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KILL FLOOR

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Tratto da: Timothy Pachirat, Every Twelve Seconds, Industrialized Slaughter and the Politics of Sight, Yale University Press

Esiste uno spazio, una linea di demarcazione, nei mattatoi industriali, che dovrebbere dividere la vita e la morte. Capita però che questa linea venga varcata.

Se una mucca sopravvive al proiettile captivo e l’operatore, il knocker, colui che è preposto all’uso della pistola ad aria compressa che dovrebbe rendere gli animali non coscienti prima della iugulazione, non blocca in tempo il nastro trasportatore sul quale sono costretti gli animali subito prima e subito dopo essere stati colpiti in fronte, allora la mucca lotta per liberarsi dal nastro, e finisce per ritrovarsi a correre terrorizzata nell’orrore del reparto macellazione, il kill floor, tra vomito, sangue, e la vista e l’odore di centinaia di corpi appesi, sgozzati, in costante movimento lungo la linea di produzione.
Non è un fatto isolato;  la cosa che capita così di frequente che dei cancelli di contenimento sono stati costruiti in modo da bloccare l’animale subito dopo lo stordimento e non raggiungere le altre aree del reparto macellazione. Quando questo accade, lo storditore suona tre volte l’allarme, al cui richiamo accorre un supervisore, che chiama il direttore del reparto via radio. Il direttore arriva armato di un fucile calibro .22, varca i cancelli, e spara alla mucca sopravvissuta.

Se il colpo è ben assestato, la mucca si accascia al suolo, e alcuni degli operai accorrono con un muletto per spostarne il cadavere sul nastro trasportatore, ricondurlo all’interno della linea di produzione.

Ma esiste, e si verifica, anche un altro scenario. Quando l’animale non viene tramortito dal proiettile, ma il suo corpo, esausto, procede comunque lungo la linea. Viene agganciato per la zampa, sollevato in aria, scalcia e rotea su se stesso, nel disperato tentativo di liberarsi. Lo iugulatore dovrebbe, a questo punto, bloccare l’intera linea di produzione. Ma se non ci sono ispettori UDSA nelle vicinanze si va avanti. La gola viene recisa. Il taglio spesso è imperfetto, perché la mucca si agita, ed è facile venire colpiti e feriti. E così può accadere che l’animale prosegua lungo la linea, sempre vivo e cosciente. Passi il taglio della coda, il taglio della zampa posteriore destra, l’incisione dell’ano.

Gli operai lavorano su piattaforme rialzate, e non possono accorgersi di quel che accade. Solo chi è al suolo, in basso, e può guardare negli occhi l’animale, può coglierne la vitalità.

Ma per chi lavora altrove, sulle piattaforme, dal loro punto di osservazione, quello non è più un animale. Ma una carcassa.

Esistono linee di demarcazione ben precise, all’interno dei mattatoio, tra la vita e la morte. Linee al di qua delle quali l’animale è vivo, e al di là è e deve essere morto. Il punto di congiunzione tra queste due linee, laddove operano lo storditore e lo iugulatore, esso solo è percepito come il luogo in cui si uccide.

Su ottocento lavoratori coinvolti, solo pochissimi hanno contatto e vedono i vitelli e le mucche ancora in vita. O hanno un ruolo attivo nella loro uccisione. Nella separazione tra vita e morte, la maggior parte dei lavoratori del mattatoio lavorano su animali già morti. Inoltre, l’atto stesso dell’uccisione è diviso in più segmenti. Ed ognuno dei lavoratori che opera in ognuno di questi segmenti non vede cosa accade prima o cosa accade dopo.

Così come il mattatoio è precluso alla vista della società “al di fuori”, e il kill floor è separato ed isolato dal resto dello stabilimento, similmente l’uccisione stessa è segregata e dissimulata.

 

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