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E’ guerra alla libertà

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Giusto un anno fa, più o meno in questi giorni, venivo contattata dalla mia amica Antonella, che vive a Pantelleria.

Chiedeva aiuto per tre tori che da anni vivevano liberi nella sua isola. Un recente e grave incendio li aveva privati del cibo, e il gran caldo e l’arsura dell’acqua. Così si erano visti costretti ad avvicinarsi alle abitazioni nel tentativo di sopravvivere.

E prontamente il sindaco dell’isola aveva emesso un’ordinanza di abbattimento, al fine di salvaguardare l’incolumità degli umani.

Sempre la stessa storia, che si ripete uguale a se stessa ogni qualvolta si verifichi un incontro scontro tra animali liberi, nel loro mondo libero, e animali umani, convinti di essere gli unici a poter disporre di questo pianeta.

Ma quella volta era andata diversamente. Ci siamo messe a tavolino. Io, Antonella e gli Agripunkers. Abbiamo scritto un primo articolo, promosso una petizione, coinvolto piccoli gruppi e collettivi, come quello di Resistenza Animale.

Senza aiuto alcuno da parte delle grandi associazioni (a parte un tardivo tentativo di Animalisti Italiani di impadronirsi della campagna e fregiarsi della vittoria), in poco tempo abbiamo raccolto più di 30 mila firme, coinvolto la stampa locale e nazionale, creato un tal clamore da spingere il sindaco a convocare Antonella e concordare una soluzione alternativa all’uccisione.

I tori, pian piano, sono stati guidati verso una valle lontana dall’abitato. Alcune persone del luogo si sono impegnate a fornire loro acqua e cibo.

Ed è stato così che due di loro (un terzo è stato ucciso comunque), ad oggi, possono ancora vivere tranquilli. Liberi. Padroni della loro vita. Nella terra che è la loro casa, e non esclusivo appannaggio della specie dominante.

Si è trattato di una vittoria epocale.

Ma soprattutto di una vittoria che avrebbe dovuto fare scuola, un approccio che sarebbe dovuto diventare comune e consolidato ogni qualvolta si fosse presentato un evento simile.

Ma così non è stato.

Dei tori di Pantelleria quasi nessuno ha parlato.

Di trovare una soluzione simile per altri animali liberi e selvaggi non si è quasi mai provato.

Non nel caso delle mucche di Brenna, fuggite durante il trasporto da un alpeggio francese ad una fiera del bestiame, che le avrebbe viste messe in vendita per poi essere rinchiuse in qualche allevamento fino alla morte. Da mesi le due mucche vivevano libere e amate dalla gente del posto, sicure e monitorate. Ma che sono finite in un recinto di un rifugio, con un nome ridicolo. Il post del rifugio in questione, involontariamente, ci racconta di quanto questa fine non sia quella che le due evase avrebbero voluto. Si chiedono infatti che mai sarebbero riusciti ad “acchiappare” le due mucche.

O di recente le mucche libere di Carpineto Romano. Sono centinaia, e da tempo vivono libere, ormai rinselvatichite, allo stato brado. Come ogni mucca, ogni vitello, ogni toro vorrebbe vivere.

Non nel caso dei tanti cinghiali che, spinti dalla penuria di cibo, dalla sovrapopolazione causata dalle immissioni in natura da parte dei cacciatori, dalla depauperazione del territorio sempre più antropizzato, sempre più spesso si spingono nelle città e nei paesi in cerca di cibo.

Per loro, nel peggiore dei casi l’uccisione o la cessione a aziende venatorie, nella peggiore la reclusione a vita in recinti che, per quanto grandi possano essere, non saranno mai paragonabili all’infinita vastità dei loro boschi e dei loro monti.

Da ultimo, oggi, la tragica fine di KJ2. Colpevole, come altri orsi prima di lei, soltanto di vivere nel suo territorio, e difendersi dall’intrusione di estranei, spesso minacciosi e pericolosi.

Questa notizia, legata a tante storie terribili di cinghiali e a quella di mucche condannate a morte perché libere e considerate pericolose per l’incolumità umana, è un pugno allo stomaco.

E’ evidente come stia diventando una emergenza primaria la difesa dell’animale libero nel suo ambiente libero.

E chi lotta per la liberazione animale dovrebbe lottare per la libertà degli animali, non solo per la loro salvezza fisica. Non dovremmo inscatolare chi è libero, con il nobilissimo fine di salvarlo dai cacciatori e dai mille pericoli di un mondo non sempre a sua misura, ma salvaguardarne la libertà.

Dovremmo tornare non solo nelle piazze, ma anche nei boschi.

Dovremmo imparare dalle passate esperienze.

A cominciare dagli anni Cinquanta e Sessanta, degli Hunt Saboteurs Association e della League Against Cruel Sports. Dalle azioni della Band of Mercy.

Dovremmo lottare al loro fianco. Solidali con la loro resistenza, che è anche la nostra. Per la loro libertà che è anche la nostra.

Fonti:
Sui tori di Pantelleria:
http://palermo.repubblica.it/cronaca/2016/08/09/news/pantelleria_salvi_i_tori_che_vivono_sull_isola_il_sindaco_revoca_l_ordinanza-145675763/
http://palermo.repubblica.it/cronaca/2016/08/09/news/pantelleria_il_comune_vuole_abbattere_i_tori_allo_stato_brado_il_web_si_mobilita-145660896/
https://www.greenme.it/informarsi/animali/21128-tori-pantelleria-salvati#accept
https://www.change.org/p/salviamo-i-tori-di-pantelleria
Sulle mucche di Brenna:
http://www.laprovinciadicomo.it/stories/cantu-mariano/erano-fuggite-dalla-fiera-di-alzate-atena-e-rosetta-avvistate-a-brenna_1217539_11/
https://www.nelcuore.org/home/2017/02/09/como-mucche-in-fuga-cercano-casa/
https://www.facebook.com/events/167122613785951/permalink/173289756502570/
http://www.radiopopolare.it/2017/02/athena-e-rosetta-in-fuga-per-la-vita/
http://www.ilgiorno.it/como/cronaca/mucche-in-fuga-1.2876962
Sulle mucche di Carpineto Romano:
https://resistenzanimale.noblogs.org/post/2017/08/10/licenza-di-uccidere-per-i-bovini-liberi-di-carpineto-romano/
https://video.repubblica.it/edizione/roma/carpineto-romano-bovini-nel-centro-del-paese/281455/282050
http://www.casilinanews.it/39976/attualita/bovini-liberta-carpineto-romano-video-andato-onda-striscia-la-notizia-ieri.html
Sui cinghiali:
http://www.lastampa.it/2017/04/04/societa/lazampa/animali/la-battaglia-delle-citt-invase-dai-cinghiali-0vo8DH9hiMhlNp7Et9Nk7H/pagina.html
http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2017/04/12/ASqj1SxG-cinghiali_esperto_mangiare.shtml
http://www.corriere.it/cronache/17_marzo_25/cinghiali-citta-come-fermarli-21cf9d80-10ca-11e7-8dd1-8f54527580f3.shtml
http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2017/05/20/AS2nCxUH-abbattuto_cinghiale_comunioni.shtml
http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2017/05/03/ASweqoFH-cinghiali_settembre_galliera.shtml
http://www.lastampa.it/2017/07/05/edizioni/novara/il-cinghiale-martino-salvato-a-genova-ora-la-mascotte-sulle-colline-di-agrate-qPQHvz9LCmOqTW4GiKM70O/pagina.html
http://iltirreno.gelocal.it/livorno/cronaca/2017/06/25/news/cinghiale-tra-i-bagnanti-a-calignaia-1.15535670
http://iltirreno.gelocal.it/livorno/cronaca/2017/08/12/news/catturati-i-primi-cinghiali-alla-spiaggia-di-calignaia-1.15727795
Su KJ1:
http://www.corriere.it/cronache/17_agosto_01/orso-trentino-enpa-colpo-scena-uomo-ha-aggredito-orso-743d192a-76bf-11e7-891a-91d906aac00b.shtml
http://www.corriere.it/cronache/17_agosto_13/orsa-kj2-stata-abbattuta-pericolosa-gli-uomini-recidiva-trentino-2298dafc-7fff-11e7-a3cb-7ec6cdeeea93.shtml
Sull’imparare dal passato :
Keith Mann, From Dusk ‘til Dawn
Steven Best – Anthony J. Nocella, Terrorists or Freedom Fighters? Reflections on the Liberation of Animals
E per leggere e pensare:
Wu Ming 2, Guerra agli Umani

Numeri

Di recente ho condiviso un paio di notizie riguardanti il numero di animali “utilizzati” nella ricerca. La prima, pubblicata da Speaking of Research, riguardava l’aumento degli animali utilizzati nella ricerca in Spagna. La seconda il numero di animali uccisi nei laboratori anglosassoni. In entrambi i casi, veniva evidenziato un aumento delle vittime negli ultimi anni.

In entrambi i casi, mi è stato fatto notare che, sì, il numero è in crescita, ma è diminuito oggi rispetto a otto – dieci anni fa, segno che – dai e dai – la sensibilità è aumentata, e che le cose stanno, seppur lentamente, cambiando.

Sembra quasi che io, in qualche modo, goda a vedere solo il negativo, e a disconoscere le vittorie ottenute dal movimento animalista (quindi a masochisticamente e acriticamente disconoscere i risultati ottenuti anche da quel che io ho fatto, e delle azioni a cui io ho partecipato). Quando invece stapperei bottiglie di Jack a profusione, se davvero fossimo in presenza di una seppur lenta, ma inesorabile marcia verso la fine di tanto orrore. E così sono andata a cercare i dati riguardanti i numeri oggettivi relativi alla sperimentazione animale a livello globale. A cercare le prove del mio ingiustificato pessimismo.

La sperimentazione animale, sebbene esistita fin dall’antichità, diviene prassi nella ricerca e nella formazione a partire dalla metà del XIX secolo. L’espansione delle industrie chimica e farmaceutica nel secondo dopoguerra ne aumenta a dismisura l’utilizzo ed il numero di vittime. Fino ad arrivare alla creazione di un complesso e ricchissimo sistema economico, che include laboratori, case farmaceutiche, istituti di ricerca, allevatori, trasportatori, fabbricanti di strumenti, gabbie, cibo. La ricerca con animali non si ferma a quella biomedica (il topo che salva la vita al bambino), ma riveste gli ambiti più disparati: la zootecnia, le prove di tossicità di sostanze chimiche, la cosmesi, l’industria bellica. La sperimentazione animale, quindi, negli ultimi decenni soprattutto, ha alle spalle una immensa forza economica. Che è in continua crescita, come dimostrano vari report reperibili in rete (1).

E torniamo ai numeri.

In un recente articolo pubblicato da Cruelty Free International si legge che:
– sono circa 115 milioni gli animali “utilizzati” nella ricerca ogni anno, a livello mondiale
– i paesi in cui la sperimentazione animale miete più vittime sono: Stati Uniti, Giappone, Cina, Australia, Francia, Canada, Gran Bretagna, Germania, Taiwan, Brasile
– il numero di esperimenti non è in diminuzione, ma in crescita in molti paesi (ad esempio in Cina), o sullo stesso livello di quello degli anni Ottanta e Novanta (Gran Bretagna)
E comunque i numeri e i dati, quando esistono, sono sempre sottostimati, in quanto in molti paesi non sono conteggiati certi animali (come ad esempio i piccoli roditori), ed in altri non esistono leggi che impongono ai laboratori di dare comunicazione in merito. (2)

Sono quindi andata a cercare le statistiche riguardanti questi paesi (considerando le statistiche generali europee per quanto riguarda Francia, Gran Bretagna e Germania: chi ha tempo e voglia può andare a sfogliare i dati della Commissione Europea per verificare i dati dei singoli paesi).

Stati Uniti

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Speaking of Research parrebbe dare buone notizie. Nel 2015 sarebbero stati utilizzati 767.622 animali, ben la metà rispetto al 1985. Ma il dato riguarda soltanto gli animali inclusi nel Animal Welfare Act, quindi restano fuori ratti, topi, pesci ed uccelli (per i quali gli autori stimano un numero che oscilla tra gli 11 milioni ed i 25 milioni). E sono gli stessi autori dell’articolo a sottolineare come la diminuzione nell’uso di determinati animali (ad esempio i cani) sembra sia andato di pari passo con il passaggio all’utilizzo di topi geneticamente modificati. Quindi la buona notizia parrebbe essere già meno buona. Se non è dato sapere quanti “altri” animali (quelli non conteggiati, ma che avrebbero sostituito gli animali, come i cani, il cui numero è diminuito) non possiamo con certezza affermare che negli Stati Uniti la strage sia effettivamente in diminuzione.

Presumibilmente, anche a detta dei pro-test di Speaking of Research, il numero non è diminuto. Si è piuttosto passati dall’utilizzo di animali “eticamente problematici” ad animali che non suscitano altrettanta empatia.

Giappone

In Giappone (ovvero il secondo paese dopo gli Stati Uniti per portata del fenomeno) la sperimentazione non è regolata a livello nazionale. Gli organi di ricerca sono dotati di linee guida redatte “volontariamente”, ed anche i dati riguardanti il numero di animali utilizzati è redatto su base “volontaria” ogni tre anni, senza cioè un reale obbligo da parte degli sperimentatori di comunicarne la portata.

L’unico dato reperito risale al 2008, e parla di circa 11 milioni di animali utilizzati.

E, secondo uno studio del 2010, l’uso della sperimentazione animale sarebbe in continua crescita (3).

Ma non avendo trovato altri dati più recenti, non ho gli strumenti né per brindare per una diminuzione delle vittime, né per affermare il contrario.

Cina

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In Cina il settore della sperimentazione animale è in continua crescita negli ultimi 35 anni, di pari passo con la crescita economica e con l’apertura ai mercati occidentali. Nel 2006 gli animali utilizzati, secondo fonti ufficiali, furono circa 16 milioni. (3). Che sarebbero saliti a 20 milioni nel 2015. (4)

Quindi, negli ultimi dieci anni, il numero sarebbe crescito di ben 4 milioni.

Australia

In Australia sono stati, nel 2014, circa 7 milioni gli animali utilizzati. Molto meno che nel 2009, vero, ma in salita rispetto a dieci anni prima di circa 500 mila.

Europa

Nel 1996 gli animali utilizzati erano stati poco più di 11 milioni, 9.814.181 nel 1999, per risalire a 10.731.020 nel 2002, 12 milioni nel 2005, così come nel 2008 e poco meno di 11,5 milioni nel 2011 (ultimo dato reso pubblico), con una diminuzione, quindi, di circa 500.000 individui.

Canada

Secondo i dati del CCAC, nel 2014 gli animali utilizzati sono stati 3.500.000, 500.000 in più dell’anno precedente, e 200.000 in più del 2009, contro 1.952.000 del 1996. Quindi, purtroppo, in notevole crescita.

Taiwan

Nel 2005 da statistiche ufficiali sono stati 1.200.000.

Anche in questo caso, come in quello del Giappone, altri dati non sembrano essere reperibili.

Arrivati fin qui, se dovessi fare un triste e banale conteggio, mi troverei costretta ad affermare che – da quel che risulta, e considerando solo i paesi presi in considerazione, ci troviamo di fronte ad un aumento di circa 4 milioni di vittime. Dato che non tiene conto di gran parte dei “paesi emergenti” dove spesso il lavoro di ricerca viene dato in outsourcing, vuoi per i minori costi, vuoi per le regolamentazioni meno restrittive. (5)

Stiamo quindi parlando di almeno 4 milioni.

Che non sono numeri. Non sono freddi dati. Sono piccole Jill, candide Mab. Sono occhi e cuori e paura e solitudine e dolore. Sono quello che trapela dallo sguardo di questo beagle.

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Beagle che ci porta alla fine di questa lista.

Brasile

Fino al 2008 non esisteva nessuna legislazione che regolamentasse la sperimentazione animale. Esiste ora un Comitato Nazionale di Controllo, e nel 2014 il governo ha bandito la maggioranza dei test cosmetici. Manca però la pubblicazione dei dati sugli esperimenti e sul numero di animali ad essi sottoposti. Dalla letteratura reperibile in rete l’unico dato è quello riferito allo stato del Paranà nel 2006, quando vennero utilizzati 3.497.563 animali.(6)

Altro non ho trovato. E, arrivata a questo punto, mi fermo.

Arrivata a questo punto, ho davvero paura di dover ammettere che, per quanto si sia cercato di fare, pur con le meravigliose vittorie e le migliaia di animali sottratti allo sterminio (come quei 300 beagle e migliaia di roditori portati via dal laboratorio di Sao Roque, in Brasile, nell’ottobre del 2013, uno dei quali è quello della foto qui sopra), pur con i boicottaggi e le manifestazioni, la sperimentazione animale sembra non aver ceduto di un passo. Forse perché il Gigante da sconfiggere è ben più forte e potente. E non è “la vivisezione”. E’ il sistema che alla vivisezione da linfa e dalla vivisezione ottiene linfa e nutrimento. E quel gigante ha un nome.

Che sa di vetero polveroso antropocentrico marxismo. E posso capire che non piaccia a chi spera di riuscire davvero a vincere e convincere. Si chiama Capitalismo.

(1) http://www.businesswire.com/news/home/20140110005535/en/Research-Markets-Global-Mice-Model-Market-Analysis
Annamaria Bottini e Thomas Hartung, Food for Thought.. on the Economics, in http://altweb.jhsph.edu/altex/, 2009
http://www.navs.org/the-issues/the-animal-testing-and-experimentation-industry/

(2) http://lushprize.org/many-animals-used-experiments-around-world/
http://www.animalethics.org.uk/i-ch7-8-biomedical-animals.html

(3) Qi Kong e Chuan Qin, Laboratory Animal Science in China: Current Status and Potential for the Adoption of Three R Alternatives, ATLA, 38, 2010, pag. 53-69

(4) http://www.sciencemag.org/news/2016/03/china-finally-setting-guidelines-treating-lab-animals
http://www.frame.org.uk/legislation/legislation-asia/

(5) https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3215567/
http://www.nytimes.com/2006/11/27/business/worldbusiness/27iht-dogs.3681134.html

http://www.dailymail.co.uk/news/article-2515875/Outcry-UK-scientist-flies-Africa-experiments-monkeys-banned-here.html

(6) http://www.animalexperiments.info/resources/Studies/Animal-numbers/Brazil/Brazil-Silla-2010-ATLA-38-29-37.pdf
http://www.scielo.br/scielo.php?script=sci_arttext&pid=S0102-86502009000100015
http://www.fiocruz.br/omsambiental/media/ArtigoILARv5201eFilipecki.pdf
https://en.wikipedia.org/wiki/Animal_welfare_and_rights_in_Brazil

SCILLA

Ci sono storie che finiscono bene. Talmente bene da riempirti il cuore di speranza e gli occhi di lacrime di gioia.

In attesa di riuscire a tornare nell’isola di Agripunk, e di conoscerlo di persona, voglio condividere la sua meravigliosa storia (l’originale lo potete leggere qui).

Scilla, che si è ribellato al suo destino di schiavo. Che con coraggio e determinazione è fuggito. Che ora è finalmente libero.

Nella mitologia il mostro Scilla sarebbe nascosto in una grotta della Calabria, però prima di essere mostro, Scilla fu una ninfa che amava molto le spiagge di Messina.
“Scilla, “Colei che dilania”, che strappava i marinai dalle loro navi ogni volta che passavano vicino la sua tana nello Stretto di Messina, non era sempre stata un mostro.
Aveva un passato felice, ma come in molte tragedie dell’antichità, l’amore è capace di generare mostri, per scelta propria o per intervento di esseri gelosi.
Prima del cambiamento Scilla era una ninfa e figlia, secondo una delle tradizioni mitologiche, della dea Crateiso, o per un’altra versione, generata da Forci (o Forco, divinità marina della mitologia greca, figlio di Ponto e Gaia) e da Ecate (dea degli incantesimi e degli spettri, rappresentata dal numero tre).
La graziosa ninfa amava le spiagge di Zancle, l’antica Messina e in quei luoghi amava passeggiare spesso. Purtroppo, proprio questi suoi frequenti passaggi in riva al mare, nella zona dello Stretto, causarono la sua rovina.” (fonte Grifeo)
Anche per il nostro Scilla passare per lo stretto poteva essere la sua rovina o solamente la fase intermedia di un lungo viaggio iniziato chissà dove che sarebbe dovuto terminare in Libano nell’unico modo in cui finisce purtroppo, la vita di un giovane vitello.
Invece lui ha avuto coraggio o impulsività o chissà quale altro strano sentimento che l’ha portato a sfuggire, prendere la rincorsa e tuffarsi nel mare dello stretto di Messina.
Volevamo che per lui questa avventura si trasformasse in rivincita, in salvezza ed è quello che è successo.

Era l’8 aprile quando, tra i soliti post di Facebook, tra un meme divertente e un post sullo squartamento di turno, apparve questa notizia:
IN MARE
Mucca salvata nello Stretto di Messina
Si tratta di un maschio di origine francese che, in caso di irrintracciabilità del proprietario, verrà dato in adozione.

Una scena da film, talmente surreale da far strabuzzare gli occhi a tutti i pendolari dello Stretto che, stamattina, se la sono ritrovata dinnanzi: una mucca, in carne ed ossa, nel bel mezzo del mare, che tentava di raggiungere la Rada San Francesco e quindi la salvezza.
Ci sono voluti parecchi istanti per realizzare davvero quello che stava accadendo, poiché nessuno si spiegava cosa ci facesse l’animale in acqua, nella rotta che di solito è “riservata” soltanto alle navi traghetto. E sono stati proprio loro, quelli che si trovavano a bordo, a notare la strana macchia scura tra le onde ed avvertire la Capitaneria di Porto. Poi la segnalazione è volata alla Sala Operativa dei Vigili del Fuoco e così la squadra dei pompieri si è subito messa all’opera. Dopo varie peripezie, e quasi tre ore di “manovre”, la mucca è stata recuperata e portata sulla terra ferma. Dopo aver sostato per qualche ora nel piazzale della Caronte, dove è anche stata visitata dal veterinario, adesso la “miracolata” si trova in un allevamento di Mili San Pietro. A portarla là sono stati gli agenti della sezione Annona della Polizia Municipale, ai comandi di Biagio Santagati, cui adesso spetterà anche il compito di rintracciare il vero proprietario del vitello. Lo stesso, infatti, risulta microcippato e identificabile. Si tratta di un maschio di origine francese che, in caso di irrintracciabilità del proprietario, verrà dato in adozione. (Veronica Crocitti)

Appena letto l’articolo, cerchiamo subito i contatti e telefoniamo a chi di dovere per proporci come adottanti dandogli da subito un nome, per renderlo individuo, per renderlo fuggitivo, per renderlo rifugiato… un nome con un significato ben preciso.
Facciamo partire dei mail bombing, aiutati da Resistenza animale, per convincere tutte le persone coinvolte nel suo salvataggio a riconoscere il suo gesto.
Il primo mail bombing ha smosso le acque e gli ha assicurato la salvezza, poi ne sono dovuti seguire altri quando la situazione sembrava essere in stallo e tutti questi appelli sono stati accolti con entusiasmo.
In tantissimi avete scritto… dopo la prima settimana ci dicevano che erano arrivate 1000 mail almeno!
Nel frattempo restavamo in contatto stretto con il Comune e l’Asp anche grazie ad Alessandra, volontaria Enpa, che nonostante sia sempre straimpegnatissima e superattiva tra la sua famiglia e gli animali che salva e fa adottare, è stata i nostri occhi e le nostre orecchie a Messina per tutto questo tempo.
Sono passati gli esami e le vaccinazioni, sono passate le ferie e finalmente, dopo 5 mesi, è arrivato l’affido!
Poi gli ultimi ostacoli burocratici risolti grazie all’Enpa nazionale ai quali siamo davvero molto grati per l’aiuto datoci.
E finalmente, eccolo qui!
Tutto questo grazie anche a voi…. tutte e tutti voi che avete accolto non il nostro appello, bensì il suo appello!
Appello alla resistenza che Scilla ha voluto lanciare nella maniera più plateale: gettandosi in mare, tentando la fuga nuotando, ribellandosi rifiutandosi di salire di nuovo in un’altra nave ancora per raggiungere la sua destinazione… il Libano.
Scilla è riuscito grazie a tutt* noi ad uscire da questo sistema.
E’ stato affidato a noi come animale NON da macello, una definizione che lo rende libero dall’industria della carne e del latte.
Una definizione necessaria per poter entrare nel nostro rifugio che ora sarà la sua casa, in quanto qui nessuno è da macello o meglio, tutt* sono fuori dalla catena alimentare.
Il nome Scilla è stato scelto da noi per alcuni motivi: essendo in alcuni articoli chiamato “mucca” ed in altri “vitello” e non avendo per noi nessuna rilevante importanza il sesso o genere di appartenenza di alcun individuo, abbiamo deciso di ribattezzarlo così perchè il nome Scilla, con qualche variazione e anagramma, ricorda il nome Sicilia.
Inoltre, come spiegato nel prologo, per il legame di questo nome con Messina e per ricordare quello che questa città ha fatto per lui.

Vuole essere anche un richiamo alla Calabria, visto che pochi giorni dopo la vicenda di Scilla, una vitellina proprio in provincia di Reggio Calabria ha tentato anch’essa la fuga.
Fuga che non è finita bene come per lui visto che è stata uccisa a colpi di fucile.
Quindi si, il richiamo anche alla Calabria è voluto in onore suo, vitellina per la quale nessuno ha potuto intervenire perchè troppo frettolosamente è stata decisa la soluzione più rapida e letale.
In cuor nostro rimarrai sempre un triste ricordo piccola Calabria, per noi sarai sempre la nostra Cariddi.

Comunque almeno Scilla è riuscito a sfuggire ed è un grande regalo oltre che per lui ovviamente, anche per noi e per le nostre amiche mucchine.
Qui troverà una madre che lo aspetta, una madre alla quale avevamo fatto una promessa.
Una madre che quasi un anno fa perdeva il suo ultimo figlio perchè credeva di aver perso la speranza.
Le avevamo promesso di salvare un altro figlio in nome del suo, in nome di Siria per ravvivare quella speranza che troppo spesso si affievolisce sommersa dalle brutte notizie.
E così è stato fatto, ad ogni costo, perchè una promessa fatta ad una mucca è una promessa solenne che va onorata.

Si chiude così un cerchio.
Le 3 mucchine di Suzzara e i discendenti della loro storia: Siria, Stella e ora Scilla.
3 vitelli diversi, dalla storia diversa, dalla sorte diversa ma con tante cose in comune da raccontare.
Che per noi è una nuova promessa da mantenere.

Ringraziamo Resistenza Animale che ci ha aiutati diffondendo gli appelli, ringraziamo tutte le persone e le associazioni che ci hanno aiutato diffondendo e scrivendo solidarietà, ringraziamo l’Enpa per l’intervento prezioso di Alessandra che non smetteremo mai di adorare per l’impegno che ha messo in questi quasi 7 mesi, ringraziamo l’assessore Ialacqua, il Sindaco Accorinti e i dottori Ruggeri e Calabrò dell’Asp di Messina che, nonostante i mille inghippi burocratici, hanno permesso la sua salvezza, ringraziamo tutt* voi che in questi mesi avete chiesto sue notizie e avete diretto anche solo per un attimo i vostri pensieri a questo bel vitellozzo.

Grazie a chi dall’inizio ci ha aiutati economicamente per sostenere le spese del viaggio e della recinzione di ambientazione con benefit e donazioni e grazie a chi vorrà aiutarci ora per la castrazione (obbligatoria) e per le altre spese relative al suo mantenimento, alle visite e alla sua riabilitazione oltre che per le altre spese del rifugio.
Chi volesse darci un altro aiutino quindi, lo può fare con una donazione qui:

conto Banca Etica n° 216509 Intestatario AGRIPUNK ONLUS 
IBAN IT47 C050 1802 8000 0000 0216 509
causale “donazione per Scilla” o “donazione per recinzioni”

LA FIERA DEL DOMINIO

Questo breve articolo è stato pubblicato sulla pagina facebook de Le Grandi Orecchie Onlus.

E’ il racconto, ed una riflessione, su una delle tante fiere “del bestiame” che si tengono in ogni angolo del paese. E sulla impermabilità della politica “istituzionale” e partitica nei confronti di tematiche, come quella dello specismo e dello sfruttamento dei non umani, la cui portata rivoluzionaria inevitabilmente minerebbe lo status quo dalle fondamenta.

“Vista in sezione, la struttura sociale del presente dovrebbe configurarsi all’incirca così: su in alto i grandi magnati dei trust dei diversi gruppi di potere capitalistici che però sono in lotta tra loro; sotto di essi i magnati minori, i grandi proprietari terrieri e tutto lo staff dei collaboratori importanti; sotto di essi – suddivise in singoli strati – le masse dei liberi professionisti e degli impiegati di grado inferiore, della manovalanza politica, dei militari e dei professori, degli ingegneri e dei capufficio fino alle dattilografe; ancora più giù i residui delle piccole esistenze autonome, gli artigiani, i bottegai, i contadini e tutti quanti, poi il proletariato, dagli strati operai qualificati meglio retribuiti, passando attraverso i manovali fino ad arrivare ai disoccupati cronici, ai poveri, ai vecchi e ai malati.
Solo sotto tutto questo comincia quello che è il vero e proprio fondamento della miseria, sul quale si innalza questa costruzione, giacché finora abbiamo parlato solo dei paesi capitalistici sviluppati, e tutta la loro vita è sorretta dall’orribile apparato di sfruttamento che funziona nei territori semi-coloniali e coloniali, ossia in quella che è di gran lunga la parte più grande del mondo.
Larghi territori dei Balcani sono una camera di tortura, in India, in Cina, in Africa la miseria di massa supera ogni immaginazione.

Sotto gli ambiti in cui crepano a milioni i coolie della terra, andrebbe poi rappresentata l’indescrivibile, inimmaginabile sofferenza degli animali, l’inferno animale nella società umana, il sudore, il sangue, la disperazione degli animali.

Questo edificio, la cui cantina è un mattatoio e il cui tetto è una cattedrale, dalle finestre dei piani superiori assicura effettivamente una bella vista sul cielo stellato.”

Max Horkheimer, «Il grattacielo», da Crepuscolo.
Appunti presi in Germania 1926-1931, Einaudi 1977, pp. 68-70

Quella andata in scena ad Inzago durante la festa patronale è l’ennesima riprova che non ci sono colori politici, differenze ideologiche che tengono quando si tratta di sfruttare gli animali, di dar continuità allo specismo, di mantenere salde le fondamenta del grattacielo che è specchio e rappresentazione della nostra società.

Maggioranza ed opposizione, da sempre pronti a darsi battaglia, si ritrovano, si uniscono nell’espressione di “superiorità” umana sulle altre specie, e così nonostante il colore diverso, l’ideologia opposta, in quel paese, esempio e rappresentazione di quel che accade in ogni angolo del pianeta, dove il potere politico e istituzionale altro sembra non essere se non emanazione del potere economico, qui di un singolo macellaio, altrove di ben più potenti realtà, si chiamino esse Monsanto o Cremonini o Marshall, si è svolta l’ennesima fiera in cui esseri senzienti, son stati esposti, mercificati come oggetti privi di vita e sentimenti, paure ed emozioni.

Visto con gli occhi di coloro che reggono sulle loro spalle il grattacielo, non esiste differenza alcuna tra chi ha governato nei due mandati passati, il “compagno”, quello vicino a tutti, fiero rappresentante di un’ideologia politica che dovrebbe essere la più sensibile alle ingiustizie, più vicina agli sfruttati, ed il sindaco attuale, di ben altra sponda, orgoglioso figlio di allevatori. Entrambi, e non ci sorprende, quando si tratta di allargare lo sguardo, cambiare prospettiva, hanno deciso di non guardare, e continuare a difendere la tradizione di questa fiera, figlia di una cultura del dominio che sembra inattaccabile.

Chi, prima che la fiera si ripetesse quest’anno, ha chiesto un confronto, ne rendiamo atto, è stato ricevuto ed ascoltato. Le richieste per un minimo di tutela degli animali sono state, almeno a parole, accolte. Ma chi avrebbe dovuto far sì che quelle parole si tramutassero in fatti, chi avrebbe dovuto mettere in pratica le richieste del sindaco e dell’amministrazione, ha permesso che, anche quest’anno, le condizioni degli animali esposti fossero a dir poco aberranti.

E’ stato chiesto che fosse a disposizione una vasca di acqua, affinché gli animali esposti per ore ed ore potessero almeno abbeverarsi. La vasca era presente. Ma è rimasta sempre vuota.

Era stato chiesto che gli animali venissero almeno protetti dalla morbosa attenzione del pubblico da transenne. Le transenne c’erano. Ma talmente basse che chiunque poteva toccarli, infastidirli.

E’ stato chiesto che gli animali non venissero immobilizzati. Era stato promesso che questa volta si sarebbero utilizzate corde di lunghezza adeguata. Ma quelle corde erano non più lunghe di qualche decina di centimetri, e gli animali erano immobilizzati per il collo, impossibilitati a qualsiasi movimento. I buoi e le mucche, poi, per poter essere più facilmente “spostati” avevano anelli al naso, da cui partivano altre corde legate alle loro corna. Tirando queste corde, e quindi strattonando gli anelli fissati ad una parte così sensibile del corpo, venivano trascinati senza pietà in mezzo al pubblico rumoroso, esposti come cose, come pezzi di carne senza dignità.

Come pezzo di carne senza dignità è stato trattato il bue di cui, festanti, i partecipanti hanno tentato di indovinare il peso nella gara che da anni è il momento clou della festa. Pezzi di carne senza dignità, subito dopo esposti nella vetrina del negozio del macellaio, che di questo gioco va così fiero.

Ed è stato così che, in un piccolo paese della provincia di Milano, in un finesettimana di ottobre, è andata in scena la rappresentazione grottesca di quel che accade ogni giorno, in ogni angolo del pianeta. In maniera più o meno evidente e palese. Una rappresentazione che non avrà fine fin quando non riusciremo a scardinare il sistema dalla base, ad abbattere il grattacielo dalle fondamenta, a sostituire il dominio e la supremazia con il loro opposto. A creare un mondo senza differenze. Senza padroni. Senza schiavi.

 

STORIA DI GATTO E DI UN SOGNO

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Era una fredda mattina di ottobre.

La pioggia sottile aveva lasciato spazio ad un sole pallido, che si rifletteva nelle pozzanghere grigio asfalto.

Era tutto grigio, in quel brutto posto dove ogni mattina mi recavo a lavorare: le strade, le poche case, i capannoni, gli uffici, le persone. Grigio tristezza anche il mio umore.

Avevo da poco iniziato ad arrancare per cercare di sopravvivere al crollo della mia vita, alla distruzione del mio piccolo mondo. Avevo creduto, ed ero stata abbandonata, nel modo più vigliacco e meschino possibile.

Mi vedevo come un gattino sbattuto fuori di casa, solo e bagnato, confuso e disperato. E così parlavo di me alla mia psicoterapeuta.

Quella grigia mattina lui era lì.

Varcato il cancello della ditta, questo mucchietto d’ossa e pelo ritto e pulci era lì che mi guardava. Come guardarsi allo specchio, era lì l’immagine che avevo di me. In quel cortile sporco, tra vecchi bancali e auto parcheggiate.

Come mi vide, mi corse incontro e si arrampicò sui miei jeans fradici. La prima immagine che ho di lui. La prima fotografia che gli scattai.

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Venne in ufficio con me, e dormì tutto il giorno sulla mia spalla. E a sera prese con me il treno per casa nostra, per la nostra vita insieme.

Per un anno dividemmo il mio bilocale sui tetti di Milano. Dormivamo abbracciati, mangiavamo insieme sullo stesso tavolo.

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Lasciarlo per andare a lavorare era uno strazio. Quando tornavo mi accoglieva festoso. Non ero più sola, e non avevo più tempo per essere triste. Avevo questo piccolo amico bianco e arancio a riempirmi giornate e testa e cuore.

Di lui si innamorò anche il mio fidanzato Stefano detto Wolverine, che mai aveva vissuto con un gatto. Se ne innamorò anche se la prima volta che lo prese in braccio Gatto, ancora debole e provato da un’infanzia da randagio di zona industriale bergamasca, gli riversò addosso un piccolo fiume di cacca semiliquida.

Passarono un inverno, ed un’estate. Insieme dipingemmo di giallo sole le pareti, e costruimmo un cestino fiorito per la mia Bottecchia rosa. Ascoltavamo i Jefferson e i Beatles e, a volte, il venerdì prendevamo il treno per venire a trovare Wolverine, a gettare le basi del nostro mondo, della Libera Repubblica.

Narra la leggenda che Gatto venisse da Rotterdam. Là viveva in una grande famiglia di gatti bianco-arancio. Una mattina, all’alba, è saltato non visto sull’autotreno guidato da Eric il Rosso (così chiamavamo l’autista olandese che ogni settimana veniva a consegnare nel nostro magazzino). Narra la leggenda che fosse alla ricerca di me e della mia Bottecchia rosa, e di Stefano detto Wolverine. Che portasse con sé semi di saggezza e felicità da dividere con noi. Che cercasse un posto dove stabilirsi e portare pace ed uguaglianza. Dove fondare la Libera Repubblica. Narra la leggenda che prima di partire facesse un sogno ricorrente. Avanti a lui c’era uno specchio, che gli rimandava l’immagine di un gattino magro e spelacchiato, dai grandi occhi verdi. Ma se si avvicinava allo specchio, se guardava meglio, quel gatto cambiava sembianze. Per diventare me. Io e lui, immagini riflesse. Due parti di uno stesso essere. Legame indissolubile.

Otto anni fa ci stabilimmo definitivamente qui. A casa di Stefano detto Wolverine. E in questi otto anni Gatto è vissuto felice, libero, amato.

In questi otto anni Gatto ci ha insegnato tutto quel che sappiamo e in cui crediamo.

Accoglienza. Che negli anni ha portato in casa, affinché avesse cibo e rifugio, ogni gatto randagio di passaggio. Gattone bianco e nero dagli artigli come sciabole, il giovane Junior, NeroGatto, e tanti altri.

Amicizia. Quella vera. Quella che lo ha legato negli anni indistintamente a umani e felini. A noi, così come a Gattaccio e Mamma Gatta, del cui amore reciproco siamo stati testimoni, e che aiutò con tutto se stesso quando i loro due bambini scomparvero, in un giorno d’estate, e non vennero più trovati, non ostante loro tre, e noi, li si avesse cercati per ogni dove per giorni e giorni.

Amore. Senza confini. Quello che proviamo noi per lui. Quello che leggevamo nei suoi sguardi. Quello che lo legava a Rambo, la gatta a cui salvò la vita, e che lo seguiva per ogni dove, inseparabile compagna per cinque lunghi anni.

Da lui abbiamo imparato che non esiste gerarchia alcuna. Che nessuno è superiore a nessun altro. Che ognuno ha, nelle differenze e alterità, stessa dignità, diverse intelligenze e diversi linguaggi, ma stesso diritto alla libertà e al rispetto.

Guardando il mondo attraverso i suoi occhi verdi, ho percorso la mia strada seguendo il sogno di un mondo diverso. Sono salita sul tetto di un allevamento di cani da laboratorio, sono entrata in capannoni soffocanti che rinchiudevano maiali, o galline, o conigli. Ho varcato le porte di uno stabulario universitario. Ho ascoltato, e letto, e studiato, cercando risposte e strade che portassero da qualche parte, verso quel sogno di rivoluzione.

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Un giorno di inizio settembre, quel giorno che ho cancellato per sempre dal nostro calendario, lo hanno ammazzato e buttato via.

Occhi verdi, come erba giovane di primavera dopo un acquazzone. Mio amico e fratello. Mia base sicura, aria che respiravo, mia vita.

Lo hanno buttato via, insieme alle bottiglie vuote, alle cartecce abbandonate, agli scarti di cibo. Come cosa. Rifiuto senza dignità. Proprio colui che mi ha insegnato quanta dignità un gatto possa avere e dimostrare.

Dicono di averlo fatto per non farcelo vedere, per non farci soffrire. Senza chiedersi quanta sofferenza indicibile ci possa aver dato questo gesto crudele. Ma era un animale, mica una Persona. Le Persone non si buttano nell’immondizia. I loro corpi valgono, anche dopo la morte. Al contrario di quanto accade per gli animali, per i clandestini, per i poveracci…

Con la sua terribile fine ha fine anche il nostro sogno. Torniamo con i piedi per terra. Guardiamoci intorno. Non un passo avanti abbiamo fatto. Non era questa la giusta strada.

Non ci resta che respirare forte. Innalzare mura sempre più alte. Restare entro i rassicuranti confini della Libera Repubblica. Difendere e proteggere chi rimane.

Andare avanti. Portandoti sempre con noi.

 

LA GIUSTA STRADA

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Ieri, mentre stavo andando con Rosencratz e Guilderstern, le due topoline, dal veterinario, sono rimasta imbottigliata nel traffico, a Milano, in tangenziale, a due passi dallo svincolo per viale Certosa. Il cielo grigio, la pioggia battente, centinaia di auto. Ed un camion, trasporto animali vivi. Il camion mi ha affiancato, ed è restato lì, fermo. All’interno erano stipati non so quanti vitellini. Piccolissimi. Avranno avuto meno di un mese. Magri. I grandi occhi di velluto.

Tra centinaia di automobilisti nervosi, che avanzavano a scatti, loro se ne stavano lì dentro, a guardare quel mare di lamiera e pioggia e grigio attraverso le sbarre. Invisibili.

Così simili alle tre vitelline che ci sono state strappate lo scorso settembre a Suzzara. E che sono scomparse nel nulla. Seguendo il tragico destino delle loro madri e delle madri delle loro madri. O ai piccoli nati su quel camion diretto in Libano, fermati con le loro mamme, sequestrati, ad un passo dalla salvezza, e poi consegnati da un giudice ad un mercante di animali, e da questo rivenduti a chissà chi. Anch’essi spariti, risucchiati nel pozzo senza fondo di chissà quale allevamento o mattatoio.

E mentre Rosencratz e Guilderstern, così come BeagleJill, vivono lontane dallo stabulario in cui era destino che passassero la loro breve vita, milioni di loro simili continuano ad essere massacrati. Nuovi stabulari, allevamenti e laboratori costruiti.

E ci si sente impotenti.
E mentre miliardi e miliardi di occhi, tanti quante sono le stelle, ci guardano dal buio di allevamenti e macelli e zoo e circhi e laboratori, e camion come quello che mi era lì di fianco, sotto la pioggia, mentre ci si affanna e si lotta, nulla mi sembra che stia in realtà cambiando.
Alle urla di quel beagle, registrate ormai così tanti anni fa, fanno eco altrettante grida, incessantemente.

Cambiare tutto questo è più che necessario. E’ un imperativo. Categorico.

Ma a me sembra, che non sia quella percorsa fin qui la strada giusta.

Pensare che tutto cambierà perché continuiamo a cercare di convincere ogni singolo individuo a comprare latte di soia anziché latte vaccino non funziona.
Il consumo (e quindi la produzione) di prodotti di origine animale è in continua crescita.
I prodotti “alternativi” spesso non significano altro che introiti aggiuntivi per quelle aziende che da decenni ingrassano sulla pelle di mucche, polli, maiali.

Andare in televisione a mostrare le immagini terribili di quel che accade negli allevamenti e nei macelli non funziona.
Tutti si scandalizzano, ma ci sarà sempre qualcuno che dirà che bisogna fare sopralluoghi e accertamenti e far rispettare le regole per il benessere animale (e la salute umana). E il giorno dopo anche il più scandalizzato si sarà dimenticato di tutto. Come ci si dimentica dei morti in mare, dei profughi, delle guerre.

Io non ho la soluzione. Magari ce l’avessi.
Io non dico che quel che viene fatto sia inutile e superficiale (oddio, qualcosa sì che lo è).
Io dico che bisognerebbe fermarsi un attimo.
E pensare.
E trovarla, la giusta strada.

Fino ad allora, credo che me starò qui, buona, a guardare.
Perché a volte, non agire è preferibile all’agire a cazzo.

無爲

 

 

 

STRETTI DA MORIRE

Non avevano nessuna colpa per essere lì.
Al Binario 21.

 

Latina, 24 marzo 1944 – Un carico di 900 deportati provenienti dalla Romania è stato fermato nella zona industriale di Pontinia (Latina) dal Nucleo Investigativo per i Reati in Danno agli Deportati. A causa di numerose violazioni riscontrate, il veicolo che li trasportava è stato sottoposto a fermo amministrativo e sono state elevate sanzioni per seimila lire. Nell’ambito dei controlli inerenti al benessere dei deportati, soprattutto nei giorni precedenti la Soluzione Finale, si è proceduto al monitoraggio del transito degli automezzi per la maggior parte provenienti dall’est Europa, soprattutto Romania, Polonia e Ungheria, e successivamente al fermo degli stessi prima che scaricassero i deportati. Sono stati controllati circa 900 individui con l’ausilio di medici della Azienda Sanitaria Locale di Latina, per verificare le condizioni di salute durante il trasporto, ed è stata accertata anche la morte di alcuni individui, avvenuta prima dell’arrivo a destinazione.

Le sanzioni amministrative sono state elevate per una serie di violazioni: spazi non sufficienti ad assicurare ventilazione adeguata e la mancata possibilità di movimenti naturali all’interno del semirimorchio. Si è accertata inoltre l’eccessiva densità di carico, causa di sofferenza inutile, con compromessa possibilità di riposo degli stessi,  l’impossibilità di una corretta termoregolazione, oltre ad ostacoli al dispositivo di abbeveraggio.. 

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