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L’appello di Dez

STELLA

Desireé è per me amica e compagna. Condivido con lei idee, sogni e incubi.
Ed Agripunk, il rifugio creato e gestito da lei e David, rappresenta per me, ad oggi, un caso unico, un laboratorio di quel che dovrebbe essere davvero l’antispecismo. Un esempio di quel che un rifugio antispecista dovrebbe essere: un luogo di libertà, di ospitalità, di dibattito, cultura, crescita, confronto.
Condivido la sua nota.
Ed invito a supportare il suo sogno, che è anche il mio.

E’ ancora attiva la nostra campagna di raccolta fondi #supportAgripunk su Gofundme
Con i soldi fin’ora raccolti siamo riusciti a:
  • saldare 6 mesi di affitto arretrato (mancano altri 6 mesi da dare entro novembre più l’affitto da novembre in poi);
  • pagare conti sospesi con i rivenditori di frutta e verdura per gli animali (il recupero al mercato da solo non basta);
  • passare indenni la siccità di questa estate che ha causato e sta causando l’abbassamento del livello di falda acquistando 4 cisterne da 15.000 metri cubi d’acqua e ripristinando nel frattempo il 3° pozzo acquistando una nuova pompa che porta acqua alla cisterna;
  • dobbiamo rifare magliette e gadget vari per i banchini di raccolta fondi;
Vi chiedo quindi di continuare a supportarci, anche con una piccola donazione, e di ricondividere questa mia nota di giugno.
Anche la sola condivisione fa molto e ricordo che l’aiuto nelle gestione dei social, le condivisioni, la creazione di gruppi di supporto, l’aiuto fisico anche solo per una settimana possono aiutarci tantissimo essendo rimasti ora in 2 belve umane ad abitare qui stabilmente.
Vi ringrazio sin d’ora per qualsiasi tipo di aiuto vogliate darci.
“Sono nata in un paesino di campagna in provincia di Venezia e ho studiato scultura all’istituto d’arte a Padova.
Fino all’inizio del 2013 facevo la restauratrice di affreschi, sculture di marmo e legno, stucchi e intonaci.
Un bel lavoro, mi piaceva davvero molto anche se non era proprio così leggero (si, anche un* vegan* può fare il muratore o quasi) e m’ha distrutto una spalla.
Fin da piccina ho conosciuto gli animali vivi e liberi nel loro ambiente, chiusi e sfruttati nei piccoli e medi allevamenti della zona, morti e appesi dopo essere stati cacciati.
Ho visto maiali sgozzati e fatti diventare salami, lepri scuoiate appese a sgocciolare dai fili per il bucato, mucche munte mentre vitelli bevevano latte ricostruito da un secchio, pesci appesi all’amo per essere lasciati a morire al sole
…ed era tutto normale.
Un giorno ha iniziato a darmi fastidio tutto questo e all’improvviso, nel 1995, tutto questo non fu più normale.
Decisi di colpo di smettere di mangiare carne e pesce, perché in mezz’ora di filmato vidi condensate tutte le violenze compiute nel nome del dominio, della mercificazione e dello sfruttamento.
Portai avanti la mia personale battaglia fino al natale del 2009 quando capii che ero incompleta, che stavo ancora sempre e comunque condannando qualcuno.
Smisi di mangiare anche latte, uova e derivati vari, di usare prodotti testati, di finanziare le multinazionali, di usare la pelle per vestirmi.
Iniziai ad usare i social (prima non avevo nemmeno il computer praticamente) e iniziai a conoscere persone che abitavano vicino a me e che erano vegetariane prima e vegani poi.
Mettemmo su un piccolo gruppetto locale e andavamo a fare volontariato in canile e banchini informativi.
Poi con un altro gruppo locale partecipai a tante iniziative e ho partecipato anche a campagne e cortei di altre associazioni, sindacati e coordinamenti dove ho conosciuto la maggior parte di voi.
Nel frattempo conobbi il mio compagno, David, che era stato vegetariano (ma deluso dalla mancanza di concetti antifascisti nell’animalismo) e che abitava accanto ad un allevamento di tacchini in un podere in Toscana che da tempo sognava di poter prendere e trasformare in qualcosa di diverso.
Iniziammo a discutere di antispecismo e smise di nuovo di mangiare animali e di contribuire al loro sfruttamento.
Nel 2013 sono stata messa in mobilità e poi licenziata così mi sono trasferita da lui ad Ambra, ed insieme abbiamo lavorato per oltre un anno per far chiudere l’allevamento, cosa accaduta a fine maggio del 2014.
Abbiamo cercato sostegno per non farlo riaprire e abbiamo creato qualcosa che fosse al suo esatto opposto: da luogo di prigionia a luogo di liberazione usando tutte le nostre forze e i nostri soldi.
Abbiamo faticato tantissimo ma alla fine abbiamo trovato il supporto per iniziare.
Ad aprile del 2015 abbiamo fondato la Agripunk onlus, la nostra associazione per la tutela di animali e ambiente, con lo statuto incentrato sulla conversione e rinascita di questo podere composto da 3 appartamenti, 2 case, vari fondi, i 7 capannoni dell’ex allevamento, 5 ettari coltivabili inclusi vigneti per fare il vino ed ulivi per fare l’olio, oltre ad altri 20 ettari di prati, boschi, sorgenti, torrenti e un lago dove poter lasciar pascolare liberi gli animali liberati e dove dare riparo dalla caccia a quelli selvatici.
Per un totale di 26 ettari ossia 260.000 metri quadri.
Il tutto dedicato a quegli animali e umani che riescono a liberarsi o essere liberati dallo sfruttamento e dall’uccisione.
Il tutto senza mai sfruttare o usare nessuno di loro, mai.
A novembre 2015 abbiamo stipulato un affitto a riscatto con i proprietari del podere, non con l’allevatore.
Agripunk così è diventato un rifugio per animali di ogni specie: polli e papere, maiali e conigli, pecore e capre, mucche e asinelli.
Attualmente vivono qui oltre un centinaio di animali e molti altri ancora potrebbero arrivare.
Ma non solo. E’ anche un laboratorio di autoproduzioni e creatività.
Abbiamo tantissimi progetti in cantiere: sala prove per le band, recupero tecnologia usata, recupero mobili, sciroppi e preparati con le erbe spontanee, organizziamo eventi informativi sulle lotte contro il dominio e contro ogni forma di sfruttamento animale, umano e non umano, facciamo recupero e riproduzione di semi e piante, vogliamo creare laboratori di artigianato e artistici insomma vogliamo creare tutta una serie di cose che ci permettano tra qualche anno di essere autosufficienti fino ad arrivare ad aiutare anche altre realtà e persone bisognose.
Siamo tutti volontari, non mettiamo mai un prezzo per fare un profitto, chiediamo un offerta libera per supportare il posto.
Da un pò di mesi parte di quel supporto iniziale è venuto meno nonostante la nostra continua disponibilità e siamo in difficoltà.
Tutto quello che è stato fatto fino ad ora non ha avuto il sostegno che meritava.
In pochi hanno compreso che le spese che affrontiamo per l’affitto le affronteremo comunque se gli animali fossero 10, 100 o 1000.
Dico 1000 perché questo è il potenziale di questo posto, tra grandi e piccoli animali, e se ognuno di coloro che ha a cuore la questione animale, l’antispecismo o anche solo se ognuno di coloro che hanno contribuito a salvare gli animali che già abitano qui ci supportasse con una quota minima mensile, ce la faremo in un attimo.
La nostra pagina è seguita da più di 6000 persone.
Un euro a testa sarebbero 6000 euro al mese ossia 2 mesi interi di affitto più altri fondi per pagare il cibo per gli animali, i materiali per i lavori, le attrezzature per iniziare tutte le attività che abbiamo in progetto (ad esempio una cucina a norma asl, impianto per serigrafia, un forno per il pane, altri pozzi per l’acqua, attrezzi per coltivare, materiale per recintare l’intero perimetro, ciò che serve per rifare i capannoni e trasformarli per bene in stalle, fienili, serre)
Il potenziale abitativo è per almeno 10 persone con le quali suddividersi i vari compiti.
E nel giro di un paio di anni si arriverebbe all’autosufficienza, con la possibilità di dare un tetto anche a chi ne ha realmente bisogno ma non ha nulla da dare, se non la propria buona volontà.
Ora siamo rimasti solo in 2 a vivere qui stabilmente insieme a volontari che stanno venendo ad aiutarci… ce la facciamo però iniziando al mattino presto ed andando a dormire a notte fonda.
Se avessimo qualcun altro che ci aiuta anche fisicamente costantemente sarebbe tutto più semplice sia la gestione quotidiana sia la realizzazione di tutti questi progetti.
Io sono la presidente di questa associazione ma poco importa.
Quello che davvero importa è questo.
Ho visto con i miei occhi cos’è un allevamento a terra. Ho guardato piangendo gli occhi lucidi dei tacchini che erano qui rinchiusi. Ho visto come arrivano gli animali dagli allevamenti e ho fatto tutto ciò che è in nostro potere per ridare loro la dignità che in quei luoghi perdono.
Insieme a David abbiamo lottato per far finire tutto questo e far iniziare qualcosa di unico. Abbiamo lottato con asl e istituzioni per cambiare le loro regole e non risultare “allevamento”. Abbiamo lottato per le mucche di Suzzara, per far segnare loro come animali non più sfruttabili e di conseguenza anche tutti coloro che entrano nel nostro rifugio. Abbiamo lottato per salvare Scilla. Abbiamo lottato anche per tanti altri, a volte riuscendoci e a volte no perchè e che cazzo siamo umani.
E vogliamo essere qui, ancora e sempre, per continuare a lottare ancora perché tante altre lotte sono in corso. Per altri che possono farcela ad essere liberati. E vogliamo esserci anche per dare disponibilità ad altri che vogliono lottare e che riescono a liberare. Siamo qui per questo e alcuni di voi lo sanno. Agli altri che non lo sanno voglio dire che se falliamo noi, fallite tutti. La nostra è una piccolissima vittoria ma che vuol dire molto.
Fallire significherebbe darla vinta ad Amadori, darla vinta all’industria della carne.
Perché alla fin fine lo sapete vero che se noi andiamo via da qui riapriranno un altro allevamento?
Magari rispettoso del “benessere animale” con i polletti che razzolano, ma che dopo 6 mesi finiscono comunque al macello.
E non servirà a nulla allora andare davanti a quel macello a dire che non è giusto tutto questo.
Ci esaltiamo tanto perché siamo sempre di più… ma dove siamo?
Cosa stiamo facendo?
Abbiamo l’opportunità di dare una risposta concreta al sistema e ce la lasciamo sfuggire in questo modo?
Non so voi, ma io non di certo.
Noi non di certo.
Faremo come sempre di tutto per rimanere qui a continuare il nostro presidio davvero permanente, reale e concreto.
Volete avere l’opportunità di poter dire che nel vostro paese esiste il rifugio per animali da reddito e per persone più grande, forse, d’Europa?
E allora aiutateci!
Siate al nostro fianco!
Perché sennò sarete costretti a dire, in futuro, che avevate l’opportunità di avere tutto questo e di esservelo lasciato sfuggire perché eravate troppo impegnati a inseguire un sondaggio, un burger vegano oppure perché vi stiamo antipatici.
Ma questa non è una questione personale… è una lotta, è una battaglia.
Ed è questo che serve ora!
E’ la lotta contro la mercificazione.
E’ la lotta contro lo sfruttamento.
E’ la lotta contro il sistema.
Dalla base, dall’allevamento.
Un posto “loro” che diventa nostro e non per grazia ricevuta.
Frutto sempre e solo della lotta.
Continua ed inesorabile.
Ora, vi unite a noi in questa lotta o rimanete a guardare l’ennesimo fallimento dell’antispecismo?.
Aiutateci, per favore, e partecipate alla raccolta fondi.
Fatelo per Coco, Tormenta, Tempesta, Bufera, Pablo, Lucy, le 3 maialine e i loro 5 cuccioli, per le capre di Anna, Anselmo, Capri, Mona, Wilma, Spawn, Kessler e Setter, per Ilario, Mela, Nuby, Tina, Naomi, Bruto, Gianduia, Spumina, Meringa, Faustina, Sole, per Antonio e Zefiro, per i Pinckerton e l’allegra banda dei polli, per Maria, Raia, Mistica, Ginevra, Isotta, Morgana, Diablo, Zena, Bisbe, per Columbine, Alaska, Xena e Olimpia, per Polzi, Io, Verdena, Stella, Scilla e Matilde, per il Tenente e tutte le creature volanti, striscianti, saltellanti che qui vivono e per tutte quelle che devono arrivare e che senza di noi non potranno vivere.”
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#Livexport: natale a bordo

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La dottoressa Lynn Simpson è uno dei veterinari con la più lunga esperienza sulle navi bestiame. Ha solcato i mari per ben 57 volte, sulle lunghe tratte e sulle brevi, lavorando per ogni compagnia che opera nel live export australiano. Fin dal primo viaggio, ha cercato di denunciare le condizioni di estrema sofferenza a cui sono sottoposti gli animali. Costretti a viaggiare immobili e in piedi per settimane, immersi nei liquami delle proprie deiezioni, a bere acqua e mangiare cibo contaminati dalle feci. Animali che nelle feci affogano. Dopo aver raccolto (invano) prove per anni, la dottoressa Simpson lascia il live export e nel 2012 passa a lavorare per il governo australiano. Con il compito di coadiuvare il ministero dell’agricoltura a riscrivere le norme ed i regolamenti per il benessere animale sulle navi cargo. Redige un dettagliato rapporto, corredato da fotografie scattate negli anni. Un impietoso ritratto di quel che il live export è realmente, al di là delle immagini e delle rassicuranti notizie diramate da armatori e esportatori. Si tratta del primo rapporto redatto da un veterinario impegnato a bordo, e per di più corredato di fotografie. Un documento esplosivo. Tanto che il governo ne vieta la pubblicazione. Ma – per errore o meno – questo viene caricato sulla pagina web del dipartimento dell’agricoltura, rendendolo quindi pubblico. La carriera della dottoressa Simpson è segnata. Per ordine esplicito della lobby del live export viene licenziata dal governo.Ci sono volute le terribili immagini di vitelli, caricati in Australia e trasportati per settimane, uccisi a colpi di martello in un macello vietnamita, e il clamore suscitato, per far sì che i portavoce dell’industria ammettessero che le denunce portate avanti dalla Simpson avessero qualche fondamento. E si dichiarassero pronti ad organizzare una tavola rotonda, con la partecipazione della stessa Simpson, per implementare il “benessere animale”. Regole sul “benessere animale” e controlli sul “benessere animale” redatti e organizzati da chi sugli animali lucra. Il controllato che controlla se stesso. Fumo negli occhi. Vuote parole.
La sua storia è stata raccontata in un articolo ABC News Australia che potete leggere qui, e che include anche un interessantissimo video.

Come molte altre persone, in tutta buona fede e con i migliori propositi, la dottoressa Simpson ha creduto di poter cambiare il sistema dall’interno. Risultandone inevitabilmente sconfitta.

I suoi racconti, le sue fotografie, le sue parole, sono comunque una importantissima testimonianza della realtà di questa industria, che macina ogni anno centinaia di migliaia di animali. Caricati a forza nei porti di mezzo mondo e costretti a viaggiare all’interno di mastodontiche navi negriere per settimane.

Il destino di Scilla.

Uno dei pochi che al suo destino è fuggito.

Uno dei pochi che ha vinto e si è salvato.

Uno dei pochissimi che questo Natale lo sta passando da animale libero, in un piccolo libero angolo di mondo.

Mentre, altrove, anche ora, l’unica cosa in cui tanti suoi simili possono sperare è una morte liberatoria e dignitosa. Magari anche un alito di quel che dovrebbe essere l’”umanità”. Come racconta Lynn Simpson in questo articolo che parla di un Natale a bordo.

Non sono mai stata una patita del Natale. Per mare ho imparato a celebrarlo alcuni anni, e ad ignorarlo altri.

Infatti, in alcuni casi, i comandanti delle navi con personale di varie nazionalità può decidere di ignorare ogni ricorrenza (religiosa e non), in modo da non scontentare o privilegiare nessuno. Altre volte invece ho assistito a celebrazioni continue, di ogni festa e ricorrenza di ogni religione e paese rappresentato a bordo. Natale, Eid, anniversari dell’indipendenza nazionale, compleanni, e chi più ne ha più ne metta.

Certo, la seconda opzione è quella che da risultati migliori. Laddove il morale è alto, si lavora meglio, e si produce di più. Ogni festa e celebrazione non fa altro che migliorare e non di poco la noiosa vita da marinaio.

E non è affatto difficile organizzare festeggiamenti su una nave. Bastano qualche lattina di Pepsi, limonata, un po’ di gelato, e magari del vino analcoolico sulle navi “asciutte” o birra su quelle “bagnate” ed il gioco è fatto. Se si è fortunati saltano fuori anche due o tre decorazioni, ed ecco che per quelle due o tre ore l’umore generale passa dalla stanchezza e frustrazione ad un’allegra spensieratezza.

E magari un po’ di malinconia per essere così lontani dai propri cari. Ma questo, ahimé, è inevitabile quando si lavora per mare.

Certo che il Natale a bordo ha tutto un altro sapore. Non è come passarlo a casa con la famiglia. Ma è un’occasione per stringere rapporti, scambiare auguri e convenevoli, magari imparando un paio di parole in una lingua che non conosci. E’ un modo per rompere la monotonia. E per sentirsi tutti un po’ più vicini.

In quei giorni, sembra quasi che aumenti anche la compassione verso gli animali che trasportiamo. Più di una volta ho sentito qualche membro dell’equipaggio augurare Buon Natale o Eid Mubarak a qualche agnello o vitello. Che di certo non ha compreso, e anche se avesse compreso non era di sicuro nella condizione di voler celebrare alcunché. Ma questi gesti riportano alla mente come un ricordo di cosa significa “umanità”.

Un anno avevamo lasciato Djibouti e stavamo navigando in acque ad alto rischio di attacco da parte di pirati, attraverso lo stretto di Bab el Mendeb, tra lo Yemen e l’Eritrea, diretti a nord verso il Mar Rosso.

Di solito in quelle zone la rete cellulare non funziona. Ma quel giorno il mio telefono squillò. Era una mia amica dall’Australia che mi augurava buon Natale.

Giusto la scorsa settimana lei mi ha ricordato di questa telefonata, e di come le abbia risposto che eravamo circondati da pirati, e che l’avrei richiamata da lì a qualche giorno. Una risposta di certo inaspettata, se non lavori per mare.

Lì, Natale era un giorno di lavoro come un altro.

E’ prassi comune, sulle navi che trasportano bestiame, affidarsi anche agli occhi dell’equipaggio per tenere sotto controllo lo stato degli animali. Di certo, i mandriani a bordo e la sottoscritta, da soli, non sarebbero mai in grado di controllare giornalmente qualcosa come 120.000 agnelli, o 20.000 vitelli, o un imprecisato mix dei due. Su navi di questa portata, il rapporto tra il numero di animali a bordo e il personale veterinario e di custodia, suona come una presa in giro. Sulle navi più piccole il compito è meno arduo, ma queste sono destinate ai brevi tragitti. Sulle lunghe tratte, invece, vengono impiegate le grandi navi, dove con il trascorrere dei giorni sia per gli animali che per chi ci lavora la fatica è tale da esauriti ogni forza.

Date le diverse culture con cui mi trovo a rapportarmi, non sempre è facile convincere il personale di bordo a riferire al “Dottore” che qualcosa non è stato notato, o è stato sbagliato. Per un innato senso della gerarchia e per un altrettanto innato sentimento di inferiorità nei confronti dei superiori, molti infatti tacciono, anche di fronte all’evidenza.

Per me invece ogni aiuto è importante. Una cosa di cui essere grata. Nella mia carriera ho incontrato tante persone eccezionali, che hanno lavorato al mio fianco. E vedere come venivano trattate dai loro superiori e datori di lavoro mi ha sempre fatto ribollire il sangue.

I dottori a bordo sono noti per essere un dito nel culo della gerarchia, e sono contenta di non essere stata da meno. Ancora oggi mi capita di ricevere sommesse parole di ringraziamento da parte dei sottoposti che ho difeso. E ne sono fiera. E’ segno che, non ostante tutto, non ho mai perso la bussola morale.

Un Natale stavamo attraversando l’Oceano Indiano. Faceva un caldo incredibile ed io avevo qualcosa come 20.000 vitelli sotto la mia custodia. Mentre correvo da un ponte all’altro per effettuare interventi chirurgici con diversi stadi di sedazione, un marinaio mi si avvicinò dicendomi che c’era un animale malato al ponte 14. Avevo appena iniziato ad operare, quindi gli dissi che avrebbe dovuto attendere almeno trenta minuti. Mi rispose con un “Grazie Dottore” e se ne andò. Terminai e mi recai al ponte 14, a babordo, lato esterno. Era tutto quello che sapevo.

Quello che trovai fu il più triste regalo di Natale che potessi ricevere.

C’era questo piccolo manzo, collassato, la testa tra le sbarre, incosciente ma che ancora respirava.

Non avevo riconosciuto il marinaio che mi aveva parlato. Aveva una maglietta gialla in testa, solo gli occhi visibili attraverso il buco del collo, le maniche legate dietro la nuca, in modo da proteggere il volto dalla polvere. Il classico dispositivo di protezione personale stile filippino.

Diedi un’occhiata al manzo e procedetti immediatamente con l’eutanasia. Non era cosciente, così non mi feci i 12 piani di scale e i 300 metri di corridoio per andare a prendere la pistola. Recisi la giugulare e la carotide con il mio coltello. Estrassi i vasi sanguigni con le mie dita, e il sangue si riversò fuori dal suo corpo insieme alla sua vita. Lui, incosciente e ignaro di quel che stavo facendo.

Quel che mi rimase impresso fu il fatto che, anche se il marinaio era impegnato in altro e non era suo compito occuparsi degli animali, lui aveva fatto tutto quello che gli era possibile per cercare di alleviare il dolore di quel vitello. Aveva preso un secchio, lo aveva rovesciato, e vi aveva adagiato la testa dell’animale, in modo da sollevare il collo dalla sbarra di ferro orizzontale. Aveva poi preso un pezzo di compensato per fargli ombra e cercare di dargli un minimo di sollievo dal caldo torrido, e solo dopo era corso a cercare me.

Non avevo mai visto nessuno fare tanto. Un raggio di umanità in un mare di inutile tristezza. Le lacrime mi riempirono gli occhi e mi solcarono le guance. Le asciugai e ritornai al lavoro.

Dopo due giorni capii finalmente chi fosse quel marinaio. Quando gli chiesi se era stato lui a chiamarmi per il manzo, mi rispose timidamente di sì. E si scusò per il fatto che non fosse sopravvissuto. Gli spiegai che il suo destino era comunque segnato, sarebbe morto comunque, e che gli ero grata per il fatto che avesse fatto di tutto per aiutarlo, anche se questo non era nei suoi compiti.

Aprii il mio portafogli e gli diedi 100 dollari. Mi guardò stupefatto. Fece per rendermeli, ma rifiutai. Provò di nuovo e di nuovo rifiutai. Era tutto il denaro che avevo con me.

Gli spiegai che in tutti i miei anni come veterinaria sulle navi bestiame avevo ricevuto aiuto da tanti membri dell’equipaggio, ma mai avevo assistito ad un gesto come il suo, al tentativo di dare sollievo alla sofferenza senza speranza di quel vitello, E per me questo era stato il più prezioso ricordo di cosa significhi umanità che potessi ricevere. Il suo era stato un regalo di Natale triste, ma importante.

Le marche auricolari del manzo finirono nel bidone dei deceduti, quello che chiamiamo RIP container, e una volta che il racconto del mio regalo di Natale, e della ricompensa ricevuta dal marinaio, cominciò a girare ricevetti un incredibile numero di segnalazioni di animali in difficoltà, anche se non in situazioni di emergenza, ma comunque buon per loro.

Buon Natale a tutti coloro che lo passano lavorando a bordo!

scilla

Scilla

Se fossi una che fa gli auguri di Natale, i miei auguri andrebbero invece a Scilla. E agli abitanti di quel piccolo angolo di mondo. Ad Agripunk.

SCILLA

Ci sono storie che finiscono bene. Talmente bene da riempirti il cuore di speranza e gli occhi di lacrime di gioia.

In attesa di riuscire a tornare nell’isola di Agripunk, e di conoscerlo di persona, voglio condividere la sua meravigliosa storia (l’originale lo potete leggere qui).

Scilla, che si è ribellato al suo destino di schiavo. Che con coraggio e determinazione è fuggito. Che ora è finalmente libero.

Nella mitologia il mostro Scilla sarebbe nascosto in una grotta della Calabria, però prima di essere mostro, Scilla fu una ninfa che amava molto le spiagge di Messina.
“Scilla, “Colei che dilania”, che strappava i marinai dalle loro navi ogni volta che passavano vicino la sua tana nello Stretto di Messina, non era sempre stata un mostro.
Aveva un passato felice, ma come in molte tragedie dell’antichità, l’amore è capace di generare mostri, per scelta propria o per intervento di esseri gelosi.
Prima del cambiamento Scilla era una ninfa e figlia, secondo una delle tradizioni mitologiche, della dea Crateiso, o per un’altra versione, generata da Forci (o Forco, divinità marina della mitologia greca, figlio di Ponto e Gaia) e da Ecate (dea degli incantesimi e degli spettri, rappresentata dal numero tre).
La graziosa ninfa amava le spiagge di Zancle, l’antica Messina e in quei luoghi amava passeggiare spesso. Purtroppo, proprio questi suoi frequenti passaggi in riva al mare, nella zona dello Stretto, causarono la sua rovina.” (fonte Grifeo)
Anche per il nostro Scilla passare per lo stretto poteva essere la sua rovina o solamente la fase intermedia di un lungo viaggio iniziato chissà dove che sarebbe dovuto terminare in Libano nell’unico modo in cui finisce purtroppo, la vita di un giovane vitello.
Invece lui ha avuto coraggio o impulsività o chissà quale altro strano sentimento che l’ha portato a sfuggire, prendere la rincorsa e tuffarsi nel mare dello stretto di Messina.
Volevamo che per lui questa avventura si trasformasse in rivincita, in salvezza ed è quello che è successo.

Era l’8 aprile quando, tra i soliti post di Facebook, tra un meme divertente e un post sullo squartamento di turno, apparve questa notizia:
IN MARE
Mucca salvata nello Stretto di Messina
Si tratta di un maschio di origine francese che, in caso di irrintracciabilità del proprietario, verrà dato in adozione.

Una scena da film, talmente surreale da far strabuzzare gli occhi a tutti i pendolari dello Stretto che, stamattina, se la sono ritrovata dinnanzi: una mucca, in carne ed ossa, nel bel mezzo del mare, che tentava di raggiungere la Rada San Francesco e quindi la salvezza.
Ci sono voluti parecchi istanti per realizzare davvero quello che stava accadendo, poiché nessuno si spiegava cosa ci facesse l’animale in acqua, nella rotta che di solito è “riservata” soltanto alle navi traghetto. E sono stati proprio loro, quelli che si trovavano a bordo, a notare la strana macchia scura tra le onde ed avvertire la Capitaneria di Porto. Poi la segnalazione è volata alla Sala Operativa dei Vigili del Fuoco e così la squadra dei pompieri si è subito messa all’opera. Dopo varie peripezie, e quasi tre ore di “manovre”, la mucca è stata recuperata e portata sulla terra ferma. Dopo aver sostato per qualche ora nel piazzale della Caronte, dove è anche stata visitata dal veterinario, adesso la “miracolata” si trova in un allevamento di Mili San Pietro. A portarla là sono stati gli agenti della sezione Annona della Polizia Municipale, ai comandi di Biagio Santagati, cui adesso spetterà anche il compito di rintracciare il vero proprietario del vitello. Lo stesso, infatti, risulta microcippato e identificabile. Si tratta di un maschio di origine francese che, in caso di irrintracciabilità del proprietario, verrà dato in adozione. (Veronica Crocitti)

Appena letto l’articolo, cerchiamo subito i contatti e telefoniamo a chi di dovere per proporci come adottanti dandogli da subito un nome, per renderlo individuo, per renderlo fuggitivo, per renderlo rifugiato… un nome con un significato ben preciso.
Facciamo partire dei mail bombing, aiutati da Resistenza animale, per convincere tutte le persone coinvolte nel suo salvataggio a riconoscere il suo gesto.
Il primo mail bombing ha smosso le acque e gli ha assicurato la salvezza, poi ne sono dovuti seguire altri quando la situazione sembrava essere in stallo e tutti questi appelli sono stati accolti con entusiasmo.
In tantissimi avete scritto… dopo la prima settimana ci dicevano che erano arrivate 1000 mail almeno!
Nel frattempo restavamo in contatto stretto con il Comune e l’Asp anche grazie ad Alessandra, volontaria Enpa, che nonostante sia sempre straimpegnatissima e superattiva tra la sua famiglia e gli animali che salva e fa adottare, è stata i nostri occhi e le nostre orecchie a Messina per tutto questo tempo.
Sono passati gli esami e le vaccinazioni, sono passate le ferie e finalmente, dopo 5 mesi, è arrivato l’affido!
Poi gli ultimi ostacoli burocratici risolti grazie all’Enpa nazionale ai quali siamo davvero molto grati per l’aiuto datoci.
E finalmente, eccolo qui!
Tutto questo grazie anche a voi…. tutte e tutti voi che avete accolto non il nostro appello, bensì il suo appello!
Appello alla resistenza che Scilla ha voluto lanciare nella maniera più plateale: gettandosi in mare, tentando la fuga nuotando, ribellandosi rifiutandosi di salire di nuovo in un’altra nave ancora per raggiungere la sua destinazione… il Libano.
Scilla è riuscito grazie a tutt* noi ad uscire da questo sistema.
E’ stato affidato a noi come animale NON da macello, una definizione che lo rende libero dall’industria della carne e del latte.
Una definizione necessaria per poter entrare nel nostro rifugio che ora sarà la sua casa, in quanto qui nessuno è da macello o meglio, tutt* sono fuori dalla catena alimentare.
Il nome Scilla è stato scelto da noi per alcuni motivi: essendo in alcuni articoli chiamato “mucca” ed in altri “vitello” e non avendo per noi nessuna rilevante importanza il sesso o genere di appartenenza di alcun individuo, abbiamo deciso di ribattezzarlo così perchè il nome Scilla, con qualche variazione e anagramma, ricorda il nome Sicilia.
Inoltre, come spiegato nel prologo, per il legame di questo nome con Messina e per ricordare quello che questa città ha fatto per lui.

Vuole essere anche un richiamo alla Calabria, visto che pochi giorni dopo la vicenda di Scilla, una vitellina proprio in provincia di Reggio Calabria ha tentato anch’essa la fuga.
Fuga che non è finita bene come per lui visto che è stata uccisa a colpi di fucile.
Quindi si, il richiamo anche alla Calabria è voluto in onore suo, vitellina per la quale nessuno ha potuto intervenire perchè troppo frettolosamente è stata decisa la soluzione più rapida e letale.
In cuor nostro rimarrai sempre un triste ricordo piccola Calabria, per noi sarai sempre la nostra Cariddi.

Comunque almeno Scilla è riuscito a sfuggire ed è un grande regalo oltre che per lui ovviamente, anche per noi e per le nostre amiche mucchine.
Qui troverà una madre che lo aspetta, una madre alla quale avevamo fatto una promessa.
Una madre che quasi un anno fa perdeva il suo ultimo figlio perchè credeva di aver perso la speranza.
Le avevamo promesso di salvare un altro figlio in nome del suo, in nome di Siria per ravvivare quella speranza che troppo spesso si affievolisce sommersa dalle brutte notizie.
E così è stato fatto, ad ogni costo, perchè una promessa fatta ad una mucca è una promessa solenne che va onorata.

Si chiude così un cerchio.
Le 3 mucchine di Suzzara e i discendenti della loro storia: Siria, Stella e ora Scilla.
3 vitelli diversi, dalla storia diversa, dalla sorte diversa ma con tante cose in comune da raccontare.
Che per noi è una nuova promessa da mantenere.

Ringraziamo Resistenza Animale che ci ha aiutati diffondendo gli appelli, ringraziamo tutte le persone e le associazioni che ci hanno aiutato diffondendo e scrivendo solidarietà, ringraziamo l’Enpa per l’intervento prezioso di Alessandra che non smetteremo mai di adorare per l’impegno che ha messo in questi quasi 7 mesi, ringraziamo l’assessore Ialacqua, il Sindaco Accorinti e i dottori Ruggeri e Calabrò dell’Asp di Messina che, nonostante i mille inghippi burocratici, hanno permesso la sua salvezza, ringraziamo tutt* voi che in questi mesi avete chiesto sue notizie e avete diretto anche solo per un attimo i vostri pensieri a questo bel vitellozzo.

Grazie a chi dall’inizio ci ha aiutati economicamente per sostenere le spese del viaggio e della recinzione di ambientazione con benefit e donazioni e grazie a chi vorrà aiutarci ora per la castrazione (obbligatoria) e per le altre spese relative al suo mantenimento, alle visite e alla sua riabilitazione oltre che per le altre spese del rifugio.
Chi volesse darci un altro aiutino quindi, lo può fare con una donazione qui:

conto Banca Etica n° 216509 Intestatario AGRIPUNK ONLUS 
IBAN IT47 C050 1802 8000 0000 0216 509
causale “donazione per Scilla” o “donazione per recinzioni”

E’ NATA UNA STELLA

Polz e Stella

Polz e Stella, marzo 2016

Ebbene sì.
Ora, che son passati i giorni e sono sicura che tutto sta andando per il meglio, posso abbandonare il mio silenzio scaramantico e scriverlo pure qui.
Sono diventata zia.
Polz ha dato alla luce una Stella.
Un vitellino, maschio, che è stato concepito pochissimi giorni prima che Polz venisse liberata.
Con l’arroganza di chi è abituato da sempre ad essere il padrone, l’allevatore ha a forza ingravidato Polz poco prima che venisse via con noi.
Forse pensava che non ce l’avremmo mai fatta.
Forse pensava che il muro di gomma dei veterinari ASL funzionasse a dovere, come sempre, tanto da permettergli di aspettare i nove mesi necessari affinché Polz partorisse, ed impadronirsi così anche di questa vita.
Ma a volte le cose non vanno come sono sempre andate.
A volte accadono gli imprevisti.
A volte le schiave vengono liberate. E con esse i figli che portano in grembo.
Stella non è nato in quella lurida stalla. Non è stato trascinato via, per morire di fame in qualche merdosa gabbia (quelle che l’Europa ha dichiarato illegali dal 2003, ma che vengono tuttora utilizzate, tanto chi se ne frega, son solo animali). O per finire in un camion diretto al mattatoio.
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Gabbie di contenzione per vitelli, allevamento Lanfredi di Suzzara, agosto 2015

Stella è nato libero.
Suo sarà il latte della sua mamma.
Suo il suo corpo, la sua vita, il suo futuro.
Stella nato in primavera, mi porta quasi a sperare che le cose, davvero, possano un giorno cambiare.

L’ISOLA CHE C’E’ – AGRIPUNK

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La prima volta che sono capitta ad Agripunk, era inverno e pioveva. Viaggiavo insieme ad alcune colombe che, dopo aver passato la vita in gabbia in quello che una volta era uno zoo, stavano per andare verso una nuova vita.
La prima cosa che vidi, come tutti quelli che arrivano, furono i capannoni. Una fila di edifici grigi come il cielo. Lo stesso freddo lurido aspetto di tanti altri capannoni che avevo avuto modo di vedere ed odiare. Da quelli di Green Hill a quelli di altri allevamenti, di galline, conigli, maiali.
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Ma quei capannoni erano vuoti. Tra l’uno e l’altro facevano capolino ora una capra, ora una pecora. E in uno di essi entrammo con le colombe. Quella sarebbe stata la loro casa, per il periodo loro necessario a rinforzare la muscolatura, imparare bene a volare, e a vivere da uccelli liberi, sotto la guida del Tenente, il piccione padrone di casa.
Il fatto che questo posto, da prigione di tacchini destinati a morire ammazzati e venduti con il marchio Amadori (proprio loro: quelli che hanno vinto il premio “Good Chicken” di Compassion in Word Farming per il benessere animale nel 2012; quelli che sono stati portati a modello, sempre per il benessere animale, questa volta dei tacchini, durante un convegno organizzato ad Expo da Food and Feed for Well Being con la collaborazione dell’Università di Milano) si stesse trasformando in un’isola di tranquillità e pace per gli animali di ogni specie, è una sorta di augurio per chi, come me, crede in certi principi. Come se il miraggio di un mondo senza gabbie, sfruttatori, sfruttati, senza divisioni e prevaricazioni, si fosse realizzato.
Come se avessi trovato la strada per l’isola che non c’è.
La mia conoscenza ed amicizia con gli Agripunkers si è poi andata intensificando nei mesi. E anche se non condivido tutte le loro scelte e posizioni (come sicuramente loro non condivideranno tutte le mie), li considero quanto di più vicino ci sia al momento al mio modo di sentire e vedere e lottare.

Un giorno sono incappata nelle bellissime tavole disegnate da Laura Cimino, che potete vedere qui.
Ed è nata l’idea di chiedere a Desireé e David e Spyros di raccontare la loro storia, chi sono e cosa hanno creato e stanno continuando a creare.
Perché l’apparenza spesso inganna. Soprattutto chi non ha la costanza di chiedere, conoscere, andare oltre. Ed andando oltre si scoprono piccoli meravigliosi mondi.

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Due chiacchiere con gli Agripunkers

Leggendo la presentazione sul vostro sito, si arriva subito a trattare quel che mi interessa.
Innanzi tutto la storia della riconversione dell’allevamento.
Parlando della problematica legata a questa “moda” di acquistare animali dagli allevatori, sovvenzionando quindi chi gli animali li sfrutta, a prima vista si potrebbe pensare che anche voi, acquistando un allevamento, abbiate fatto la stessa cosa. Ovvero dare denaro (e tanto) a chi ha fatto i soldi sulla pelle di quei tacchini.
E questa, infatti, è una critica che a volte sento dire nei vostri confronti, da chi ha una conoscenza superficiale di voi, della vostra storia e di quel che siete.
Vi andrebbe di spiegare per bene come in realtà è nata la vostra idea, cosa avete fatto affinché divenisse realtà, cosa avete (anche emozionalmente, se vi va) passato nel periodo di forzata vicinanza con quei capannoni pieni di tacchini, come questo vi ha cambiato, e cosa in realtà state portando avanti come progetto? La vostra idea di mantenere almeno un capannone e farne una sorta di museo e monito, che mi era tanto piaciuta, è ancora valida?

Questa è una questione che di solito affrontiamo a voce. Chi ci conosce superficialmente si basa solo su quello che trova scritto su internet, forse per quello si pone questi dubbi, anche giustamente.
Chi è stato qui come te e tanti altri e queste cose ce le ha chieste, sa perfettamente tutta la storia e proveremo a spiegarla in qualche modo.
Comunque, innanzitutto vorremmo porre l’attenzione sulla differenza tra acquistare degli animali pagandoli ad un allevatore, finanziando la sua attività di sfruttamento e supportando la mercificazione delle loro vite, e tra lottare ogni giorno contro gli allevatori di Amadori come abbiamo fatto noi.
Come abbiamo fatto?
Abbiamo portato a conoscenza di tutte quelle irregolarità che non sconvolgono solo gli animalisti in quanto efferatezze nei confronti degli animali, ma anche quelle a livello sanitario ed economico, che di solito sono volutamente non viste dagli organi di controllo, facendo sapere chiaramente chi è a commetterle.
Abbiamo fatto foto e video di quello che succedeva nei capannoni, qualcosa abbiamo messo su internet e qualcosa abbiamo fatto vedere alle persone.
Quegli stessi organi di controllo, quando sono stati messi di fronte alla realtà dei fatti ma, soprattutto, quando hanno saputo che in tutti i paesi intorno si conoscevano questi aspetti nascosti dell’allevamento, sono corsi ai ripari.
Qui non si è solo fatto chiudere un allevamento (con il rischio di vedere riaprire questo o un altro), assolutamente. Non ci abbiamo dormito 2 anni per studiare bene la cosa e la soluzione era fare in modo che l’allevatore non potesse più riaprire altri allevamenti, ed è quello che siamo riusciti a fare facendogli levare il codice aziendale sia qui che nell’altro allevamento che aveva (chiuso pure quello) e rovinandogli la reputazione tanto che l’ASL della zona non gli concede di riaprirne altri.
Vorremmo poi precisare che chi beneficia del nostro affitto a riscatto, non è un allevatore. Lo era suo padre, ma lui ha sempre voluto un altro destino per questa valle. Lui stesso si rifiutava di vivere qui e cercava di convincere i soci a cambiare destinazione d’uso al podere e, quando gli abbiamo proposto il nostro progetto, ne è stato felice.
L’allevatore da noi non ha avuto nulla se non rogne.
Vero, è un impegno lungo e i soldi possono sembrare tanti ma, primo, è la metà almeno del suo valore. Ricordiamo che sono 26 ettari di cui almeno 20 a bosco e pascolo dedicati solo ed esclusivamente agli animali non umani.
Secondo, si tratta di assicurare un posto ampio e definitivo alla salvezza di animali che, ricordiamolo, mentre negli allevamenti muoiono dopo pochi mesi, in verità avrebbero una vita molto lunga. Alcuni dai 20 ai 30 anni.
Un posto che deve servire ad ospitare animali anche di una certa stazza e durata di vita, non può essere un posto precario dove da un momento all’altro ti possono buttare fuori.
Ospitando animali “da reddito” come suini, bovini, ovicaprini ed equidi devi tenere in considerazione che, se tutto va bene, quegli animali vivranno una vita lunga e completa e quindi avranno bisogno di un posto sicuro, tranquillo, che diventi la loro casa senza subire tanti traslochi e dove non ci sia difficoltà di approvvigionamento di cibo, così si avrà anche una riduzione delle spese per il loro mantenimento.
Poi c’è da considerare che non parliamo solo dell’allevamento, ma anche di 5 appartamenti – varie officine – uffici – camere e stanzini vari- 20 ettari appunto di pascolo e bosco più altri 6 di vigneto e frutteti.
Con 2000 euro al mese c’è chi si compra una villetta a schiera nel nuovo quartiere residenziale, creato dove prima magari sorgeva un’area verde, e magari costruita e venduta da impresari e speculatori edilizi senza scrupoli. Con la stessa cifra noi stiamo acquistando nuova vita per questo angolo di mondo.
Altra cosa che rende questo posto spettacolare è la varietà di possibilità a livello di piano regolatore.
Ti spiego: non in tutti i terreni che puoi trovare (anche a prezzi stracciati) puoi costruirci stalle o abitazioni (vedi problemi con vincoli urbanistici vari), come puoi trovare vicini di casa ostili perché infastiditi dall’odore degli animali.
Qui questi problemi non ci sono essendoci stabili già adibiti a stalle da tempo, ed essendo la gente qui intorno talmente disgustata dal puzzo e dalla vista dell’allevamento da non sentire altri odori ma anzi, da essere felici di aprire il balcone e scorgere da lontano gli animali al pascolo.
Proprio in questi giorni un ragazzo ci ha detto che i suoi, che sono nostri vicini di casa, ci adorano per quello che abbiamo fatto e stiamo facendo, un altro vicino ci sta aiutando a sistemare la strada, nel territorio si sta ampliando la curiosità per l’antispecismo. Insomma, c’è una possibilità concreta di azione.
Non ci speravamo nemmeno in questi risultati.
Sai quante volte abbiamo pensato di andare via di qui?
Perché non sopportavamo quell’odore.
Perché non sopportavamo quella vista.
Perché non sopportavamo quei lamenti.
Perché pensavamo che qualsiasi cosa potessimo fare sarebbe stata inutile.
Però poi sentivamo l’energia di questo posto, con le sue sorgenti, con la sua biodiversità. Come se ci chiamasse per chiederci aiuto a risorgere. Ed abbiamo ascoltato la sua voce, la loro voce.
Le cose hanno funzionato, ci sono tante persone che credono in noi, che si sono fidate e che ora iniziano a vedere i risultati e molte altre si stanno aggiungendo!
Lavoriamo senza sosta perché ci arrangiamo da noi sia per la ristrutturazione, sia per la gestione degli animali, sia per le coltivazioni sia per quel che riguarda la gestione amministrativa e di informazione.
L’idea del capannone come museo ovviamente rimane, per raccogliere lì dentro oltre 50 anni di dolore e per farlo sentire a chi ancora non lo conosce, a chi ancora crede alle favole della propaganda dei produttori di carne.
Per far vedere che la carne felice e il benessere animale non esistono e non potranno esistere mai finché anche solo uno di loro muore.
Chi viene qui, prima che vedere gli animali liberi e felici, vogliamo che entri in un capannone e provi cosa significa essere un oggetto, un deportato, uno schiavo, un prigioniero. Per assaporare poi la gioia nell’uscire all’aperto e respirare l’aria limpida.

Poi il nome: Agri Punk. Scelto perché? Quel Punk indica una filosofia di vita, un modo di vedere la realtà, di approcciarsi alle problematiche legate non solo alla liberazione animale, ma anche a quelle inerenti lo sfruttamento del pianeta e di tutti i suoi abitanti?

Esatto. Il punk vissuto come protesta, come lotta, come sovversione dei canoni imposti e come approccio a tematiche inerenti a tutte le lotte sociali. Perché siamo anche noi animali e in quanto animali, qualsiasi sopruso ci coinvolge.
Quindi un’agricoltura che diventa agri-cultura, che diventa una forma di protesta, che diventa un’agricoltura che invece che sfruttare animali e terra, si ribella ai trattati e si sviluppa al contrario.
Decresce per nutrire la terra e gli abitanti che la calpestano senza causare nessun tipo di danno a nessuno.
Agripunk appunto.

Voi lo avete scritto nella presentazione, e a me davvero sembra tanto che Agri Punk non sia solo un rifugio per animali non umani, ma un luogo di incontro e di approdo per chiunque sia a voi affine (mi adottate?), mi sembra che si sia, di fatto, creata una comunità non solo virtuale di persone che “ruotano” attorno a voi, che interagiscono, scambiano idee, Mi sono fritta il cervello o c’è del vero?

Per te e Jill quando vuoi la cameretta c’è sempre!
In verità c’è del vero e, alla fin fine, è l’essenza stessa del rifugio. Accogliere davvero qualunque animale, anche quelli umani.
Tutt* quell* che ci ronzano intorno sono persone che in qualche modo sono stanche di quello del quale eravamo stanchi noi e che qui, come noi, trovano rifugio. Che sia per un pomeriggio o per periodi più lunghi. Per riflettere, confrontarsi, aiutare, stare con gli animali e, soprattutto, per ritrovare la forza di lottare facendo lunghe camminate introspettive nel bosco.
E’ un posto dove non ci sono telefoni, macchine, musiche, caos e dove quindi i pensieri possono fluire limpidi e puri per uscire e mescolarsi con quelli degli altri.
Sono coloro che quando tornano a casa, lo fanno con la lacrimuccia.
E’ una cosa bellissima perché si è creato un gruppo di amici, di compagni che condividono le proprie idee senza paura di venire giudicati o censurati, dove nascono idee in continuo movimento.
Il tutto tra una spalata e l’altra.

Questa storia è bellissima. Ma deve avere un futuro. E per avere un futuro, inutile girarci intorno, bisogna essere in grado di mantenersi, di garantire benessere agli ospiti (soprattutto i non umani), garantire, appunto, un futuro al tutto. Voi avete dei piani per questo? Insomma, come vi portate a casa di che mangiare, vestirvi, pagare per il collegamento inernet e l’elettricità?

Certo che abbiamo dei piani! T’ho detto che c’abbiamo studiato per 2 anni giorno e notte!
Per le cibarie, facciamo recupero per gli animali in vari mercati e riusciamo a fare anche del recupero per noi.
Abbiamo anche trovato una maniera per risparmiare anche se costretti ad acquistare: saltando le tappe commerciali inutili della filiera alimentare andando a rifornirci direttamente dai produttori della zona che vendono a pochissimo verdura e frutta eccezionale e biodinamica che viene scartata dai mercati ortifrutticoli perché non è omologata e tutta dello stesso calibro.
Inoltre ci diamo da fare con autoproduzioni e con il recupero di oggetti.
I vestiti sono una cosa abbastanza irrisoria, un po’ si recuperano pure quelli e un po’ viviamo di rendita di quello che avevamo, per scaldarci usiamo stufe a legna, tagliata da noi nel bosco, per la corrente (che serve anche per tirare su l’acqua dai pozzi per gli animali) stiamo studiando come fare ad avere energia alternativa sfruttando sole e vento.
Considera che qui la corrente si consuma per un pc, il frigo, a volte il forno e per la pompa dell’acqua.
Qui sono tassativamente vietati asciugatrici, condizionatori e qualsiasi elettrodomestico che consumi in maniera eccessiva.
E comunque, proprio perché miriamo all’autosufficienza, alcuni di noi riparano pc e telefoni, o lavorano nell’edilizia. Inoltre condividiamo volentieri le nostre autoproduzioni sia culinarie, che erboristiche oppure artistiche e i nostri saperi con chi ci viene a trovare e vuole portare con se un ricordo nostro in cambio di qualche soldino.

Voi parlate di animali, da reddito e selvatici. parlate di creare per i selvatici una sorte di oasi che li possa difendere dai cacciatori (che da voi pullulano). Ma parlate anche di tutelare il bosco, le sorgenti, eccetera. Insomma, non solo “animalismo”, ma qualcosa di più. Vi definite antispecisti. Che significa per voi essere antispecista?

Questo posto è un bacino di biodiversità.
Essendo una valle, anche se a 400 metri sul mare, c’è un clima sempre mite.
Gli animali selvatici la usano prevalentemente come “nursery” soprattutto ora che i cacciatori stanno lontani.
Non è raro la sera vedere mamma cinghiala passare nel frutteto oppure la mattina trovare capriolini al pascolo davanti al giardino, come è normale vedere infinite specie di uccelli, rane, insetti e altre bestie strane.
Girando nel bosco si trovano tantissimi meli, ciliegi, noccioli, biancospini, peschi, pruni, piante spontanee commestibili ed aromatiche, e pure curative sia per loro che per noi.
Man mano che il tempo passa ci rendiamo conto di come sta rinascendo la natura qui intorno, come gli animali stessi contribuiscano a ripulire dai rami secchi, dalle erbe alte e come concimano il terreno aiutati dai cinghiali che la notte smuovono la terra che, puntualmente, dopo qualche settimana grazie alla ricchezza d’acqua del sottosuolo, torna ad essere verde e florida.
Ci siamo resi conto sempre di più di come una riduzione del nostro impatto ha beneficio sulla natura che ci circonda e su noi stessi.
Ci definiamo antispecisti per questo. Perché riconosciamo la correlazione e la connessione tra i vari elementi e tra i vari esseri.
Ci definiamo antispecisti e antifascisti perché ad ora forse sono le uniche “definizioni” che sentiamo affini.
Siamo del parere che questo termine debba comprendere molto più che la lotta sola per la liberazione animale.
Abitiamo tutti sullo stesso pianeta e dobbiamo vivere in sinergia tra di noi.
Se le multinazionali dell’energia, del petrolio, della chimica, dell’alimentazione continuano a distruggere questo pianeta foraggiati da noi come clienti dei loro servizi, siamo complici di questa distruzione.
Quindi se vogliamo che gli animali liberati possano gioire in pascoli verdi ed incontaminati, la lotta all’inquinamento deve essere una priorità. O liberiamo gli animali per farli vivere da schifo sopra cumuli di rifiuti e scorie?
Inoltre siamo, senza ombra di dubbio, animali anche noi.
Perché devo volere una vita libera e degna per una mucca e non posso volerla per me stesso o per chi mi vive accanto, o per chi viene da un paese lontano?
Fino a quando esisteranno discriminazioni tra animali della stessa specie, la nostra, e fino a quando verrà elevata la supremazia come tipo di stereotipo, non potrà essere mai riconosciuta la condizione animale essendo, secondo questo stereotipo, l’animale stesso il primo ad essere discriminato.
Quindi dobbiamo abbattere i meccanismi di domino e supremazia che coinvolgono tutte le specie.
L’uomo, la pianta, l’animale.
E dobbiamo difendere quelle risorse che permettono a tutti e tutte di sopravvivere.
Acqua, aria, terra.
Senza uno di questi elementi, tutti gli altri non possono sopravvivere.
Chi ci comanda lo sa ed è per quello che continua a farci credere che il nemico sia tra di noi (pianta o animale o animale/umano) in modo da farci giustificare i loro soprusi come utili alla nostra sopravvivenza.
Per noi essere antispecisti è invece riconoscere che il nemico è altrove.

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Ed il nemico infatti è altrove. E’ insito in un sistema sociale e culturale che ha alla base la normalizzazione del concetto di sfruttamento e dominio. E’ nelle stanze dei palazzi in cui chi vive e si arricchisce e trae il proprio potere da questo stesso sistema, lavora e lavora perché nulla cambi mai.
Come fa, ma è solo una tra tanti, l’azienda per la quale l’allevamento ormai chiuso lavorava: Francesco Amadori. Con un accorto uso di immagini e parole. Immagini di animali che razzolano all’aperto, su prati verdi puntellati di fiori. Parole che parlano di un’azienda che alleva con cura i propri animali, che coltiva la passione per le cose buone, che vanta un controllo attento su tutta la sua filiera, un’alimentazione sana ed equilibrata per galline, polli e tacchini, garantendo loro una crescita in condizioni ottimali, garanzia di sicurezza e bontà. Vantandosi dei suoi “fiori all’occhiello”: il pollo allevato all’aperto e gli arricchimenti ambientali (balle di fieno) per polli e tacchini “della linea 10+”.
Mentre la realtà è tutt’altra, ed è fatta di capannoni dove non entra mai la luce del sole, dove gli animali (come in tutti gli allevamenti) sono ammassati, quelli che sopravvivono costretti a contatto con i cadaveri di chi invece non ce l’ha fatta.
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Dove i corpi dei morti vengono troppo spesso lasciati per giorni, settimane. Fino a diventare quello che vedete in queste fotografie, scattate anni fa all’interno di uno dei capannoni dell’allevamento di Ambra. Dove poche persone (in questo caso il titolare ed un unico, solo addetto) dovrebbero garantire il “benessere animale” di un numero incredibile di individui.

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Questo che vedete è un estratto del registro dei trattamenti veterinari dell’allevamento. Anno 2009. Se ne deduce che, all’epoca, i tacchini rinchiusi erano almeno 39.500. Sottoposti a continui trattamenti farmacologici per riuscire a sopravvivere: oltre alle prassi vaccinali antinfettivi (Baytril), battericidi (Amoxicillina, Collistina). Per ovviare ai gravi problemi causati da ventilazione insufficiente, scarsa igiene, sovraffollamento, alimentazione innaturale, una vita di sofferenza (dalla mancanza di cure parentali, importantissime per i tacchini come per tutti gli animali, alle mutilazioni al becco e alle unghie, all’abnorme crescita loro imposta a seguito delle mutazioni genetiche subite negli anni).
Questa è la realtà di tutti gli allevamenti. Poco cambia dall’uno all’altro.

Questo è quello contro cui gli Agripunkers hanno lottato, negli anni, in silenzio, fino a riuscire a smuovere chi avrebbe dovuto vigilare su quel minimo di “benessere animale” che la legislazione prevede. Fino a riuscire a far chiudere questo allevamento. Fino a far sì che almeno questo allevatore non potesse riaprire altrove.
Una goccia nel mare.
Una battaglia singola all’interno di una guerra senza fine.
Ma pur sempre una battaglia vinta.

Ora, dove una volta gli animali erano prigionieri di un incubo senza fine, sorge un rifugio per chiunque abbia la ventura e la fortuna di sfuggire agli ingranaggi impietosi di questo sistema. Che stritola indifferente chiunque sia debole, povero, diverso, privo di diritti.

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DALLE STALLE ALLE STELLE

“Dalle stalle alle stelle”, è un reportage a fumetti nel quale ho cercato di racchiudere impressioni e riflessioni su ciò che più mi ha colpito della mia esperienza ad Agripunk e del progetto in sé. È anche una dichiarazione d’amore per un luogo che mi è entrato nel cuore e nei pensieri e che in breve tempo è diventato un rifugio dalle storture e dalle troppe brutture che mi avvelenano l’esistenza. Non voglio dilungarmi troppo in questa breve presentazione perché ciò che avevo da dire credo di averlo riassunto in queste tavole, bene o male decidetelo voi.. Buona lettura!

Laura Cimino

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ADOTTIAMO POLZ!

 

La prima volta che ho incontrato Polz, non si chiamava così.
Era la vacca 5793, era scheletrica, era legata all’interno di una stalla fatiscente, catena al collo e corde alle zampe.
Era una delle otto mucche che sono sopravvissute all’inferno della stalla di Suzzara, e di cui potete leggere la storia qui:

http://goo.gl/Pr9OI8
http://goo.gl/OAA3dg
http://goo.gl/kSi7GC
http://goo.gl/ma7hTF

Il 30 settembre 2015 lei, insieme ad altre due, è arrivata ad Agripunk Onlus.
E qui le hanno fatto il bello scherzo di darle un nome che ricordasse il mio, che l’avevo conosciuta quando era schiava, e che avevo creduto, insieme a persone meravigliose come Sara di Vitadacani, Ines, Sara e altre, che l’impossibile potesse diventare realtà.

Adesso Polz è libera.
Vive in una grande stalla (che una volta era un capannone dove migliaia di tacchini sopravvivevano in attesa di essere caricati su un camion e ammazzati) insieme alle sue due amiche Verdena ed Io.

E’ finalmente ingrassata, è tranquilla, corre e salta.
Solo le cicatrici che porta addosso ricordano la mucca triste che conobbi io.

Come lo scorso anno, vi chiedo di aiutare chi le ha dato una casa, la sfama e la accudisce, l’ha trasformata in una mucca felice.
Basta poco. Basta il costo di un caffè al giorno.
Trovate qui come fare:
http://goo.gl/BH4eI8
Se puoi aiutare, fai una donazione specificando “adottiamo Polz”.