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Numeri

Di recente ho condiviso un paio di notizie riguardanti il numero di animali “utilizzati” nella ricerca. La prima, pubblicata da Speaking of Research, riguardava l’aumento degli animali utilizzati nella ricerca in Spagna. La seconda il numero di animali uccisi nei laboratori anglosassoni. In entrambi i casi, veniva evidenziato un aumento delle vittime negli ultimi anni.

In entrambi i casi, mi è stato fatto notare che, sì, il numero è in crescita, ma è diminuito oggi rispetto a otto – dieci anni fa, segno che – dai e dai – la sensibilità è aumentata, e che le cose stanno, seppur lentamente, cambiando.

Sembra quasi che io, in qualche modo, goda a vedere solo il negativo, e a disconoscere le vittorie ottenute dal movimento animalista (quindi a masochisticamente e acriticamente disconoscere i risultati ottenuti anche da quel che io ho fatto, e delle azioni a cui io ho partecipato). Quando invece stapperei bottiglie di Jack a profusione, se davvero fossimo in presenza di una seppur lenta, ma inesorabile marcia verso la fine di tanto orrore. E così sono andata a cercare i dati riguardanti i numeri oggettivi relativi alla sperimentazione animale a livello globale. A cercare le prove del mio ingiustificato pessimismo.

La sperimentazione animale, sebbene esistita fin dall’antichità, diviene prassi nella ricerca e nella formazione a partire dalla metà del XIX secolo. L’espansione delle industrie chimica e farmaceutica nel secondo dopoguerra ne aumenta a dismisura l’utilizzo ed il numero di vittime. Fino ad arrivare alla creazione di un complesso e ricchissimo sistema economico, che include laboratori, case farmaceutiche, istituti di ricerca, allevatori, trasportatori, fabbricanti di strumenti, gabbie, cibo. La ricerca con animali non si ferma a quella biomedica (il topo che salva la vita al bambino), ma riveste gli ambiti più disparati: la zootecnia, le prove di tossicità di sostanze chimiche, la cosmesi, l’industria bellica. La sperimentazione animale, quindi, negli ultimi decenni soprattutto, ha alle spalle una immensa forza economica. Che è in continua crescita, come dimostrano vari report reperibili in rete (1).

E torniamo ai numeri.

In un recente articolo pubblicato da Cruelty Free International si legge che:
– sono circa 115 milioni gli animali “utilizzati” nella ricerca ogni anno, a livello mondiale
– i paesi in cui la sperimentazione animale miete più vittime sono: Stati Uniti, Giappone, Cina, Australia, Francia, Canada, Gran Bretagna, Germania, Taiwan, Brasile
– il numero di esperimenti non è in diminuzione, ma in crescita in molti paesi (ad esempio in Cina), o sullo stesso livello di quello degli anni Ottanta e Novanta (Gran Bretagna)
E comunque i numeri e i dati, quando esistono, sono sempre sottostimati, in quanto in molti paesi non sono conteggiati certi animali (come ad esempio i piccoli roditori), ed in altri non esistono leggi che impongono ai laboratori di dare comunicazione in merito. (2)

Sono quindi andata a cercare le statistiche riguardanti questi paesi (considerando le statistiche generali europee per quanto riguarda Francia, Gran Bretagna e Germania: chi ha tempo e voglia può andare a sfogliare i dati della Commissione Europea per verificare i dati dei singoli paesi).

Stati Uniti

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Speaking of Research parrebbe dare buone notizie. Nel 2015 sarebbero stati utilizzati 767.622 animali, ben la metà rispetto al 1985. Ma il dato riguarda soltanto gli animali inclusi nel Animal Welfare Act, quindi restano fuori ratti, topi, pesci ed uccelli (per i quali gli autori stimano un numero che oscilla tra gli 11 milioni ed i 25 milioni). E sono gli stessi autori dell’articolo a sottolineare come la diminuzione nell’uso di determinati animali (ad esempio i cani) sembra sia andato di pari passo con il passaggio all’utilizzo di topi geneticamente modificati. Quindi la buona notizia parrebbe essere già meno buona. Se non è dato sapere quanti “altri” animali (quelli non conteggiati, ma che avrebbero sostituito gli animali, come i cani, il cui numero è diminuito) non possiamo con certezza affermare che negli Stati Uniti la strage sia effettivamente in diminuzione.

Presumibilmente, anche a detta dei pro-test di Speaking of Research, il numero non è diminuto. Si è piuttosto passati dall’utilizzo di animali “eticamente problematici” ad animali che non suscitano altrettanta empatia.

Giappone

In Giappone (ovvero il secondo paese dopo gli Stati Uniti per portata del fenomeno) la sperimentazione non è regolata a livello nazionale. Gli organi di ricerca sono dotati di linee guida redatte “volontariamente”, ed anche i dati riguardanti il numero di animali utilizzati è redatto su base “volontaria” ogni tre anni, senza cioè un reale obbligo da parte degli sperimentatori di comunicarne la portata.

L’unico dato reperito risale al 2008, e parla di circa 11 milioni di animali utilizzati.

E, secondo uno studio del 2010, l’uso della sperimentazione animale sarebbe in continua crescita (3).

Ma non avendo trovato altri dati più recenti, non ho gli strumenti né per brindare per una diminuzione delle vittime, né per affermare il contrario.

Cina

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In Cina il settore della sperimentazione animale è in continua crescita negli ultimi 35 anni, di pari passo con la crescita economica e con l’apertura ai mercati occidentali. Nel 2006 gli animali utilizzati, secondo fonti ufficiali, furono circa 16 milioni. (3). Che sarebbero saliti a 20 milioni nel 2015. (4)

Quindi, negli ultimi dieci anni, il numero sarebbe crescito di ben 4 milioni.

Australia

In Australia sono stati, nel 2014, circa 7 milioni gli animali utilizzati. Molto meno che nel 2009, vero, ma in salita rispetto a dieci anni prima di circa 500 mila.

Europa

Nel 1996 gli animali utilizzati erano stati poco più di 11 milioni, 9.814.181 nel 1999, per risalire a 10.731.020 nel 2002, 12 milioni nel 2005, così come nel 2008 e poco meno di 11,5 milioni nel 2011 (ultimo dato reso pubblico), con una diminuzione, quindi, di circa 500.000 individui.

Canada

Secondo i dati del CCAC, nel 2014 gli animali utilizzati sono stati 3.500.000, 500.000 in più dell’anno precedente, e 200.000 in più del 2009, contro 1.952.000 del 1996. Quindi, purtroppo, in notevole crescita.

Taiwan

Nel 2005 da statistiche ufficiali sono stati 1.200.000.

Anche in questo caso, come in quello del Giappone, altri dati non sembrano essere reperibili.

Arrivati fin qui, se dovessi fare un triste e banale conteggio, mi troverei costretta ad affermare che – da quel che risulta, e considerando solo i paesi presi in considerazione, ci troviamo di fronte ad un aumento di circa 4 milioni di vittime. Dato che non tiene conto di gran parte dei “paesi emergenti” dove spesso il lavoro di ricerca viene dato in outsourcing, vuoi per i minori costi, vuoi per le regolamentazioni meno restrittive. (5)

Stiamo quindi parlando di almeno 4 milioni.

Che non sono numeri. Non sono freddi dati. Sono piccole Jill, candide Mab. Sono occhi e cuori e paura e solitudine e dolore. Sono quello che trapela dallo sguardo di questo beagle.

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Beagle che ci porta alla fine di questa lista.

Brasile

Fino al 2008 non esisteva nessuna legislazione che regolamentasse la sperimentazione animale. Esiste ora un Comitato Nazionale di Controllo, e nel 2014 il governo ha bandito la maggioranza dei test cosmetici. Manca però la pubblicazione dei dati sugli esperimenti e sul numero di animali ad essi sottoposti. Dalla letteratura reperibile in rete l’unico dato è quello riferito allo stato del Paranà nel 2006, quando vennero utilizzati 3.497.563 animali.(6)

Altro non ho trovato. E, arrivata a questo punto, mi fermo.

Arrivata a questo punto, ho davvero paura di dover ammettere che, per quanto si sia cercato di fare, pur con le meravigliose vittorie e le migliaia di animali sottratti allo sterminio (come quei 300 beagle e migliaia di roditori portati via dal laboratorio di Sao Roque, in Brasile, nell’ottobre del 2013, uno dei quali è quello della foto qui sopra), pur con i boicottaggi e le manifestazioni, la sperimentazione animale sembra non aver ceduto di un passo. Forse perché il Gigante da sconfiggere è ben più forte e potente. E non è “la vivisezione”. E’ il sistema che alla vivisezione da linfa e dalla vivisezione ottiene linfa e nutrimento. E quel gigante ha un nome.

Che sa di vetero polveroso antropocentrico marxismo. E posso capire che non piaccia a chi spera di riuscire davvero a vincere e convincere. Si chiama Capitalismo.

(1) http://www.businesswire.com/news/home/20140110005535/en/Research-Markets-Global-Mice-Model-Market-Analysis
Annamaria Bottini e Thomas Hartung, Food for Thought.. on the Economics, in http://altweb.jhsph.edu/altex/, 2009
http://www.navs.org/the-issues/the-animal-testing-and-experimentation-industry/

(2) http://lushprize.org/many-animals-used-experiments-around-world/
http://www.animalethics.org.uk/i-ch7-8-biomedical-animals.html

(3) Qi Kong e Chuan Qin, Laboratory Animal Science in China: Current Status and Potential for the Adoption of Three R Alternatives, ATLA, 38, 2010, pag. 53-69

(4) http://www.sciencemag.org/news/2016/03/china-finally-setting-guidelines-treating-lab-animals
http://www.frame.org.uk/legislation/legislation-asia/

(5) https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3215567/
http://www.nytimes.com/2006/11/27/business/worldbusiness/27iht-dogs.3681134.html

http://www.dailymail.co.uk/news/article-2515875/Outcry-UK-scientist-flies-Africa-experiments-monkeys-banned-here.html

(6) http://www.animalexperiments.info/resources/Studies/Animal-numbers/Brazil/Brazil-Silla-2010-ATLA-38-29-37.pdf
http://www.scielo.br/scielo.php?script=sci_arttext&pid=S0102-86502009000100015
http://www.fiocruz.br/omsambiental/media/ArtigoILARv5201eFilipecki.pdf
https://en.wikipedia.org/wiki/Animal_welfare_and_rights_in_Brazil

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Il senso

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Brightlingsea, UK, polizia a difesa del live export

Nella separazione, nell’alienazione degli uni con gli altri, un senso non c’è. Nello sfruttamento un senso non c’è. Nell’orizzonte funebre della merce un senso non c’è.
Nella ricerca del denaro, della fama, della gloria, almeno per noi, un senso non c’è.
Non c’è un senso ultimo nemmeno nella ribellione, nella lotta, se non è consapevole. C’è la giustezza animale e quindi anche umana della reazione all’aggressione. Non poniamo in questione se sia legittimo l’uso della violenza.
E’ inumano, indegno, ogni atto di violenza, che si eserciti su un insetto o su una folla d’uomini.
Ma c’è la consapevolezza che tra chi aggredisce, chi opprime, chi edifica un mondo simile a una prigione e chi reagisce, si difende, prova a forzare le sbarre, passa un abisso. Tu e io sappiamo cos’è violenza, se prendere le armi per difendere la propria vita, la dignità di calpestare la terra o se non lo è piuttosto l’infinita varietà di snodi disciplinari, colpevolizzanti, infantilizzanti che attraversa le vite di tutti. Com’è possibile porre la questione quando il tuo specchio sul mondo sono i media, i giornali, i social network? E, chi più chi meno, siamo messi tutti così.

Dare voce a vere voci, vita poetica a vere vite.

Wu Ming 5, Francesca Tosarelli, Ms Kalashnikov

STORIA DI CAPITALISTI, ANTICOMUNISTI E POLLI

Tempo fa, mentre traducevo un trattato sui tacchini per gli amici di Agripunk, mi sono imbattuta in un interessante articolo pubblicato nel 2013 da Dale Wielhof sul sito di The Institute for Agricolture and Trade Policy.

Quella che Wielhof racconta è la storia di come un immigrato italiano, divenuto agricoltore negli Stati Uniti, e suo figlio abbiano contribuito a trasformare l’allevamento di polli in una gigantesca operazione industriale.

Racconta anche come lo sviluppo di un’economia capitalista basata su grossi gruppi multinazionali sia stata una scelta ben precisa. Una scelta di cui continuiamo a pagare il prezzo, sempre più salato.

Wielhof è un allevatore. Il suo punto di vista (ed il suo racconto) non tiene conto delle problematiche etiche connesse all’allevare animali (siano essi in allevamenti intensivi o in bucoliche fattorie).
Ma ci racconta comunque uno scenario da incubo. Un incubo sempre crescente visto che – dati alla mano – il consumo di carne è in continua crescita, e con esso il modello economico basato sul potere di pochi gruppi e sulla globalizzazione di produzione, distribuzione e consumi. Un incubo che resterà tale finché, come conclude, non si arriverà ad una vera e propria rivoluzione nei sistemi di produzione. Sostituendo al profitto, scrive lui, la qualità.
Aggiungo io: sostituendo al profitto la sostenibilità, ed una nuova etica.

Buona lettura.

1

Pollo arrosto, chicken nuggets, pollo Kung Pao, Buffalo wings, insalata di pollo, pollo allo spiedo…
Tutti amano (e mangiano) pollo.
Secondo i dati del National Chicken Council il consumo statunitense di carne di pollo (così come quella di tutti gli altri animali) è in continua crescita.
Nel 1965 se ne consumavano poco meno di 20 kg all’anno a testa. Nel 2014 si è arrivati a 46 kg. Ed il consumo stimato per il 2016 è di 49 kg. Più del doppio.
E secondo dati FAO il consumo di carne di pollo a livello mondiale è salito da 3,2 kg pro capite in media del biennio 1964 / 1966 ai 13,8 del 2015, con una previsione di crescita per il 2030 fino a 17,2 kg. La crescita maggiore si registra nei cosiddetti paesi emergenti, dove si passa da 1,4 kg del 1964 a ben 10,5 kg del 2015. Di pari passo con l’adeguamento al modello di quello che una volta si autodefiniva “mondo libero”.

Prima della Seconda Guerra Mondiale la carne di pollo era riservata per le grandi occasioni, i pranzi della domenica. L’industria del broiler, nata tra gli anni Venti e Trenta, non era ancora sviluppata. I polli che finivano ammazzati e in pentola erano un sottoprodotto della produzione di uova. Ovvero galline non più produttive o polli maschi in eccedenza.

E’ negli anni Cinquanta e Sessanta che l’allevamento di polli si trasforma in produzione industriale di polli broiler, con mega impianti che racchiudono centinaia di migliaia di animali tutti uguali, mentre prima di allora, gli allevamenti constavano di una certa varietà di razze.

Il punto di non ritorno coincide con un concorso lanciato da una catena di supermercati.

Nel 1945 la Great Atlantic & Pacific Tea Company (meglio conosciuta come A&P), catena di supermercati che per più di 150 anni ha avuto un ruolo leader mercato nord americano e canadese, e che ai tempi era il più grande rivenditore di polli negli USA, lancia, in collaborazione con l’USDA, un concorso nazionale rivolto agli allevatori. Vincitore chi avrebbe “prodotto” il pollo con la crescita più veloce, il peso maggiore, la migliore qualità di carne.

Ai tempi la A&P era un gigante, capace di creare ed imporre il modello di vendita di cibo a basso prezzo e a volumi sempre crescenti. Nata nel 1860, nel 1920 già vantava 16.000 punti vendita ed un giro d’affari annuo di 1 miliardo di dollari. Grazie all’adozione di una politica di integrazione verticale e la richiesta di scontistiche a fronte dei grandi volumi di merci acquistate, sia verso i produttori che i rivenditori, A&P portò negli anni ad un cambiamento economico radicale, con la messa fuori gioco dei piccoli produttori e delle aziende familiari. Nel 1945 il Dipartimento di Giustizia americano condanna la A&P per limitazione illegale della concorrenza. Il danno di immagine subito non era da poco. Il concorso indetto per il Pollo di Domani aveva proprio il fine di limitare i danni.

Al concorso prendono parte agricoltori ed allevatori di tutto il paese, che spediscono o portano le uova dei loro animali in centri appositamente costruiti, dove le uova vengono incubate, i pulcini allevati ed alimentati in condizioni controllate, uguali per tutti. Gli animali vengono scrupolosamente controllati e vengono monitorati il livello di crescita, la corporatura, lo stato di salute. Dopo 12 settimane tutti i polli vengono uccisi, di nuovo controllati, e valutati in base alla qualità e consistenza delle loro carni.

Concorsi locali si tengono nel 1946 e nel 1947. I vincitori vanno a costituire il gruppo di 40 finalisti autorizzati a partecipare al grande concorso nazionale per il Pollo del Domani. Nella categoria purosangue a vincere, sia nel 1948 che nel 1951, è la Arbor Acres, grazie al suo White Rocks, che viene preferito al Red Cornish della Vantress Hatchery. Dall’incrocio tra queste due razze nasce quella che finirà per dominare geneticamente a livello mondiale.

La Arbor Acres era di proprietà di Frank Saglio, un immigrato italiano che, agli inizi, si guadagnava da vivere coltivando e vendendo ortaggi nella piccola fattoria di famiglia a Glastonbury, nel Connecticut. Fu suo figlio Henry ad iniziare l’allevamento di polli, per soddisfare il mercato locale. E furono proprio i polli di Henry a vincere il concorso per il Pollo del Domani, lanciando così i Saglio nel mondo dell’allevamento industriale. Ben presto la Arbor Acres, oltre a fornire riproduttori,inizia a sviluppare tecniche di allevamento (e impianti di produzione) atti ad ottimizzare e migliorare la resa degli animali. Spinto dalla richiesta dell’industria di trasformazione delle carni per quantità sempre maggiori a prezzi sempre più bassi, il settore avicolo, con la Arbor Acres in testa, viene sottoposto ad una sempre più spinta integrazione verticale, con aziende che controllano ogni step della produzione, da quella delle uova da schiusa a quella degli allevamenti, dalla produzione di mangime alla macellazione e lavorazione.

Nel 1964 la svolta.

Nelson Rockefeller acquista la Arbor Acres attraverso la sua International Basic Economic Corporation (IBEC).

Rockefeller lascia ogni incarico governativo lo stesso anno in cui la A&P lancia il suo concorso (era stato sottosegretario per i rapporti con l’America Latina sotto Rooselvelt) e nel 1947 fonda due organizzazioni, con lo scopo di mettere in pratica la sua politica di assistenza ai paesi in via di sviluppo, alternativa a quella indicata dal presidente Truman nel suo “Point Four Program” (ovvero sovvenzionare ed aiutare la crescita tecnologica ed economica dei paesi poveri come mezzo per combattere il propagarsi delle idee comuniste, dimostrando come il capitalismo ed il liberismo potessero garantire, essi soli, un alto tenore di vita).

Le due organizzazioni sono, una, il braccio politico (la AIA, American International Association for Economic and Social Development) ed una (appunto la IBEC) il braccio economico.

Attraverso la AIA e la IBEC Rockefeller porta avanti l’opera di trasferimento di capitali e tecnologie statunitensi in paesi dell’America Latina come Brasile e Venezuela. Scopo: piantare i semi per lo sviluppo di un moderno sistema capitalistico e consumistico. I primi finanziamenti di cui gode la IBEC arrivano da Nelson Rockefeller stesso (3 milioni di dollari) e dalla Standard Oil (21 milioni di dollari). Gli investimenti della IBEC coprono settori quali il tessile, la grande distribuzione, l’edilizia abitativa, l’industria agroalimentare e, appunto, la produzione avicola.

Dietro la cortina umanitaria, del creare una classe media abbiente in paesi governati da regimi autocratici e con un alto livello di povertà, la finalità della IBEC è combattere la sua propria guerra fredda. Per citare proprio Nelson Rockefeller, “è difficile essere comunista quando si ha la pancia piena”. Non è un caso se le attività della IBEC si concentrano laddove le attività estrattive della Standard Oil sono messe a rischio da crescenti movimenti popolari rivoluzionari.

Il modello esportato dalla IBEC mette fuori gioco l’economia agricola di sussistenza a favore di un sistema ad alta densità di capitale. Un sistema che, per funzionare, deve poter contare, dal lato della produzione, su un costante rifornimento di cereali da foraggio e, dal lato della distribuzione, su punti vendita che siano sempre più vicini al modello della A&P piuttosto che ai negozietti da paese o ai piccoli mercati rionali.

Nel 1949 la IBEC fonda una joint venture con la Cargill per la costruzione di silos in Argentina. Da tempo la Cargill stava cercando la via per mettere piede in Sud America, e l’alleanza con la IBEC è la chiave giusta per aprire la porta al suo ingresso nel continente, prima in Argentina poi in Venezuela e Brasile. Nel 2013 la Cargill può vantare investimenti in America Latina per 8 miliardi di dollari, e 25.000 dipendenti.

Parimenti, per la Arbor Acres l’acquisizione da parte della IBEC è uno straordinario trampolino di lancio per la conquista del mercato mondiale. Iniziando con l’America Latina, ben presto il suo giro di affari si allarga all’Africa, all’Asia e all’Europa. Tutt’ora, il 50% dei polli allevati in Cina proviene dallo stock genetico della Arbor Acres.

Nel 1980 IBEC cambia nome in Arbor Acres e negli anni cambia di proprietà varie volte, fino ad essere acquisita dalla Aviagen.

Ma che succede quando metti insieme un’azienda agricola familiare, una catena di supermercati ed una multinazionale? Nulla di buono. Per nessuno.

Cominciando dai polli. Uno studio della Purdue University dimostra come si siano perse, a partire dagli ani Cinquanta, ovvero dopo l’inizio della nostra storia, più della metà delle razze originarie.

2

E terminando con gli umani. Delle migliaia di agricoltori che parteciparono al primo concorso per il Pollo del Domani quasi nessuno è sopravvissuto. Le piccole aziende agricole hanno subito la stessa sorte delle razze dei polli. Sono state soppiantate da poche, gigantesche realtà. I pochi che ancora resistono si trovano a dover subire il ricatto delle immense industrie di trasformazione e distribuzione, che impongono i loro prezzi ed i loro ritmi e sistemi produttivi.

Le modifiche genetiche a cui gli animali sono stati sottoposti negli anni per incrementarne in modo abnorme ed innaturale la crescita e le dimensioni, le condizioni in cui sono costretti a vivere, in allevamenti al chiuso, con altissimi gradi di sovraffollamento e di stress, e la sempre più ridotta varietà genetica, implicano una sempre più alta incidenza di malattie. E quindi un sempre più massiccio ricorso a medicinali ed antibiotici. E quindi una sempre maggiore resistenza batterica agli antibiotici stessi. E quindi un sempre maggiore rischio per la salute umana.

Quando Henry Saglio muore, nel 2003, viene definito dal The New York Times “il padre della moderna avicoltura”. Un padre pentito, che tre anni prima prova a fare timidi passi indietro creando la Pureline Genetics, con la quale tenta (invano) di introdurre nel mercato animali non trattati con antibiotici.

Al contrario di Henry Saglio, a tredici anni di distanza, si continua a correre a testa bassa verso la chimera della crescita illimitata, incuranti dei disastri sociali ed ambientali. Incuranti del male senza fine perpetrato verso coloro che abitano gli scantinati del nostro grattacielo.