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Uomini o topi

Quando la ricerca su animali non è soltanto crudele, ma anche inutile.

 

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Riporto in italiano un recente articolo pubblicato sul sito di Caraeusa, associazione statunitense impegnata nello studio e promozione di metodi di ricerca alternativi all’utilizzo di animali non umani.

Di recente sono stati pubblicati gli ennesimi studi che sostengono e dimostrano come il modello murino sia fuorviante negli studi sui disordini di natura neurologica e sul diabete.

Un articolo pubblicato su Nature Neuroscience, ad esempio, esamina attentamente le differenze tra topo ed essere umano nella microglia, ovvero quelle cellule che formano il sistema immunitario del cervello, e che sembrano svolgere un ruolo fondamentale in molte funzioni cerebrali e disturbi neurologici.

Ricercatori olandesi e brasiliani, esaminando le espressioni geniche di queste cellule ottenute da campioni umani ed il loro processo di invecchiamento, hanno verificato che le similitudini con le cellule murine non superano l’uno per cento.

Tale risultato impatta non solo le ricerche sui processi di invecchiamento, ma anche su malattie neurodegenerative come Alzheimer e Parkinson.

Allo stesso risultato si è giunti, in maniera del tutto indipendente, analizzando le cellule prelevate da biopsie su bambini affetti da autismo presso l’università di Stanford.

Contemporaneamente, in Gran Bretagna e Svezia, ricercatori alle prese con protocolli inerenti a nuovi farmaci per la cura del diabete, si sono posti il quesito del perché tali farmaci diano in genere ottimi risultati sui topi e pessimi o nulli sugli esseri umani. Hanno quindi esaminato i recettori che controllano la funzione delle cellule predisposte alla produzione di insulina nelle due razze di topi generalmente utilizzati negli studi sul diabete. E la loro ricerca ha evidenziato macroscopiche differenze tra topi ed essere umani proprio nelle cellule beta del pancreas, responsabili della produzione e accumulo di insulina.

Il professor Stefan Amisten dell’università di Lund, Svezia, ha affermato: “Questo significa che un farmaco sviluppato appositamente per stimolare o inibire un particolare recettore al fine, nel modello murino, di incrementare la produzione di insulina, quando utilizzato sull’uomo, può non avere alcun effetto o, peggio, provocare sintomi simili a quelli del diabete stesso”.

Coautore della pubblicazione, il dottor Albert Salhei del King’s College of London, ha aggiunto: “Tutto questo è risaputo, ed è fonte di grande frustrazione sia per i ricercatori che per l’industria farmaceutica. E’ quindi corretto continuare a sviluppare farmaci basandosi su una ricerca condotta su topi, quando già sappiamo che tali farmaci non potranno essere utilizzati sull’uomo?”.

Sulla base di tali risultati, sarebbe ovvio abbandonare l’uso del modello murino almeno per questa branca di studi. Ma così non è. Ricercatori che hanno basato la propria carriera sulla sperimentazione animale continuano imperterriti su tale strada, sottolineando le similitudini tra uomo e topo, ma ignorando le differenze. Persino una banana condivide il 60% del proprio DNA con l’uomo, e questo fatto dovrebbe ancor più dimostrare l’insensatezza di estrapolare le proprie conclusioni scientifiche basandosi su dati isolati.

La scienza, si suppone, dovrebbe utilizzare metodi scientifici. Il che dovrebbe escludere il giustificare l’utilizzo di modelli animali basandosi su casuali ed isolate similitudini geniche senza però parimenti considerare le notevoli differenze.

Ma così evidentemente non è, e gli animali non umani continuano a soffrire e morire per esperimenti che, nel 90% dei casi, si risolvono in clamorosi fallimenti nello sviluppo di farmaci e terapie per gli umani.

Fonti

Articolo tradotto:

http://www.caareusa.org/scientists_discover_that_mice_and_humans_are_differenet

https://www.nature.com/articles/srep46600

Sulla microglia:

http://www.lescienze.it/news/2015/10/31/news/ascesa_microglia_cervello_sano_malato-2825953/

http://www.lescienze.it/news/2016/04/11/neE‘ ws/eliminazione_neuroni_morti_microglia_recettori_tam-3047519/

Sulle cellule Beta:

https://biologiawiki.it/wiki/cellule-beta-del-pancreas/

https://www.salute-e-benessere.org/salute/meccanismo-di-rilascio-dellinsulina-dopo-un-pasto/

Sul professor Stefan Amisten:

https://www.kcl.ac.uk/lsm/research/divisions/dns/about/people/Profiles/Dr-Stefan-Amisten.aspx

http://www.lunduniversity.lu.se/lucat/user/7cc7254a5c49bf7bbf2486f4d803bcd1

https://scholar.google.co.uk/citations?user=YbckHCYAAAAJ&hl=en

Sul professor Albert Salehi:

http://www.lunduniversity.lu.se/lucat/user/d44114a6841e0fbf2f3891df05b58511

https://lup.lub.lu.se/search/person/farm-sal

ANIMAL WELFARE

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Tratto da: Timothy Pachirat, Every Twelve Seconds, Industrialized Slaughter and the Politics of Sight, Yale University Press

Oltre a controllare i corpi umani, i QC (addetti al controllo qualità) hanno il compito di certificare un soddisfacente controllo sui corpi degli animali nel reparto macellazione. Conducono un controllo interno settimanale sul trattamento degli animali, ed il rapporto viene poi sottoposto agli acquirenti per certificare che il trattamento degli animali è monitorato all’interno dello stabilimento. Gli acquirenti a loro volta utilizzano la certificazione per rassicurare i loro clienti che la carne venduta è stata trattata umanamente durante la macellazione.

L’audit interno è basato su cinque formulari. Nel primo, il QC deve specificare la percentuale di utilizzo degli stimolatori elettrici sui bovini lungo la serpentina che collega i recinti di sosta all’abbattitore. Il formulario specifica che un uso su 5 bovini su 100 è da considerarsi “accettabile”. Sotto, sono riportati i numeri da 1 a 100. Il QC, fermo avanti ai recinti, cerchia un numero per ogni animale che gli passa avanti e che non viene colpito con lo stimolatore. E segna una X per ogni animale a cui viene data la scarica elettrica.

Dalla mia esperienza di quattro giorni nei recinti, so che il normale uso dello stimolatore è su 3 o 4 animali ogni cento. E so anche che i lavoratori, che sono stati informati su quale sia il livello “accettabile” di scariche inflitte attraverso un video al momento della loro assunzione, modificano prontamente il loro comportamento ogni volta che un QC o un ispettore USDA è nelle vicinanze. Non ostante questo, anche in quei momenti il numero di scariche si aggira su 10 – 12 ogni cento bovini. Ma, come per qualsiasi altra documentazione, ci si aspetta che il QC riporti dati che rientrano nel paramentro dell'”accettabilità” specificato nel questionario.

Il secondo questionario riguarda la vocalizzazione. Come per quello precedente, anche qui il QC si mette di fronte ai recinti e segna il numero di mucche che muggiscono mentre gli passano davanti; vocalizzazioni dell’uno percento sono considerate accettabili. Questo momento nelle operazioni all’interno del mattatoio è unico per l’attenzione data, anche se sbrigativa ed ipocrita, alla vera, fisica voce dei vitelli. Una volta a settimana, per dieci o quindici minuti, il tempo necessario affinché cento vitelli passino in fila di fronte al QC, un essere umano coscientemente ed attivamente ascolta le loro voci ed interpreta quelle voci come una comunicazione intenzionale di dolore e sofferenza.

Il terzo questionario riguarda il numero di vitelli che scivolano o cadono mentre vengono sospinti verso lo storditore. La procedura di documentazione è identica a quella dei primi due. Poiché questi tre controlli hanno luogo nella medesima area, spesso il QC li compila contemporaneamente osservando e registrando le tre variabili esaminate sugli stessi cento vitelli.

Il quarto questionario riguarda il controllo sullo stordimento, ovvero se questo renda o meno incosciente l’animale dopo un unico colpo. Il QC sta in piedi alle spalle dello storditore e, su un campione di cento animali, indica il numero di vitelli che vengono storditi dal proiettile captivo e quello degli animali che rimangono coscienti. Un numero di tre animali su cento è considerato “accettabile”. Il numero di colpi necessari per uccidere una mucca varia, in relazione all’abilità dello storditore, alle condizioni della pistola, alla potenza del getto di aria compressa, e a quanto l’animale lotti e si dibatta all’interno dell’area di stordimento. Mentre effettuavo questo controllo, ho potuto notare che alcuni vitelli dovevano essere colpiti fino a tre o quattro volte. Ma la cosa più comune è che il proiettile non penetri abbastanza a fondo, così da rendere necessario un secondo colpo. Come per tutti gli altri questionari, anche in questo caso ci si aspetta che il QC indichi comunque un numero di casi accettabile.

L’ultimo controllo richiesto consiste nel sostare nel’area di fronte allo iugulatore per determinare se i vitelli restano privi di coscienza quando sono appesi alla catena per la zampa posteriore. Secondo un video formativo che ho visionato nell’ufficio del personale, scalciare con la zampa posteriore libera è inteso come una mera reazione involontaria dei muscoli e non è indice del fatto che l’animale sia cosciente. Se invece la mucca risponde con movimenti oculari a determinati stimoli (come agitare una penna o schioccare le dita di fronte ai suoi occhi), allora questi segnali sono da leggere come indici di coscienza.

Ho effettuato varie volte il controllo insieme a Jill, e non ci è voluto molto perché mi accorgessi che i suoi questionari erano compilati già prima che ci si recasse presso i recinti e lo storditore. Quando le chiesi spiegazioni, mi rispose che “Nessuno in ogni caso si prende mai la briga di controllare i rapporti, e noi dobbiamo comunque segnare come “accettabile” quel che vediamo, anche se non lo è; quindi, che vuoi che importi? Inoltre, mi rattrista così tanto andare là a guardare mentre vengono uccisi.”

Il controllo sul trattamento degli animali genera una situazione paradossale proprio in relazione al singolo animale. Da una parte, esso non è altro che questo: un mero controllo qualità, suddiviso in cinque componenti quantificabili e progettato, come molta altra della documentazione redatta all’interno del reparto macellazione, al fine di presentare una ben determinata immagine della macellazione industriale. Nel caso specifico, il quadro di una macellazione industriale umana. Dall’altro lato, il risultato del processo di controllo è quello di trasformare il confronto fisico con l’uccisione di creature viventi in un processo tecnico con precisi metri di misura del livello di umanità ed etica della procedura. L’ispettore è lì a guardare direttamente gli animali; lui o lei è lì ad ascoltare le loro voci, ma gli animali sono visti ed ascoltati meramente come funzioni all’interno di un processo tecnico; altro non sono che dati da inserire. Questa sorta di dissociazione tecnica avviene anche al di fuori delle operazioni di controllo qualità, persino in occasione di avvenimenti eccezionali, come quello che avvenne un giorno poco prima delle undici del mattino.

“Gil, sei in ascolto, Gil?” La voce arriva gracchiando dalla mia radio, la riconosco come la voce di John Sloan, supervisone delle operazioni di scarico dei vitelli dai camion.

“Sì, vai avanti” Risponde Gil.

“Gil, sono qui fuori proprio ora con l’USDA e abbiamo un piccolo problema. Una delle mucche che sarebbe dovuta andare a morte ora sta partorendo un vitello nel recinto, e l’USDA non ci permette di averla prima che il parto abbia termine, così ti informo che la mucca non andrà a morire quando avrebbe dovuto.” Il che significa che la mucca non sarebbe stata macellata insieme al lotto a cui apparteneva, e che veniva in quei minuti sospinto verso lo storditore.

Bill Sloan, fratello maggiore di John e secondo in comando all’interno del reparto macellazione, interviene con voce irata: “Beh, non puoi semplicemente allungare la tua dannata mano e tirarlo fuori?”.

C’è un attimo di silenzio prima che giunga la risposta di John: “Negativo, Bill. Il governo è proprio qui e non ci permettono di fare niente con questa mucca finché non finisce di partorire.”

“Ma sei sicuro che poi ce la danno?”. Chiede Bill.

“Sì, matematico” risponde John dopo un’altra pausa. “Dovremmo forse darci un po’ da fare con loro, ma alla fine ce la daranno. Vi faccio sapere quando la mucca andrà a morire”.

La mucca, quel giorno, fu l’ultimo animale ad essere ucciso. Il numero 2.452. Nessuna menzione alla radio sul destino del vitello appena nato, null’altro che un elemento di disturbo all’interno di un processo produttivo che vede negli animali null’altro che materia prima da lavorare. La giustapposizione, potenzialmente potente, di una vita che viene al mondo nel mezzo di uccisioni in serie viene trasformata in una disputa con l’USDA sul quando la mucca potrà essere uccisa e neutralizzata da un linguaggio tipico delle conversazioni sui vitelli all’iterno del mattatoio: la mucca “andrà a morire” anziché “verrà uccisa” (parimenti, i vitelli nei recinti vengono chiamati “manzo”  – beef – ad esempio: “Ehi, ragazzi, quel manzo è caduto laggiù nel recinto”).

Così, il controllo sul trattamento degli animali estende, anziché restringere, il controllo sul corpo dei vigelli come condizione necessaria per il lavoro dell’uccisione industrializzata. Dalla prospettiva interna al processo di lavorazione, assistere ai tentativi di ribellione, alle scivolate, alle cadute, ai lamenti, non induce ad avere attenzione verso la sofferenza degli animali, bensì attenzione ad eventuali interruzioni della catena produttiva. Le preoccupazioni riguardo il trattamento umano degli animali e le prassi di osservazione e documentazione create per assicurare il supposto trattamento umano, si fondono e confondono con la realtà di un sistema basato sulla produttività, teso a massimizzare il flusso di materia prima verso il reparto macellazione, un sistema in cui gli animali sono carne – beef – ancor prima di essere macellati.

 

KILL FLOOR

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Tratto da: Timothy Pachirat, Every Twelve Seconds, Industrialized Slaughter and the Politics of Sight, Yale University Press

Esiste uno spazio, una linea di demarcazione, nei mattatoi industriali, che dovrebbere dividere la vita e la morte. Capita però che questa linea venga varcata.

Se una mucca sopravvive al proiettile captivo e l’operatore, il knocker, colui che è preposto all’uso della pistola ad aria compressa che dovrebbe rendere gli animali non coscienti prima della iugulazione, non blocca in tempo il nastro trasportatore sul quale sono costretti gli animali subito prima e subito dopo essere stati colpiti in fronte, allora la mucca lotta per liberarsi dal nastro, e finisce per ritrovarsi a correre terrorizzata nell’orrore del reparto macellazione, il kill floor, tra vomito, sangue, e la vista e l’odore di centinaia di corpi appesi, sgozzati, in costante movimento lungo la linea di produzione.
Non è un fatto isolato;  la cosa che capita così di frequente che dei cancelli di contenimento sono stati costruiti in modo da bloccare l’animale subito dopo lo stordimento e non raggiungere le altre aree del reparto macellazione. Quando questo accade, lo storditore suona tre volte l’allarme, al cui richiamo accorre un supervisore, che chiama il direttore del reparto via radio. Il direttore arriva armato di un fucile calibro .22, varca i cancelli, e spara alla mucca sopravvissuta.

Se il colpo è ben assestato, la mucca si accascia al suolo, e alcuni degli operai accorrono con un muletto per spostarne il cadavere sul nastro trasportatore, ricondurlo all’interno della linea di produzione.

Ma esiste, e si verifica, anche un altro scenario. Quando l’animale non viene tramortito dal proiettile, ma il suo corpo, esausto, procede comunque lungo la linea. Viene agganciato per la zampa, sollevato in aria, scalcia e rotea su se stesso, nel disperato tentativo di liberarsi. Lo iugulatore dovrebbe, a questo punto, bloccare l’intera linea di produzione. Ma se non ci sono ispettori UDSA nelle vicinanze si va avanti. La gola viene recisa. Il taglio spesso è imperfetto, perché la mucca si agita, ed è facile venire colpiti e feriti. E così può accadere che l’animale prosegua lungo la linea, sempre vivo e cosciente. Passi il taglio della coda, il taglio della zampa posteriore destra, l’incisione dell’ano.

Gli operai lavorano su piattaforme rialzate, e non possono accorgersi di quel che accade. Solo chi è al suolo, in basso, e può guardare negli occhi l’animale, può coglierne la vitalità.

Ma per chi lavora altrove, sulle piattaforme, dal loro punto di osservazione, quello non è più un animale. Ma una carcassa.

Esistono linee di demarcazione ben precise, all’interno dei mattatoio, tra la vita e la morte. Linee al di qua delle quali l’animale è vivo, e al di là è e deve essere morto. Il punto di congiunzione tra queste due linee, laddove operano lo storditore e lo iugulatore, esso solo è percepito come il luogo in cui si uccide.

Su ottocento lavoratori coinvolti, solo pochissimi hanno contatto e vedono i vitelli e le mucche ancora in vita. O hanno un ruolo attivo nella loro uccisione. Nella separazione tra vita e morte, la maggior parte dei lavoratori del mattatoio lavorano su animali già morti. Inoltre, l’atto stesso dell’uccisione è diviso in più segmenti. Ed ognuno dei lavoratori che opera in ognuno di questi segmenti non vede cosa accade prima o cosa accade dopo.

Così come il mattatoio è precluso alla vista della società “al di fuori”, e il kill floor è separato ed isolato dal resto dello stabilimento, similmente l’uccisione stessa è segregata e dissimulata.

 

#Livexport: natale a bordo

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La dottoressa Lynn Simpson è uno dei veterinari con la più lunga esperienza sulle navi bestiame. Ha solcato i mari per ben 57 volte, sulle lunghe tratte e sulle brevi, lavorando per ogni compagnia che opera nel live export australiano. Fin dal primo viaggio, ha cercato di denunciare le condizioni di estrema sofferenza a cui sono sottoposti gli animali. Costretti a viaggiare immobili e in piedi per settimane, immersi nei liquami delle proprie deiezioni, a bere acqua e mangiare cibo contaminati dalle feci. Animali che nelle feci affogano. Dopo aver raccolto (invano) prove per anni, la dottoressa Simpson lascia il live export e nel 2012 passa a lavorare per il governo australiano. Con il compito di coadiuvare il ministero dell’agricoltura a riscrivere le norme ed i regolamenti per il benessere animale sulle navi cargo. Redige un dettagliato rapporto, corredato da fotografie scattate negli anni. Un impietoso ritratto di quel che il live export è realmente, al di là delle immagini e delle rassicuranti notizie diramate da armatori e esportatori. Si tratta del primo rapporto redatto da un veterinario impegnato a bordo, e per di più corredato di fotografie. Un documento esplosivo. Tanto che il governo ne vieta la pubblicazione. Ma – per errore o meno – questo viene caricato sulla pagina web del dipartimento dell’agricoltura, rendendolo quindi pubblico. La carriera della dottoressa Simpson è segnata. Per ordine esplicito della lobby del live export viene licenziata dal governo.Ci sono volute le terribili immagini di vitelli, caricati in Australia e trasportati per settimane, uccisi a colpi di martello in un macello vietnamita, e il clamore suscitato, per far sì che i portavoce dell’industria ammettessero che le denunce portate avanti dalla Simpson avessero qualche fondamento. E si dichiarassero pronti ad organizzare una tavola rotonda, con la partecipazione della stessa Simpson, per implementare il “benessere animale”. Regole sul “benessere animale” e controlli sul “benessere animale” redatti e organizzati da chi sugli animali lucra. Il controllato che controlla se stesso. Fumo negli occhi. Vuote parole.
La sua storia è stata raccontata in un articolo ABC News Australia che potete leggere qui, e che include anche un interessantissimo video.

Come molte altre persone, in tutta buona fede e con i migliori propositi, la dottoressa Simpson ha creduto di poter cambiare il sistema dall’interno. Risultandone inevitabilmente sconfitta.

I suoi racconti, le sue fotografie, le sue parole, sono comunque una importantissima testimonianza della realtà di questa industria, che macina ogni anno centinaia di migliaia di animali. Caricati a forza nei porti di mezzo mondo e costretti a viaggiare all’interno di mastodontiche navi negriere per settimane.

Il destino di Scilla.

Uno dei pochi che al suo destino è fuggito.

Uno dei pochi che ha vinto e si è salvato.

Uno dei pochissimi che questo Natale lo sta passando da animale libero, in un piccolo libero angolo di mondo.

Mentre, altrove, anche ora, l’unica cosa in cui tanti suoi simili possono sperare è una morte liberatoria e dignitosa. Magari anche un alito di quel che dovrebbe essere l’”umanità”. Come racconta Lynn Simpson in questo articolo che parla di un Natale a bordo.

Non sono mai stata una patita del Natale. Per mare ho imparato a celebrarlo alcuni anni, e ad ignorarlo altri.

Infatti, in alcuni casi, i comandanti delle navi con personale di varie nazionalità può decidere di ignorare ogni ricorrenza (religiosa e non), in modo da non scontentare o privilegiare nessuno. Altre volte invece ho assistito a celebrazioni continue, di ogni festa e ricorrenza di ogni religione e paese rappresentato a bordo. Natale, Eid, anniversari dell’indipendenza nazionale, compleanni, e chi più ne ha più ne metta.

Certo, la seconda opzione è quella che da risultati migliori. Laddove il morale è alto, si lavora meglio, e si produce di più. Ogni festa e celebrazione non fa altro che migliorare e non di poco la noiosa vita da marinaio.

E non è affatto difficile organizzare festeggiamenti su una nave. Bastano qualche lattina di Pepsi, limonata, un po’ di gelato, e magari del vino analcoolico sulle navi “asciutte” o birra su quelle “bagnate” ed il gioco è fatto. Se si è fortunati saltano fuori anche due o tre decorazioni, ed ecco che per quelle due o tre ore l’umore generale passa dalla stanchezza e frustrazione ad un’allegra spensieratezza.

E magari un po’ di malinconia per essere così lontani dai propri cari. Ma questo, ahimé, è inevitabile quando si lavora per mare.

Certo che il Natale a bordo ha tutto un altro sapore. Non è come passarlo a casa con la famiglia. Ma è un’occasione per stringere rapporti, scambiare auguri e convenevoli, magari imparando un paio di parole in una lingua che non conosci. E’ un modo per rompere la monotonia. E per sentirsi tutti un po’ più vicini.

In quei giorni, sembra quasi che aumenti anche la compassione verso gli animali che trasportiamo. Più di una volta ho sentito qualche membro dell’equipaggio augurare Buon Natale o Eid Mubarak a qualche agnello o vitello. Che di certo non ha compreso, e anche se avesse compreso non era di sicuro nella condizione di voler celebrare alcunché. Ma questi gesti riportano alla mente come un ricordo di cosa significa “umanità”.

Un anno avevamo lasciato Djibouti e stavamo navigando in acque ad alto rischio di attacco da parte di pirati, attraverso lo stretto di Bab el Mendeb, tra lo Yemen e l’Eritrea, diretti a nord verso il Mar Rosso.

Di solito in quelle zone la rete cellulare non funziona. Ma quel giorno il mio telefono squillò. Era una mia amica dall’Australia che mi augurava buon Natale.

Giusto la scorsa settimana lei mi ha ricordato di questa telefonata, e di come le abbia risposto che eravamo circondati da pirati, e che l’avrei richiamata da lì a qualche giorno. Una risposta di certo inaspettata, se non lavori per mare.

Lì, Natale era un giorno di lavoro come un altro.

E’ prassi comune, sulle navi che trasportano bestiame, affidarsi anche agli occhi dell’equipaggio per tenere sotto controllo lo stato degli animali. Di certo, i mandriani a bordo e la sottoscritta, da soli, non sarebbero mai in grado di controllare giornalmente qualcosa come 120.000 agnelli, o 20.000 vitelli, o un imprecisato mix dei due. Su navi di questa portata, il rapporto tra il numero di animali a bordo e il personale veterinario e di custodia, suona come una presa in giro. Sulle navi più piccole il compito è meno arduo, ma queste sono destinate ai brevi tragitti. Sulle lunghe tratte, invece, vengono impiegate le grandi navi, dove con il trascorrere dei giorni sia per gli animali che per chi ci lavora la fatica è tale da esauriti ogni forza.

Date le diverse culture con cui mi trovo a rapportarmi, non sempre è facile convincere il personale di bordo a riferire al “Dottore” che qualcosa non è stato notato, o è stato sbagliato. Per un innato senso della gerarchia e per un altrettanto innato sentimento di inferiorità nei confronti dei superiori, molti infatti tacciono, anche di fronte all’evidenza.

Per me invece ogni aiuto è importante. Una cosa di cui essere grata. Nella mia carriera ho incontrato tante persone eccezionali, che hanno lavorato al mio fianco. E vedere come venivano trattate dai loro superiori e datori di lavoro mi ha sempre fatto ribollire il sangue.

I dottori a bordo sono noti per essere un dito nel culo della gerarchia, e sono contenta di non essere stata da meno. Ancora oggi mi capita di ricevere sommesse parole di ringraziamento da parte dei sottoposti che ho difeso. E ne sono fiera. E’ segno che, non ostante tutto, non ho mai perso la bussola morale.

Un Natale stavamo attraversando l’Oceano Indiano. Faceva un caldo incredibile ed io avevo qualcosa come 20.000 vitelli sotto la mia custodia. Mentre correvo da un ponte all’altro per effettuare interventi chirurgici con diversi stadi di sedazione, un marinaio mi si avvicinò dicendomi che c’era un animale malato al ponte 14. Avevo appena iniziato ad operare, quindi gli dissi che avrebbe dovuto attendere almeno trenta minuti. Mi rispose con un “Grazie Dottore” e se ne andò. Terminai e mi recai al ponte 14, a babordo, lato esterno. Era tutto quello che sapevo.

Quello che trovai fu il più triste regalo di Natale che potessi ricevere.

C’era questo piccolo manzo, collassato, la testa tra le sbarre, incosciente ma che ancora respirava.

Non avevo riconosciuto il marinaio che mi aveva parlato. Aveva una maglietta gialla in testa, solo gli occhi visibili attraverso il buco del collo, le maniche legate dietro la nuca, in modo da proteggere il volto dalla polvere. Il classico dispositivo di protezione personale stile filippino.

Diedi un’occhiata al manzo e procedetti immediatamente con l’eutanasia. Non era cosciente, così non mi feci i 12 piani di scale e i 300 metri di corridoio per andare a prendere la pistola. Recisi la giugulare e la carotide con il mio coltello. Estrassi i vasi sanguigni con le mie dita, e il sangue si riversò fuori dal suo corpo insieme alla sua vita. Lui, incosciente e ignaro di quel che stavo facendo.

Quel che mi rimase impresso fu il fatto che, anche se il marinaio era impegnato in altro e non era suo compito occuparsi degli animali, lui aveva fatto tutto quello che gli era possibile per cercare di alleviare il dolore di quel vitello. Aveva preso un secchio, lo aveva rovesciato, e vi aveva adagiato la testa dell’animale, in modo da sollevare il collo dalla sbarra di ferro orizzontale. Aveva poi preso un pezzo di compensato per fargli ombra e cercare di dargli un minimo di sollievo dal caldo torrido, e solo dopo era corso a cercare me.

Non avevo mai visto nessuno fare tanto. Un raggio di umanità in un mare di inutile tristezza. Le lacrime mi riempirono gli occhi e mi solcarono le guance. Le asciugai e ritornai al lavoro.

Dopo due giorni capii finalmente chi fosse quel marinaio. Quando gli chiesi se era stato lui a chiamarmi per il manzo, mi rispose timidamente di sì. E si scusò per il fatto che non fosse sopravvissuto. Gli spiegai che il suo destino era comunque segnato, sarebbe morto comunque, e che gli ero grata per il fatto che avesse fatto di tutto per aiutarlo, anche se questo non era nei suoi compiti.

Aprii il mio portafogli e gli diedi 100 dollari. Mi guardò stupefatto. Fece per rendermeli, ma rifiutai. Provò di nuovo e di nuovo rifiutai. Era tutto il denaro che avevo con me.

Gli spiegai che in tutti i miei anni come veterinaria sulle navi bestiame avevo ricevuto aiuto da tanti membri dell’equipaggio, ma mai avevo assistito ad un gesto come il suo, al tentativo di dare sollievo alla sofferenza senza speranza di quel vitello, E per me questo era stato il più prezioso ricordo di cosa significhi umanità che potessi ricevere. Il suo era stato un regalo di Natale triste, ma importante.

Le marche auricolari del manzo finirono nel bidone dei deceduti, quello che chiamiamo RIP container, e una volta che il racconto del mio regalo di Natale, e della ricompensa ricevuta dal marinaio, cominciò a girare ricevetti un incredibile numero di segnalazioni di animali in difficoltà, anche se non in situazioni di emergenza, ma comunque buon per loro.

Buon Natale a tutti coloro che lo passano lavorando a bordo!

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Scilla

Se fossi una che fa gli auguri di Natale, i miei auguri andrebbero invece a Scilla. E agli abitanti di quel piccolo angolo di mondo. Ad Agripunk.

Il senso

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Brightlingsea, UK, polizia a difesa del live export

Nella separazione, nell’alienazione degli uni con gli altri, un senso non c’è. Nello sfruttamento un senso non c’è. Nell’orizzonte funebre della merce un senso non c’è.
Nella ricerca del denaro, della fama, della gloria, almeno per noi, un senso non c’è.
Non c’è un senso ultimo nemmeno nella ribellione, nella lotta, se non è consapevole. C’è la giustezza animale e quindi anche umana della reazione all’aggressione. Non poniamo in questione se sia legittimo l’uso della violenza.
E’ inumano, indegno, ogni atto di violenza, che si eserciti su un insetto o su una folla d’uomini.
Ma c’è la consapevolezza che tra chi aggredisce, chi opprime, chi edifica un mondo simile a una prigione e chi reagisce, si difende, prova a forzare le sbarre, passa un abisso. Tu e io sappiamo cos’è violenza, se prendere le armi per difendere la propria vita, la dignità di calpestare la terra o se non lo è piuttosto l’infinita varietà di snodi disciplinari, colpevolizzanti, infantilizzanti che attraversa le vite di tutti. Com’è possibile porre la questione quando il tuo specchio sul mondo sono i media, i giornali, i social network? E, chi più chi meno, siamo messi tutti così.

Dare voce a vere voci, vita poetica a vere vite.

Wu Ming 5, Francesca Tosarelli, Ms Kalashnikov

In memoria di Manny, e di tutti gli altri

1479081258872Ero in Olanda, faceva freddo e pioveva. Ero arrivata là per partecipare all’International Animal Rights Gathering di quell’anno. Con la mia tendina, il mio zaino, io e me stessa, come mi è sempre piaciuto viaggiare. Per sfuggire alle serate mondane e alla forzata socializzazione, mi sono comprata From Dusk Till Down di Keith Mann. Prima di allora non sapevo nulla di Jill Phipps. Leggendo la sua storia, mi sono innamorata del suo personaggio, della sua forza, e della storia di quella battaglia (sulla quale tante volte ho iniziato a scrivere, per poi fermarmi). Ero giovane allora, e pensavo davvero che avremmo cambiato il mondo. Pensavo che, come le proteste contro il live export, durante le quali era morta Jill Phipps, avevano portato alla chiusura del traffico, così avremmo posto fine a quell’infinito mare di sofferenza e morte e orrore a cui miliardi di animali sono condannati.

Sono passati gli anni. Con le rughe ed i capelli bianchi è arrivata la consapevolezza che in realtà nulla o quasi sia cambiato.

Abbiamo lottato e vinto contro Green Hill, ma la vivisezione continua a mietere sempre più vittime. Abbiamo un sacco di prodotti vegani e programmi vegani e tizi vegani che parlano in tivvù, ma –  a tanti anni dalla morte di Jill Phipps – le mostruose navi negriere che solcano gli oceani per trasportare cuccioli di pecora e di mucca a morire in terre lontane sono aumentate. Di numero e di stazza.

Mi sono trovata di fronte di nuovo, come un pugno nello stomaco, il live export quando mi sono occupata delle mucche sequestrate in Friuli (delle quali ho scritto qui).

No. Decisamente nessuna vittoria e nessun passo avanti.

Tutto continua. Come sempre. Nell’indifferenza. O nella momentanea, casuale, isolata lacrima di pietà e pena e forse lieve empatia che a volte solca il viso di chi si trova faccia a faccia con le vittime. Soprattutto con le vittime che si ribellano, e tentano disperatamente di sfuggire il loro destino.

Come accaduto pochi giorni fa in Australia, a Fremantle, forse il porto da cui partono in assoluto più  animali verso la loro morte, o a bordo delle navi negriere, o all’interno di qualche mattatoio libanese o vietnamita.

Ne parla in un bell’articolo Patrick Marlborough:

Quando penso al live export quel che mi viene in mente è: casa e barbarie.

La scorsa settimana un vitello poi ribattezzato “Manny” si è lanciato dal ponte di una nave per trasporto animali attraccata al porto di Fremantle, per poi nuotare forsennatamente verso la libertà, arrivando fino a North Cogee. La sua fuga è durata 24 ore. E lo ha portato a passare a poca distanza da me.

Quella domenica ero con un’amica vegana ed avevo appena comprato burgers da Missy Moos a South Freemantle, e ce ne stavamo andando a prendere il sole a South Beach. In auto abbiamo parlato dell’etica del mangiar carne, e la mia amica mi aveva appellato con il termine “mangiacadaveri”.

Eravamo al parcheggio della spiaggia, e guardavamo oltre la linea delle docce, io ho detto qualcosa tipo “dovrebbero svuotare quei bidoni d’immondizia” quando, all’improvviso, un vitello marrone ci passò avanti correndo. Le persone presenti si misero a ridere e a riprendere la scena con i loro smartphone, alcuni cani si misero ad abbaiare forsennatamente, e tutti ci guardavamo con uno sguardo tipo “ehi e che cazzo”.

Intanto il vitello si allontanava al galoppo, imboccando la pista ciclabile che porta a Coogee.

“Da dove potrebbe provenire?”, mi chiese preoccupata la mia amica. Era appena arrivata dalla California, e non sapeva nulla di Fremantle. Le dissi una pietosa bugia riguardo una qualche fattoria didattica. Ma sapevo bene da dove arrivava quel vitello. Dal porto. Da una di quelle navi.

Non c’è nulla di simile al crescere in una città portuale. Vedere le grandi gru muovere i container come fossero marionette è spettacolare. Nelle notti calme e silenziose i rumori del porto arrivavano fino alla mia camera.

Sono cresciuto durante gli anni del declino del porto di Fremantle, durante la crisi seguente alla America’s Cup che ha depresso la città a partire dal 1988. Ho passato la mia infanzia con mio padre ed il suo megafono ai cortei di protesta dell’era Howard, e la mia adolescenza passeggiando lungo le file di pescatori, con i miei amici e del vino da quattro soldi.

Il live export è parte cruciale dell’economia del porto. Nel 2014-2015 sono partiti da Fremantle 131.951 vitelli. Nello stesso anno dall’Australia occidentale sono state esportati 1.945.559 agnelli. Quasi tutti passati da Fremantle. Una volta l’attività portante era l’esportazione di lana. E ancora, nel 2016, è sulla pelle delle pecore che si lavora. La crudeltà verso gli animali interseca la storia di questa città, il suo passato, il suo presente, la sua identità.

Sono cresciuto con l’odore della morte nelle narici.

Ho ricordi di me mentre tornavo dalla casa di mia nonna a Palmyra, con mio padre che guidava lungo la Leach Highway, dietro ad un camion stipato di agnelli. Ricordo la loro merda e il loro piscio strabordare dal camion e gocciolare a terra ad ogni semaforo rosso o incrocio. Mi ricordo di aver provato pietà. Ma ricordo anche di sentirmi già allora abituato a tutto questo.

Non c’è nulla come l’odore di piombo che esala una nave carica di agnelli in una giornata d’estate. Al liceo, l’odore si siedeva con noi nel cortile della scuola, entrava in ogni classe. Una zaffata di morte e disperazione, che si alzava mentre tu eri lì intento ad ingurgitare la torta della mensa. Ricordo che non ci facevo caso. Non si poteva sfuggire a quell’odore. Era qualcosa con cui necessariamente convivere.

Quell’odore ha un effetto proustiano su di me. Mi riporta alla porta d’ingresso della mia casa di allora, notti fresche, la mia fidanzata, pic nic in famiglia, i negozi del centro, tossicomani fatti di crack, e carri allegorici hippie che protestavano contro l’uranio ed il live export durante la Parata di Fremantle. Una sorta di innesco olfattivo che mi porta dentro un montaggio caleidoscopico di scene e personaggi di Fremantle.

Sono immagini intrinsecamente legate al crudo orrore dell’industria dalla quale quel puzzo ha origine.

Il 29 dicembre dello scorso anno la nave cargo M/V Ocean Outback, battente bandiera israeliana, ha fatto ritorno al porto a causa di problemi tecnici. Lì rimase per 10 giorni. 33 animali sulla nave morirono disidratati per il gran caldo. Trenta agnelli e tre vitelli. Su un totale di 7500 non sembra così male.

Il vitello Manny è fuggito da una nave simile in una giornata con una temperatura di 37 gradi. Un altro vitello, sempre dalla stessa nave e nello stesso giorno, ha tentato la fuga. Ma si è ferito alle zampe nel salto ed è stato subito ucciso. Manny invece, chissà come, è riuscito a scappare. E ci è galoppato vicino, con aria disperata. Non esiste nulla di più evidente dell’immagine di un animale in preda all’angoscia. Manny sembrava pietrificato. Si era tuffato nell’oceano, arrampicato su per la riva rocciosa, e si era gettato a capofitto nella fuga per le strade della città nel caldo torrido di quella giornata.

Mentre scrivo, sto controllando sul sito di “Stop Live Export” alla ricerca di notizie di Manny. Ed è di pochi minuti fa il post che ne annuncia la morte. Subito dopo la sua cattura c’è stato un tentativo disperato di trattare affinché venisse portato in un santuario per animali, con una petizione che ha raccolto 1300 firme.

Non c’è nulla come il racconto di una fuga. Riporta all’atavico rispetto per chiunque abbia il coraggio di sottrarsi al suo destino e saltare fuori dalla ruota di merda della propria vita.

Manny ha nuotato, e corso, e corso ancora. Ed ora Manny è morto.

La proprietà della nave da cui è fuggito ha rilasciato un comunicato: “ Per proteggere la salute e la salvaguardia della popolazione, il manzo è stato sedato pesantemente prima di essere ricondotto all’unità di quarantena, dove è stato visitato da un veterinario. Purtroppo il manzo non ha retto agli effetti combinati della sedazione e dello sforzo fisico sostenuto, ed è deceduto nel sonno”.

Aver assistito alla fuga di Manny per me non è stata un’epifania, quanto piuttosto una conferma. Sono cieco alla brutalità dell’industria del live export semplicemente perché vi vivo accanto da tutta una vita. Corro a salvare una lucertola in mezzo a una strada, ma non provo pressoché nulla quando assisto alle operazioni di carico di migliaia di agnelli spinti a forza su una cigolante nave della morte, ove soffriranno per settimane per il caldo insopportabile fin quando verranno a forza fatti scendere per essere condotti a morire in qualche macello dall’altra parte del mondo.

L’odore della loro sofferenza è per me ormai normale, come normale è la vista della Fremantle Round House, che una volta era una prigione e luogo di tortura.

Guardammo il tramonto e guardammo la frotta di rangers percorrere in lungo e in largo la spiaggia chiedendo notizie di una mucca fuggitiva. L’avevamo vista tutti, la mucca.

Mangiai il mio burger.

Sia la M/V Ocean citata nell’articolo che la nave da cui sono fuggiti Manny ed il suo altrettanto sfortunato fratello, sono di proprietà della Wellard Group, gigante dello sfruttamento e proprietaria delle più grandi navi negriere esistenti.
Non venitemi a parlare di corner vegan nei supermarket e di prodotti vegan delle grandi aziende. Non stiamo vincendo manco per niente.

 

Remember, remember, the 5th of November

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Il 5 novembre 2001 moriva Barry Horne. Ricordarlo ancora ha il sapore amaro della nostalgia per le cose perdute. C’era una volta una cristinapolzonetti che credeva si potesse cambiare il mondo.
Il brano è uno dei miei contributi al libro “Fermare Green Hill”.

Barry Horne è morto il 5 novembre 2001, a soli 49 anni, mentre stava scontando la pena detentiva più pesante mai inflitta a un attivista per i diritti animali.

Da ragazzo si impegna nella causa nord irlandese e nel movimento antifascista.

L’incontro con l’allora fidanzato della sorella, un giovane atletico e vegetariano, lo porta ad aprire gli occhi sulla realtà dello sfruttamento animale.

La svolta avviene però quando partecipa, all’età di 35 anni, a un incontro sulla liberazione animale e ha modo di visionare alcuni filmati girati all’interno di laboratori.

Nel 1988 viene arrestato, insieme ad altri due attivisti, durante il fallito tentativo di liberare Rocky, un delfino rinchiuso dal 1971 in una piccola e squallida vasca nel delfinario di Marineland a Morecambe, a pochi metri dal mare aperto.

La pinna dorsale deformata dal continuo nuotare in tondo, la pelle ustionata dagli agenti chimici sciolti nell’acqua per depurarla, trascorreva i suoi giorni in solitudine.

Fin quando qualcuno non si mise in testa di liberarlo.

La notizia dell’arresto serve ad accendere l’interesse del pubblico per il destino di Rocky.

Ne segue una partecipatissima campagna con picchetti e cortei, che in poche settimane porta il delfinario sull’orlo del fallimento.

Rocky non è più un’attrazione, ma un costo enorme.

Viene così rilasciato.

Grazie all’aiuto economico di un giornale e della Born Free Foundation, viene trasferito in un centro di recupero nell’Oceano Atlantico.

In poco tempo verrà liberato in mare aperto.

Lo si vedrà allontanarsi, felice, insieme a un gruppo di delfini, verso la libertà.

Horne partecipa poi, nel 1990, alla liberazione in pieno giorno di 36 beagle dall’allevamento dell’Università di Oxford e, sempre nello stesso anno, a un’incursione a Interfauna, fornitore di animali destinati ai laboratori, che si concluse con la liberazione di 82 cuccioli di beagle e 36 conigli.

A novembre dello stesso anno prende parte alla liberazione di otto beagle dagli stabulari della Boots, a Thurgaton.

Nel 1991 viene arrestato per possesso di ordigni incendiari e condannato a 3 anni di reclusione.

Nel luglio del 1996 viene fermato mentre è alla guida della sua auto, e nuovamente arrestato con l’accusa di aver progettato attentati in vari negozi di Bristol.

In seguito gli verranno attribuiti anche incendi avvenuti l’anno precedente sull’isola di Wight, reato per il quale si dichiarò sempre innocente.

Mentre è in attesa di processo, e detenuto nel carcere di Bristol, annuncia che avrebbe smesso di mangiare fino a quando il governo non avesse sottoscritto impegno formale di cessare ogni sostegno, economico e politico, alla sperimentazione animale.

Privato della libertà, trova così il modo di continuare la lotta.

A pochi giorni dall’inizio dello sciopero viene trasferito al carcere di Oxford.

Il 18 gennaio centinaia di attivisti danno vita a una veglia fuori dalla prigione.

Nello stesso giorno i manifestanti assaltano la sede della Harlan poco distante, causando non pochi danni, e si dirigono poi verso l’allevamento di gatti destinati ai laboratori lì vicino: Hill Grove Farm.

Al proprietario dell’allevamento, Chris Brown, non rimane altro che nascondersi, mentre tutti i vetri delle finestre vanno in frantumi e un trattore distrutto.

Vengono liberati 14 gatti, di cui purtroppo 7 ripresi dalla polizia e riconsegnati al loro terribile destino.

Il 26 gennaio è il turno dell’allevamento di beagle Consort.

Durante la manifestazione attivisti entrano nel complesso e liberano 8 cani.

Altre azioni di sostegno, e liberazioni, si svolgono in tutto il Regno Unito e nel mondo.

Dopo 35 giorni, con il movimento rinato a nuovo vigore, e governo e mondo della ricerca ben consci della potenziale reazione alla sua morte, Horne interrompe lo sciopero della fame.

Lo scenario era, infatti, cambiato.

Il governo conservatore di John Major era alla fine.

Si era in campagna elettorale, e il partito laburista di Tony Blair si era formalmente impegnato in difesa dei diritti animali e contro la vivisezione. A istituire una commissione sulla sperimentazione animale, a proibire test cosmetici, su tabacco, alcool, esperimenti bellici, i terribili DL50 e test di Draize1, nonché tutti gli esperimenti su primati catturati in natura.

Tutto scritto nero su bianco in un documento intitolato “New Life for Animals” e firmato da Tony Blair e Elliot Morley, portavoce per il benessere animale.

A maggio i laburisti vincono le elezioni.

Poche settimane dopo, a luglio, Consort chiude, ridotto al fallimento dalla campagna condotta contro di esso.

Ma dal governo nessuna mossa.

E così l’undici agosto del 1997 Horne inizia il suo secondo sciopero della fame.

Anche questa volta la reazione del movimento non tarda a farsi sentire: sedi del partito laburista occupate, manifestazioni avanti a laboratori, sit-in a New York e Minneapolis.

E all’università di Stoccolma vengono liberati i ratti lì rinchiusi.

Proteste sempre più partecipate e accese, striscioni in supporto di Barry Horne e per l’abolizione della vivisezione che compaiono ovunque, sui cavalcavia delle autostrade.

Il 7 settembre 60 attivisti danno vita a un presidio permanente avanti a Huntingdon Life Science, i cui orrori erano stati rivelati pochi mesi prima da un’investigazione condotta sotto copertura da Zoe Broughton per il programma di Channel 4 “Countryside Undercover”.

La seconda, dopo quella di Sarah Kite di quasi dieci anni prima.

Dieci anni in cui nulla era cambiato.

Nessuno di chi avrebbe dovuto intervenire era intervenuto.

Come accadde poi per Green Hill.

Come accade sempre.

L’effetto del presidio è devastante per i lavoratori, costretti a vivere con i manifestanti avanti ai cancelli e a due passi dalle loro abitazioni, notte e giorno.

La pressione si fa sempre più intensa: oltre alle innumerevoli proteste, un fiume di lettere e telefonate inonda gli uffici dell’Home Office, dipartimento governativo preposto al controllo sulla sperimentazione animale.

Il 25 dello stesso mese un portavoce dell’Home Office contatta i compagni di Horne per un dialogo.

La proposta di incontro viene accettata e Barry pone fine allo sciopero dopo 46 giorni.

E a quel punto il governo si tira indietro.

I portavoce dell’Home Office incontrano rappresentanti di HLS, a cui viene garantita la continuazione degli esperimenti, nonostante quanto emerso dall’investigazione.

La polizia smobilita a forza il presidio.

Per la prima volta in due decenni, il numero degli esperimenti e degli animali uccisi ricomincia a crescere.

Intanto Horne viene condannato a 18 anni e trasferito nel penitenziario di massima sicurezza di Full-Stutton, nei pressi di York.

Il 6 ottobre 1998 comincia il terzo sciopero della fame.

Le sue richieste sono ben precise: moratoria sulla concessione di nuove licenze e sul rinnovo di quelle in scadenza, bando immediato di tutti gli esperimenti condotti non a fini medici, cessazione immediata di tutti i test condotti nel centro di ricerca militare di Porton Down, scioglimento immediato della Commissione per le Procedure Animali, organo governativo preposto alla valutazione delle pratiche vivisettorie, composto per la maggior parte dagli stessi vivisettori, messa al bando della sperimentazione animale entro il 6 gennaio 2002.

Horne spera, presentando una lista tale, di avere ampio margine di trattativa.

È ben conscio che non potrà mai ottenere tutto ciò.

Già l’abolizione del test DL50 e l’istituzione di una commissione di inchiesta sarebbero state una grande vittoria.

Al quarantaseiesimo giorno di digiuno viene trasferito allo York General Hospital.

Sotto le sue finestre viene organizzato un sit-in.

La stampa si interessa alla vicenda, attirata dalla notizia e dalle possibili conseguenze della sua morte.

Horne è sulle prime pagine dei giornali, e il governo è pronto di nuovo a trattare.

Viene organizzato un incontro, che si conclude con un nulla di fatto.

Le richieste vengono allora ridotte a una sola: l’istituzione della commissione di inchiesta.

Ma dal governo nessuna risposta.

E intanto Barry Horne continua il suo digiuno dall’ospedale, controllato a vista dagli agenti.

Rimane di lui l’immagine di un saluto dalla finestra, una delle sue fotografie più famose.

Proteste, picchetti e sit-in fioriscono ovunque: avanti alle sedi governative, del partito laburista, alle ambasciate e consolati inglesi di mezzo mondo, avanti ad allevamenti e laboratori.

In Finlandia 400 volpi e 200 procioni vengono liberati da un allevamento; nella rivendicazione l’azione è dedicata a Barry Horne.

Di nuovo lettere e telefonate e scritte sui muri e striscioni.

Il giorno 65 arriva una proposta del governo via fax.

Le condizioni in cui versa impediscono a Horne persino di leggere la lettera.

Viene così indetta una riunione con i suoi amici e collaboratori, ma, prima che questa si possa tenere, viene ricondotto in fretta e furia in prigione.

È il giorno 66.

Due giorni dopo, ancora detenuto in carcere, isolato da tutti e tutto, interrompe improvvisamente lo sciopero della fame.

Giornalisti ed esponenti del governo non si fanno sfuggire l’occasione.

Horne viene dipinto come un disonesto, che ha deliberatamente ingannato e mentito sul digiuno ed esagerato le sue condizioni di salute.

Il giorno prima era un pericoloso terrorista pronto a immolarsi per la causa, quello successivo un codardo incapace di morire per quello in cui crede.

Da questo momento, Horne è sempre più isolato.

Inizia e termina digiuni, senza una precisa motivazione o strategia, e senza il supporto esterno che prima aveva.

Alla sua morte viene sepolto nella sua città natale, Northampton, sotto una quercia.

Barry Horne ha lottato ed è morto per quello in cui credeva.

Che la vivisezione è un orrore che va abolito.

Che ogni individuo ha il potere di fare la storia, cambiare la realtà, battere le ingiustizie.

E il dovere di fare ciò.

Subito dopo aver iniziato il terzo sciopero della fame ha scritto:

La lotta non è per i nostri bisogni o desideri personali. È per ogni animale che ha sofferto ed è morto nei laboratori, e per ogni animale che vi soffrirà e morirà, a meno che noi non poniamo fine a questa mostruosità. Ora. Le anime di coloro che sono stati torturati e sono morti gridano giustizia, le urla dei vivi sono invece per la libertà. Gli animali non hanno nessuno tranne noi, non possiamo deluderli.

E se l’orrore continua ancora nei laboratori di tutto il mondo, giustificato da vuote parole tese a rassicurare l’opinione pubblica sul fatto che la sofferenza è necessaria, e vitale per il benessere dell’umanità, e per questo moralmente accettabile, il ricordo di Barry Horne, il suo sorriso, le sue parole, continuano a vivere in generazioni e generazioni di persone.

Che non si fermeranno, finché quell’orrore non avrà termine, e quegli animali non avranno avuto giustizia e libertà.

1Il test di Draize è un test di tossicità acuta utilizzato fin dalla metà degli anni ’40, soprattutto dall’industria cosmetica. Consiste nell’applicare una determinata quantità della sostanza da testare sull’occhio o sulla pelle di un animale, cosciente, ma immobilizzato. Gli effetti possono andare da irritazioni ad edemi, ulcere, emorragie, cecità. L’animale viene ucciso nel caso in cui, al termine del tempo di osservazione, riporti danni irreversibili. Altrimenti è destinato ad essere riutilizzato.