzione posta intorno al suo camper.

Chantek passò nove anni al college, sotto la costante supervisione di Miles e dei suoi assistenti.

Nove anni durante i quali crebbe, passando dall’essere simulacro di un bambino all’esplicitare la sua vera natura: quella di un giovane orango desideroso di esperienze ed avventure.

Man mano che cresceva e diventava più forte, aumentava anche la preoccupazione della direzione del campus.

Alle tre del pomeriggio del 26 febbraio 1986 aggredisce una studentessa. In realtà, quel che Chantek fece fu arrivare all’improvviso alle sue spalle, spaventandola a morte.

Per questo, venne condannato a tornare a Yerkes.

Qui visse altri undici anni, confinato in una gabbia di cinque metri per cinque, in completo isolamento.

Quando la dottoressa Miles o la sua assistente andavano a visitarlo, Chantek esprimeva loro il suo dolore (“Mi fa male” “Dove?” “Ai sentimenti”), e chiedeva, invano, di essere riportato indietro, alla vita di prima (“Prendi le chiavi” “Apri” “Portami a casa”).

Fu soltanto nel 1997 che lo zoo di Atlanta accettò il suo trasferimento presso la sua struttura. Chantek passò quindi da una gabbia all’altra, certo, ma almeno poteva godere di un po’ più di spazio e di qualche albero e della compagnia di altri oranghi (che lui, vissuto tra gli umani, all’inizio chiamava “cani arancioni”).

E qui è morto.

L’orango che andò al college e che imparò a vivere tra gli umani.

La sua storia è raccontata in un documentario, dal titolo “L’orango che andò al college” e che potete visionare qui.

Fonti:

http://www.corriere.it/animali/17_agosto_08/addio-chantek-morto-l-orango-che-parlava-lingua-segni-9acb3fc4-7c0d-11e7-81a5-3e164bb23329.shtml

https://en.wikipedia.org/wiki/Yerkes_National_Primate_Research_Center

http://www.nytimes.com/1974/12/01/archives/fred-wisemans-primate-makes-monkeys-of-scientists-primate-dissects.html

http://www.bigwavetv.com/productions/chantek/

https://en.wikipedia.org/wiki/Chantek

 

Uomini o topi

Quando la ricerca su animali non è soltanto crudele, ma anche inutile.

 

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Riporto in italiano un recente articolo pubblicato sul sito di Caraeusa, associazione statunitense impegnata nello studio e promozione di metodi di ricerca alternativi all’utilizzo di animali non umani.

Di recente sono stati pubblicati gli ennesimi studi che sostengono e dimostrano come il modello murino sia fuorviante negli studi sui disordini di natura neurologica e sul diabete.

Un articolo pubblicato su Nature Neuroscience, ad esempio, esamina attentamente le differenze tra topo ed essere umano nella microglia, ovvero quelle cellule che formano il sistema immunitario del cervello, e che sembrano svolgere un ruolo fondamentale in molte funzioni cerebrali e disturbi neurologici.

Ricercatori olandesi e brasiliani, esaminando le espressioni geniche di queste cellule ottenute da campioni umani ed il loro processo di invecchiamento, hanno verificato che le similitudini con le cellule murine non superano l’uno per cento.

Tale risultato impatta non solo le ricerche sui processi di invecchiamento, ma anche su malattie neurodegenerative come Alzheimer e Parkinson.

Allo stesso risultato si è giunti, in maniera del tutto indipendente, analizzando le cellule prelevate da biopsie su bambini affetti da autismo presso l’università di Stanford.

Contemporaneamente, in Gran Bretagna e Svezia, ricercatori alle prese con protocolli inerenti a nuovi farmaci per la cura del diabete, si sono posti il quesito del perché tali farmaci diano in genere ottimi risultati sui topi e pessimi o nulli sugli esseri umani. Hanno quindi esaminato i recettori che controllano la funzione delle cellule predisposte alla produzione di insulina nelle due razze di topi generalmente utilizzati negli studi sul diabete. E la loro ricerca ha evidenziato macroscopiche differenze tra topi ed essere umani proprio nelle cellule beta del pancreas, responsabili della produzione e accumulo di insulina.

Il professor Stefan Amisten dell’università di Lund, Svezia, ha affermato: “Questo significa che un farmaco sviluppato appositamente per stimolare o inibire un particolare recettore al fine, nel modello murino, di incrementare la produzione di insulina, quando utilizzato sull’uomo, può non avere alcun effetto o, peggio, provocare sintomi simili a quelli del diabete stesso”.

Coautore della pubblicazione, il dottor Albert Salhei del King’s College of London, ha aggiunto: “Tutto questo è risaputo, ed è fonte di grande frustrazione sia per i ricercatori che per l’industria farmaceutica. E’ quindi corretto continuare a sviluppare farmaci basandosi su una ricerca condotta su topi, quando già sappiamo che tali farmaci non potranno essere utilizzati sull’uomo?”.

Sulla base di tali risultati, sarebbe ovvio abbandonare l’uso del modello murino almeno per questa branca di studi. Ma così non è. Ricercatori che hanno basato la propria carriera sulla sperimentazione animale continuano imperterriti su tale strada, sottolineando le similitudini tra uomo e topo, ma ignorando le differenze. Persino una banana condivide il 60% del proprio DNA con l’uomo, e questo fatto dovrebbe ancor più dimostrare l’insensatezza di estrapolare le proprie conclusioni scientifiche basandosi su dati isolati.

La scienza, si suppone, dovrebbe utilizzare metodi scientifici. Il che dovrebbe escludere il giustificare l’utilizzo di modelli animali basandosi su casuali ed isolate similitudini geniche senza però parimenti considerare le notevoli differenze.

Ma così evidentemente non è, e gli animali non umani continuano a soffrire e morire per esperimenti che, nel 90% dei casi, si risolvono in clamorosi fallimenti nello sviluppo di farmaci e terapie per gli umani.

Fonti

Articolo tradotto:

http://www.caareusa.org/scientists_discover_that_mice_and_humans_are_differenet

https://www.nature.com/articles/srep46600

Sulla microglia:

http://www.lescienze.it/news/2015/10/31/news/ascesa_microglia_cervello_sano_malato-2825953/

http://www.lescienze.it/news/2016/04/11/neE‘ ws/eliminazione_neuroni_morti_microglia_recettori_tam-3047519/

Sulle cellule Beta:

https://biologiawiki.it/wiki/cellule-beta-del-pancreas/

https://www.salute-e-benessere.org/salute/meccanismo-di-rilascio-dellinsulina-dopo-un-pasto/

Sul professor Stefan Amisten:

https://www.kcl.ac.uk/lsm/research/divisions/dns/about/people/Profiles/Dr-Stefan-Amisten.aspx

http://www.lunduniversity.lu.se/lucat/user/7cc7254a5c49bf7bbf2486f4d803bcd1

https://scholar.google.co.uk/citations?user=YbckHCYAAAAJ&hl=en

Sul professor Albert Salehi:

http://www.lunduniversity.lu.se/lucat/user/d44114a6841e0fbf2f3891df05b58511

https://lup.lub.lu.se/search/person/farm-sal

E’ guerra alla libertà

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Giusto un anno fa, più o meno in questi giorni, venivo contattata dalla mia amica Antonella, che vive a Pantelleria.

Chiedeva aiuto per tre tori che da anni vivevano liberi nella sua isola. Un recente e grave incendio li aveva privati del cibo, e il gran caldo e l’arsura dell’acqua. Così si erano visti costretti ad avvicinarsi alle abitazioni nel tentativo di sopravvivere.

E prontamente il sindaco dell’isola aveva emesso un’ordinanza di abbattimento, al fine di salvaguardare l’incolumità degli umani.

Sempre la stessa storia, che si ripete uguale a se stessa ogni qualvolta si verifichi un incontro scontro tra animali liberi, nel loro mondo libero, e animali umani, convinti di essere gli unici a poter disporre di questo pianeta.

Ma quella volta era andata diversamente. Ci siamo messe a tavolino. Io, Antonella e gli Agripunkers. Abbiamo scritto un primo articolo, promosso una petizione, coinvolto piccoli gruppi e collettivi, come quello di Resistenza Animale.

Senza aiuto alcuno da parte delle grandi associazioni (a parte un tardivo tentativo di Animalisti Italiani di impadronirsi della campagna e fregiarsi della vittoria), in poco tempo abbiamo raccolto più di 30 mila firme, coinvolto la stampa locale e nazionale, creato un tal clamore da spingere il sindaco a convocare Antonella e concordare una soluzione alternativa all’uccisione.

I tori, pian piano, sono stati guidati verso una valle lontana dall’abitato. Alcune persone del luogo si sono impegnate a fornire loro acqua e cibo.

Ed è stato così che due di loro (un terzo è stato ucciso comunque), ad oggi, possono ancora vivere tranquilli. Liberi. Padroni della loro vita. Nella terra che è la loro casa, e non esclusivo appannaggio della specie dominante.

Si è trattato di una vittoria epocale.

Ma soprattutto di una vittoria che avrebbe dovuto fare scuola, un approccio che sarebbe dovuto diventare comune e consolidato ogni qualvolta si fosse presentato un evento simile.

Ma così non è stato.

Dei tori di Pantelleria quasi nessuno ha parlato.

Di trovare una soluzione simile per altri animali liberi e selvaggi non si è quasi mai provato.

Non nel caso delle mucche di Brenna, fuggite durante il trasporto da un alpeggio francese ad una fiera del bestiame, che le avrebbe viste messe in vendita per poi essere rinchiuse in qualche allevamento fino alla morte. Da mesi le due mucche vivevano libere e amate dalla gente del posto, sicure e monitorate. Ma che sono finite in un recinto di un rifugio, con un nome ridicolo. Il post del rifugio in questione, involontariamente, ci racconta di quanto questa fine non sia quella che le due evase avrebbero voluto. Si chiedono infatti che mai sarebbero riusciti ad “acchiappare” le due mucche.

O di recente le mucche libere di Carpineto Romano. Sono centinaia, e da tempo vivono libere, ormai rinselvatichite, allo stato brado. Come ogni mucca, ogni vitello, ogni toro vorrebbe vivere.

Non nel caso dei tanti cinghiali che, spinti dalla penuria di cibo, dalla sovrapopolazione causata dalle immissioni in natura da parte dei cacciatori, dalla depauperazione del territorio sempre più antropizzato, sempre più spesso si spingono nelle città e nei paesi in cerca di cibo.

Per loro, nel peggiore dei casi l’uccisione o la cessione a aziende venatorie, nella peggiore la reclusione a vita in recinti che, per quanto grandi possano essere, non saranno mai paragonabili all’infinita vastità dei loro boschi e dei loro monti.

Da ultimo, oggi, la tragica fine di KJ2. Colpevole, come altri orsi prima di lei, soltanto di vivere nel suo territorio, e difendersi dall’intrusione di estranei, spesso minacciosi e pericolosi.

Questa notizia, legata a tante storie terribili di cinghiali e a quella di mucche condannate a morte perché libere e considerate pericolose per l’incolumità umana, è un pugno allo stomaco.

E’ evidente come stia diventando una emergenza primaria la difesa dell’animale libero nel suo ambiente libero.

E chi lotta per la liberazione animale dovrebbe lottare per la libertà degli animali, non solo per la loro salvezza fisica. Non dovremmo inscatolare chi è libero, con il nobilissimo fine di salvarlo dai cacciatori e dai mille pericoli di un mondo non sempre a sua misura, ma salvaguardarne la libertà.

Dovremmo tornare non solo nelle piazze, ma anche nei boschi.

Dovremmo imparare dalle passate esperienze.

A cominciare dagli anni Cinquanta e Sessanta, degli Hunt Saboteurs Association e della League Against Cruel Sports. Dalle azioni della Band of Mercy.

Dovremmo lottare al loro fianco. Solidali con la loro resistenza, che è anche la nostra. Per la loro libertà che è anche la nostra.

Fonti:
Sui tori di Pantelleria:
http://palermo.repubblica.it/cronaca/2016/08/09/news/pantelleria_salvi_i_tori_che_vivono_sull_isola_il_sindaco_revoca_l_ordinanza-145675763/
http://palermo.repubblica.it/cronaca/2016/08/09/news/pantelleria_il_comune_vuole_abbattere_i_tori_allo_stato_brado_il_web_si_mobilita-145660896/
https://www.greenme.it/informarsi/animali/21128-tori-pantelleria-salvati#accept
https://www.change.org/p/salviamo-i-tori-di-pantelleria
Sulle mucche di Brenna:
http://www.laprovinciadicomo.it/stories/cantu-mariano/erano-fuggite-dalla-fiera-di-alzate-atena-e-rosetta-avvistate-a-brenna_1217539_11/
https://www.nelcuore.org/home/2017/02/09/como-mucche-in-fuga-cercano-casa/
https://www.facebook.com/events/167122613785951/permalink/173289756502570/
http://www.radiopopolare.it/2017/02/athena-e-rosetta-in-fuga-per-la-vita/
http://www.ilgiorno.it/como/cronaca/mucche-in-fuga-1.2876962
Sulle mucche di Carpineto Romano:
https://resistenzanimale.noblogs.org/post/2017/08/10/licenza-di-uccidere-per-i-bovini-liberi-di-carpineto-romano/
https://video.repubblica.it/edizione/roma/carpineto-romano-bovini-nel-centro-del-paese/281455/282050
http://www.casilinanews.it/39976/attualita/bovini-liberta-carpineto-romano-video-andato-onda-striscia-la-notizia-ieri.html
Sui cinghiali:
http://www.lastampa.it/2017/04/04/societa/lazampa/animali/la-battaglia-delle-citt-invase-dai-cinghiali-0vo8DH9hiMhlNp7Et9Nk7H/pagina.html
http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2017/04/12/ASqj1SxG-cinghiali_esperto_mangiare.shtml
http://www.corriere.it/cronache/17_marzo_25/cinghiali-citta-come-fermarli-21cf9d80-10ca-11e7-8dd1-8f54527580f3.shtml
http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2017/05/20/AS2nCxUH-abbattuto_cinghiale_comunioni.shtml
http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2017/05/03/ASweqoFH-cinghiali_settembre_galliera.shtml
http://www.lastampa.it/2017/07/05/edizioni/novara/il-cinghiale-martino-salvato-a-genova-ora-la-mascotte-sulle-colline-di-agrate-qPQHvz9LCmOqTW4GiKM70O/pagina.html
http://iltirreno.gelocal.it/livorno/cronaca/2017/06/25/news/cinghiale-tra-i-bagnanti-a-calignaia-1.15535670
http://iltirreno.gelocal.it/livorno/cronaca/2017/08/12/news/catturati-i-primi-cinghiali-alla-spiaggia-di-calignaia-1.15727795
Su KJ1:
http://www.corriere.it/cronache/17_agosto_01/orso-trentino-enpa-colpo-scena-uomo-ha-aggredito-orso-743d192a-76bf-11e7-891a-91d906aac00b.shtml
http://www.corriere.it/cronache/17_agosto_13/orsa-kj2-stata-abbattuta-pericolosa-gli-uomini-recidiva-trentino-2298dafc-7fff-11e7-a3cb-7ec6cdeeea93.shtml
Sull’imparare dal passato :
Keith Mann, From Dusk ‘til Dawn
Steven Best – Anthony J. Nocella, Terrorists or Freedom Fighters? Reflections on the Liberation of Animals
E per leggere e pensare:
Wu Ming 2, Guerra agli Umani

Shechitah

shechita

E’ notizia recente che il Belgio si appresta a vietare su tutto il territorio nazionale la macellazione kosher ed halal, dietro richiesta di associazioni animaliste, in nome del “benessere animale”.

Dura la reazione della comunità ebraica. Il presidente del Congresso Ebraico Europeo ha definito la decisione come il più duro attacco alla religione ebraica dai tempi dell’occupazione nazista. Più pacati i toni dei portavoce della comunità musulmana, che hanno invece sottolineato come essi “accordano una grande importanza al benessere animale”. Né più né meno di quanto sostengono tutti gli allevatori, i trasportatori, i macellatori dei paesi “sviluppati” e “civilizzati”, dove la macellazione senza stordimento è – almeno sulla carta – vietata.

Sia la legge islamica che i precetti ebraici prescrivono una serie di regole da seguire per rendere la carne commestibile ai fedeli di queste religioni. Le caratteristiche del procedimento di uccisione dell’animale sono riassunte nel termine Halal (lecito), per i musulmani, e Kosher per gli ebrei, e non accettano lo stordimento preventivo.

L’animale, infatti, deve essere cosciente al momento dell’uccisione, girato su sé stesso con un mezzo obbligatorio di contenimento meccanico, e viene operata la recisione di trachea ed esofago, ma senza spezzare la colonna vertebrale, perché durante la procedura la testa dell’animale non si deve staccare.

All’interno della Comunità Europea (ma la stessa cosa vale anche per gli Stati Uniti) esistono norme relative alla “protezione degli animali durante l’abbattimento”. Nello specifico, si tratta della norma 1099/2009EU, la quale prevede lo stordimento dell’animale prima della sua uccisione, ma prevede anche deroghe, ad esempio nei casi di “eventi culturali, laddove la conformità alle prescrizioni relative al benessere altererebbe la natura stessa dell’evento in questione” (Il testo del regolamento continua poi: “Le tradizioni culturali si riferiscono inoltre ad un modo di pensare, ad un modo di agire o a un comportamento ereditato, stabilito o consuetudinario che include di fatto qualcosa che è stato trasmesso o acquisito da un predecessore. Esse contribuiscono al mantenimento di vincoli sociali duraturi tra le generazioni. A condizione che tali attività non incidano sul mercato dei prodotti di origine animale e non siano determinate da finalità produttive, è opportuno escudere dal campo di applicazione del presente regolamento l’abbattimento di animali effettuato nel quadro di tali eventi”). Anche per quanto riguarda le macellazioni rituali la norma comunitaria prevede che sia “importante mantenere la deroga allo stordimento degli animali prima della macellazione” nel pieno rispetto della libertà di religione “come stabilito dall’articolo 10 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea”.

Stordimento, quindi, previsto in modo da salvaguardare il benessere degli animali prima della loro uccisione. Ma fa parte ineludibile del metodo kosher, così come di quello halal, almeno sulla carta, trattare l’animale con gentilezza e garbo, evitandogli stress e sofferenza. Secondo Temple Grandin, la famosa etologa autrice di “Animals in Translation”, esperta nella progettazione di sistemi di contenimento per animali da reddito, i metodi kosher e halal, se correttamente applicati, sono tra i meno dolorosi per gli animali che vengono uccisi.

L’applicazione pratica è poi certo altra cosa, ma abbiamo visto più volte come anche i metodi “umanitari” di uccisione previsti dalle normative siano puntualmente disattesi. Non esistono “macelli degli orrori”. Esistono i macelli. Quel che è stato filmato all’interno del macello Italcarni di Ghedi non è un’eccezione. Quel che Pachirat descrive nel suo libro “Every Twelve Seconds” non è altro che la descrizione di quel che accade in ogni mattatoio industriale.

Forse che, allora, dietro alla richiesta di vietare la macellazione halal o kosher si cela un qual certo fastidio per le differenze religiose ed etniche, per gli stranieri, per gli immigrati.

Non è certo un caso se tra i più strenui oppositori alla macellazione rituale qui in Italia siano politici della Lega Nord o animalisti politicamente schierati a destra (dalla Brambilla agli Animalisti Italiani).

Ma anche ammettendo che certe volte almeno l’opposizione alla macellazione senza stordimento abbia origine da una sincera intenzione di ridurre la sofferenza animale, spesso entrano in gioco altri fattori, legati al sistema economico e sociale in cui siamo rinchiusi.

All’inizio del 2017 il ministro per l’agricoltura del governo olandese, il labor Martijn van Dam, è riuscito a far approvare un decreto che vietava l’esportazione di carne proveniente da macellazione rituale. Questo al fine di “minimizzare” gli effetti che tale pratica ha sul benessere animale. La produzione di carne kosher e halal avrebbe dovuto essere riservata al solo mercato interno. Oltre a questo, i macelli kosher e halal dovrebbero essere sottoposti a registrazione e a stretti controlli da parte delle autorità.

Dopo il bando proposto nel 2011 dal Partito Animalista e approvato dal parlamento, il governo olandese aveva concluso un accordo con i rappresentanti delle comunità musulmane ed ebraiche, in base al quale la macellazione rituale avrebbe continuato ad essere praticata, ma prevedendo lo stordimento dell’animale qualora fosse rimasto cosciente dopo quaranta secondi dalla iugulazione.

Concluso l’accordo, il senato aveva rigettato la proposta di bando, e la macellazione rituale era stata mantenuta in tutto il paese.

Allora, il presidente della Conferenza Europea dei Rabbini, Pinchas Goldschmidt, aveva affermato: “Ci auguriamo che questo voto [del senato] possa essere un messaggio di tolleranza e libertà diretto agli altri paesi europei che stanno contemplando misure e regolamenti restrittivi per la libertà religiosa”.

E così, cercando comunque di salvaguardare la libertà di culto, il ministro olandese ha ben pensato di vietare, almeno, l’esportazione. Questo avrebbe, di fatto, nelle intenzioni del legislatore, diminuito il numero di animali uccisi senza stordimento.

Una lettera del legale dell’unico mattatoio kosher, lo Slagerji Marcus, in cui si sottolina come il 40% della produzione sia si fatto destinata all’esportazione e come, quindi, tale norma avrebbe causato una drastica diminuzione dei profitti, fino alla probabile bancarotta, è bastata per far sì che un portavoce del ministero dell’economia corresse ai ripari. In una mail datata 25 luglio infatti afferma che “dietro specifiche richieste, verranno valutate le circostanze e quindi l’applicazione della nuova legge.

Una legge che non avrebbe toccato la libertà religiosa, certo. Ma qualcosa di forse ancor più importante e sentito. La libertà del sig. Koole, il padrone del macello in questione, di portare avanti i suoi affari.

Fonti:
http://www.lav.it/cosa-facciamo/allevamenti-e-alimentazione/la-macellazione-rituale
http://animalstudiesrepository.org/cgi/viewcontent.cgi?article=1020&context=acwp_faafp
http://www.linkiesta.it/it/article/2011/10/18/la-lega-nord-contro-la-macellazione-halal-e-kosher/2142/
http://www.animalisti.it/press-room/comunicati-stampa/clamoroso-blitz-degli-animalisti-italiani-in-catene-contro-la-macellazione-rituale.html
http://www.eunews.it/2017/05/08/il-belgio-vieta-la-macellazione-kosher-e-halal-insorgono-le-comunita-ebrea-e-musulmana/84874
http://www.timesofisrael.com/liveblog_entry/netherlands-may-exempt-kosher-slaughterhouse-from-export-ban/
http://www.independent.co.uk/news/world/europe/netherlands-bans-export-of-kosher-and-halal-meat-to-minimise-negative-effects-on-animal-welfare-a6881406.html
http://www.jta.org/2016/02/17/news-opinion/world/holland-to-ban-export-oversee-production-of-kosher-and-halal-meat
http://presidenza.governo.it/USRI/ufficio_studi/normativa/Regolamento%20macellazione%20rituale%20settembre%202009.pdf
http://www.jta.org/2017/07/27/news-opinion/world/netherlands-may-exempt-kosher-slaughterhouse-from-export-ban
http://www.jta.org/2017/07/17/news-opinion/world/netherlands-only-kosher-slaughterhouse-says-it-faces-closure-following-export-ban
http://www.dutchnews.nl/news/archives/2016/02/dutch-implement-new-restrictions-on-halal-and-kosher-meat/

CRISTINA

BALLERINA

Cristina, danzava sui miei pensieri, nella mia testa, alla Scala e, poi, come in seguito appresi, nella mia fervida immaginazione.

Era una ballerina.

Esile ed elegante.

Una étoile.

Di quelle cresciute nel talento, nella grazia e nella disciplina.

Lo dissi agli altri.

Informai tutti.

Era entrata una virtuosa della danza nel Coordinamento.

Quando conobbi meglio cristina, scoprii con sorpresa, sconcerto e delusione, che non era vero nulla.

Chi me l’aveva detto?

Me l’ero inventato?

Era stato un sogno.

Ancora la vedo con le punte e lo chignon danzare leggera sul palco.

Chissà…

O, forse, era il tetto di Green Hill.

Sì, danzava al colmo del capanno numero uno.

Dimenticate i resoconti e la storia ufficiale del tetto.

All’imbrunire o al crepuscolo scintillante dell’alba, come l’uomo fiammifero, lei disegnava sagome all’orizzonte.

L’ho vista fare uno jeté nell’ombra lunare.

Uno jeté in bilico sulla punta delle stelle e l’ho sentita ridere cristallina di una risata scrosciante.

Un altro nell’oro dell’aurora, la mattina seguente.

Sempre sul tetto.

Alcuni raccontano che mentre li facevano scendere i pompieri, lei, oplà, spiccava un grand jeté volando come una libellula o una fata atterrando sull’erba di rugiada, che incurante e ignara, nulla sapendo di quel posto, stilla dalle foglie e dai fili d’erba anche lì, ai piedi di Green Hill.

Questo brano è tratto da “Fermare Green Hill”, di Coordinamento Fermare Green Hill e George DL4. Il libro, interamente autoprodotto, è disponibile scrivendo a info@dentrofarmacologia.org al costo di 10 euro + spese di spedizione.

ANIMAL WELFARE

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Tratto da: Timothy Pachirat, Every Twelve Seconds, Industrialized Slaughter and the Politics of Sight, Yale University Press

Oltre a controllare i corpi umani, i QC (addetti al controllo qualità) hanno il compito di certificare un soddisfacente controllo sui corpi degli animali nel reparto macellazione. Conducono un controllo interno settimanale sul trattamento degli animali, ed il rapporto viene poi sottoposto agli acquirenti per certificare che il trattamento degli animali è monitorato all’interno dello stabilimento. Gli acquirenti a loro volta utilizzano la certificazione per rassicurare i loro clienti che la carne venduta è stata trattata umanamente durante la macellazione.

L’audit interno è basato su cinque formulari. Nel primo, il QC deve specificare la percentuale di utilizzo degli stimolatori elettrici sui bovini lungo la serpentina che collega i recinti di sosta all’abbattitore. Il formulario specifica che un uso su 5 bovini su 100 è da considerarsi “accettabile”. Sotto, sono riportati i numeri da 1 a 100. Il QC, fermo avanti ai recinti, cerchia un numero per ogni animale che gli passa avanti e che non viene colpito con lo stimolatore. E segna una X per ogni animale a cui viene data la scarica elettrica.

Dalla mia esperienza di quattro giorni nei recinti, so che il normale uso dello stimolatore è su 3 o 4 animali ogni cento. E so anche che i lavoratori, che sono stati informati su quale sia il livello “accettabile” di scariche inflitte attraverso un video al momento della loro assunzione, modificano prontamente il loro comportamento ogni volta che un QC o un ispettore USDA è nelle vicinanze. Non ostante questo, anche in quei momenti il numero di scariche si aggira su 10 – 12 ogni cento bovini. Ma, come per qualsiasi altra documentazione, ci si aspetta che il QC riporti dati che rientrano nel paramentro dell'”accettabilità” specificato nel questionario.

Il secondo questionario riguarda la vocalizzazione. Come per quello precedente, anche qui il QC si mette di fronte ai recinti e segna il numero di mucche che muggiscono mentre gli passano davanti; vocalizzazioni dell’uno percento sono considerate accettabili. Questo momento nelle operazioni all’interno del mattatoio è unico per l’attenzione data, anche se sbrigativa ed ipocrita, alla vera, fisica voce dei vitelli. Una volta a settimana, per dieci o quindici minuti, il tempo necessario affinché cento vitelli passino in fila di fronte al QC, un essere umano coscientemente ed attivamente ascolta le loro voci ed interpreta quelle voci come una comunicazione intenzionale di dolore e sofferenza.

Il terzo questionario riguarda il numero di vitelli che scivolano o cadono mentre vengono sospinti verso lo storditore. La procedura di documentazione è identica a quella dei primi due. Poiché questi tre controlli hanno luogo nella medesima area, spesso il QC li compila contemporaneamente osservando e registrando le tre variabili esaminate sugli stessi cento vitelli.

Il quarto questionario riguarda il controllo sullo stordimento, ovvero se questo renda o meno incosciente l’animale dopo un unico colpo. Il QC sta in piedi alle spalle dello storditore e, su un campione di cento animali, indica il numero di vitelli che vengono storditi dal proiettile captivo e quello degli animali che rimangono coscienti. Un numero di tre animali su cento è considerato “accettabile”. Il numero di colpi necessari per uccidere una mucca varia, in relazione all’abilità dello storditore, alle condizioni della pistola, alla potenza del getto di aria compressa, e a quanto l’animale lotti e si dibatta all’interno dell’area di stordimento. Mentre effettuavo questo controllo, ho potuto notare che alcuni vitelli dovevano essere colpiti fino a tre o quattro volte. Ma la cosa più comune è che il proiettile non penetri abbastanza a fondo, così da rendere necessario un secondo colpo. Come per tutti gli altri questionari, anche in questo caso ci si aspetta che il QC indichi comunque un numero di casi accettabile.

L’ultimo controllo richiesto consiste nel sostare nel’area di fronte allo iugulatore per determinare se i vitelli restano privi di coscienza quando sono appesi alla catena per la zampa posteriore. Secondo un video formativo che ho visionato nell’ufficio del personale, scalciare con la zampa posteriore libera è inteso come una mera reazione involontaria dei muscoli e non è indice del fatto che l’animale sia cosciente. Se invece la mucca risponde con movimenti oculari a determinati stimoli (come agitare una penna o schioccare le dita di fronte ai suoi occhi), allora questi segnali sono da leggere come indici di coscienza.

Ho effettuato varie volte il controllo insieme a Jill, e non ci è voluto molto perché mi accorgessi che i suoi questionari erano compilati già prima che ci si recasse presso i recinti e lo storditore. Quando le chiesi spiegazioni, mi rispose che “Nessuno in ogni caso si prende mai la briga di controllare i rapporti, e noi dobbiamo comunque segnare come “accettabile” quel che vediamo, anche se non lo è; quindi, che vuoi che importi? Inoltre, mi rattrista così tanto andare là a guardare mentre vengono uccisi.”

Il controllo sul trattamento degli animali genera una situazione paradossale proprio in relazione al singolo animale. Da una parte, esso non è altro che questo: un mero controllo qualità, suddiviso in cinque componenti quantificabili e progettato, come molta altra della documentazione redatta all’interno del reparto macellazione, al fine di presentare una ben determinata immagine della macellazione industriale. Nel caso specifico, il quadro di una macellazione industriale umana. Dall’altro lato, il risultato del processo di controllo è quello di trasformare il confronto fisico con l’uccisione di creature viventi in un processo tecnico con precisi metri di misura del livello di umanità ed etica della procedura. L’ispettore è lì a guardare direttamente gli animali; lui o lei è lì ad ascoltare le loro voci, ma gli animali sono visti ed ascoltati meramente come funzioni all’interno di un processo tecnico; altro non sono che dati da inserire. Questa sorta di dissociazione tecnica avviene anche al di fuori delle operazioni di controllo qualità, persino in occasione di avvenimenti eccezionali, come quello che avvenne un giorno poco prima delle undici del mattino.

“Gil, sei in ascolto, Gil?” La voce arriva gracchiando dalla mia radio, la riconosco come la voce di John Sloan, supervisone delle operazioni di scarico dei vitelli dai camion.

“Sì, vai avanti” Risponde Gil.

“Gil, sono qui fuori proprio ora con l’USDA e abbiamo un piccolo problema. Una delle mucche che sarebbe dovuta andare a morte ora sta partorendo un vitello nel recinto, e l’USDA non ci permette di averla prima che il parto abbia termine, così ti informo che la mucca non andrà a morire quando avrebbe dovuto.” Il che significa che la mucca non sarebbe stata macellata insieme al lotto a cui apparteneva, e che veniva in quei minuti sospinto verso lo storditore.

Bill Sloan, fratello maggiore di John e secondo in comando all’interno del reparto macellazione, interviene con voce irata: “Beh, non puoi semplicemente allungare la tua dannata mano e tirarlo fuori?”.

C’è un attimo di silenzio prima che giunga la risposta di John: “Negativo, Bill. Il governo è proprio qui e non ci permettono di fare niente con questa mucca finché non finisce di partorire.”

“Ma sei sicuro che poi ce la danno?”. Chiede Bill.

“Sì, matematico” risponde John dopo un’altra pausa. “Dovremmo forse darci un po’ da fare con loro, ma alla fine ce la daranno. Vi faccio sapere quando la mucca andrà a morire”.

La mucca, quel giorno, fu l’ultimo animale ad essere ucciso. Il numero 2.452. Nessuna menzione alla radio sul destino del vitello appena nato, null’altro che un elemento di disturbo all’interno di un processo produttivo che vede negli animali null’altro che materia prima da lavorare. La giustapposizione, potenzialmente potente, di una vita che viene al mondo nel mezzo di uccisioni in serie viene trasformata in una disputa con l’USDA sul quando la mucca potrà essere uccisa e neutralizzata da un linguaggio tipico delle conversazioni sui vitelli all’iterno del mattatoio: la mucca “andrà a morire” anziché “verrà uccisa” (parimenti, i vitelli nei recinti vengono chiamati “manzo”  – beef – ad esempio: “Ehi, ragazzi, quel manzo è caduto laggiù nel recinto”).

Così, il controllo sul trattamento degli animali estende, anziché restringere, il controllo sul corpo dei vigelli come condizione necessaria per il lavoro dell’uccisione industrializzata. Dalla prospettiva interna al processo di lavorazione, assistere ai tentativi di ribellione, alle scivolate, alle cadute, ai lamenti, non induce ad avere attenzione verso la sofferenza degli animali, bensì attenzione ad eventuali interruzioni della catena produttiva. Le preoccupazioni riguardo il trattamento umano degli animali e le prassi di osservazione e documentazione create per assicurare il supposto trattamento umano, si fondono e confondono con la realtà di un sistema basato sulla produttività, teso a massimizzare il flusso di materia prima verso il reparto macellazione, un sistema in cui gli animali sono carne – beef – ancor prima di essere macellati.

 

KILL FLOOR

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Tratto da: Timothy Pachirat, Every Twelve Seconds, Industrialized Slaughter and the Politics of Sight, Yale University Press

Esiste uno spazio, una linea di demarcazione, nei mattatoi industriali, che dovrebbere dividere la vita e la morte. Capita però che questa linea venga varcata.

Se una mucca sopravvive al proiettile captivo e l’operatore, il knocker, colui che è preposto all’uso della pistola ad aria compressa che dovrebbe rendere gli animali non coscienti prima della iugulazione, non blocca in tempo il nastro trasportatore sul quale sono costretti gli animali subito prima e subito dopo essere stati colpiti in fronte, allora la mucca lotta per liberarsi dal nastro, e finisce per ritrovarsi a correre terrorizzata nell’orrore del reparto macellazione, il kill floor, tra vomito, sangue, e la vista e l’odore di centinaia di corpi appesi, sgozzati, in costante movimento lungo la linea di produzione.
Non è un fatto isolato;  la cosa che capita così di frequente che dei cancelli di contenimento sono stati costruiti in modo da bloccare l’animale subito dopo lo stordimento e non raggiungere le altre aree del reparto macellazione. Quando questo accade, lo storditore suona tre volte l’allarme, al cui richiamo accorre un supervisore, che chiama il direttore del reparto via radio. Il direttore arriva armato di un fucile calibro .22, varca i cancelli, e spara alla mucca sopravvissuta.

Se il colpo è ben assestato, la mucca si accascia al suolo, e alcuni degli operai accorrono con un muletto per spostarne il cadavere sul nastro trasportatore, ricondurlo all’interno della linea di produzione.

Ma esiste, e si verifica, anche un altro scenario. Quando l’animale non viene tramortito dal proiettile, ma il suo corpo, esausto, procede comunque lungo la linea. Viene agganciato per la zampa, sollevato in aria, scalcia e rotea su se stesso, nel disperato tentativo di liberarsi. Lo iugulatore dovrebbe, a questo punto, bloccare l’intera linea di produzione. Ma se non ci sono ispettori UDSA nelle vicinanze si va avanti. La gola viene recisa. Il taglio spesso è imperfetto, perché la mucca si agita, ed è facile venire colpiti e feriti. E così può accadere che l’animale prosegua lungo la linea, sempre vivo e cosciente. Passi il taglio della coda, il taglio della zampa posteriore destra, l’incisione dell’ano.

Gli operai lavorano su piattaforme rialzate, e non possono accorgersi di quel che accade. Solo chi è al suolo, in basso, e può guardare negli occhi l’animale, può coglierne la vitalità.

Ma per chi lavora altrove, sulle piattaforme, dal loro punto di osservazione, quello non è più un animale. Ma una carcassa.

Esistono linee di demarcazione ben precise, all’interno dei mattatoio, tra la vita e la morte. Linee al di qua delle quali l’animale è vivo, e al di là è e deve essere morto. Il punto di congiunzione tra queste due linee, laddove operano lo storditore e lo iugulatore, esso solo è percepito come il luogo in cui si uccide.

Su ottocento lavoratori coinvolti, solo pochissimi hanno contatto e vedono i vitelli e le mucche ancora in vita. O hanno un ruolo attivo nella loro uccisione. Nella separazione tra vita e morte, la maggior parte dei lavoratori del mattatoio lavorano su animali già morti. Inoltre, l’atto stesso dell’uccisione è diviso in più segmenti. Ed ognuno dei lavoratori che opera in ognuno di questi segmenti non vede cosa accade prima o cosa accade dopo.

Così come il mattatoio è precluso alla vista della società “al di fuori”, e il kill floor è separato ed isolato dal resto dello stabilimento, similmente l’uccisione stessa è segregata e dissimulata.