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ANIMAL WELFARE

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Tratto da: Timothy Pachirat, Every Twelve Seconds, Industrialized Slaughter and the Politics of Sight, Yale University Press

Oltre a controllare i corpi umani, i QC (addetti al controllo qualità) hanno il compito di certificare un soddisfacente controllo sui corpi degli animali nel reparto macellazione. Conducono un controllo interno settimanale sul trattamento degli animali, ed il rapporto viene poi sottoposto agli acquirenti per certificare che il trattamento degli animali è monitorato all’interno dello stabilimento. Gli acquirenti a loro volta utilizzano la certificazione per rassicurare i loro clienti che la carne venduta è stata trattata umanamente durante la macellazione.

L’audit interno è basato su cinque formulari. Nel primo, il QC deve specificare la percentuale di utilizzo degli stimolatori elettrici sui bovini lungo la serpentina che collega i recinti di sosta all’abbattitore. Il formulario specifica che un uso su 5 bovini su 100 è da considerarsi “accettabile”. Sotto, sono riportati i numeri da 1 a 100. Il QC, fermo avanti ai recinti, cerchia un numero per ogni animale che gli passa avanti e che non viene colpito con lo stimolatore. E segna una X per ogni animale a cui viene data la scarica elettrica.

Dalla mia esperienza di quattro giorni nei recinti, so che il normale uso dello stimolatore è su 3 o 4 animali ogni cento. E so anche che i lavoratori, che sono stati informati su quale sia il livello “accettabile” di scariche inflitte attraverso un video al momento della loro assunzione, modificano prontamente il loro comportamento ogni volta che un QC o un ispettore USDA è nelle vicinanze. Non ostante questo, anche in quei momenti il numero di scariche si aggira su 10 – 12 ogni cento bovini. Ma, come per qualsiasi altra documentazione, ci si aspetta che il QC riporti dati che rientrano nel paramentro dell'”accettabilità” specificato nel questionario.

Il secondo questionario riguarda la vocalizzazione. Come per quello precedente, anche qui il QC si mette di fronte ai recinti e segna il numero di mucche che muggiscono mentre gli passano davanti; vocalizzazioni dell’uno percento sono considerate accettabili. Questo momento nelle operazioni all’interno del mattatoio è unico per l’attenzione data, anche se sbrigativa ed ipocrita, alla vera, fisica voce dei vitelli. Una volta a settimana, per dieci o quindici minuti, il tempo necessario affinché cento vitelli passino in fila di fronte al QC, un essere umano coscientemente ed attivamente ascolta le loro voci ed interpreta quelle voci come una comunicazione intenzionale di dolore e sofferenza.

Il terzo questionario riguarda il numero di vitelli che scivolano o cadono mentre vengono sospinti verso lo storditore. La procedura di documentazione è identica a quella dei primi due. Poiché questi tre controlli hanno luogo nella medesima area, spesso il QC li compila contemporaneamente osservando e registrando le tre variabili esaminate sugli stessi cento vitelli.

Il quarto questionario riguarda il controllo sullo stordimento, ovvero se questo renda o meno incosciente l’animale dopo un unico colpo. Il QC sta in piedi alle spalle dello storditore e, su un campione di cento animali, indica il numero di vitelli che vengono storditi dal proiettile captivo e quello degli animali che rimangono coscienti. Un numero di tre animali su cento è considerato “accettabile”. Il numero di colpi necessari per uccidere una mucca varia, in relazione all’abilità dello storditore, alle condizioni della pistola, alla potenza del getto di aria compressa, e a quanto l’animale lotti e si dibatta all’interno dell’area di stordimento. Mentre effettuavo questo controllo, ho potuto notare che alcuni vitelli dovevano essere colpiti fino a tre o quattro volte. Ma la cosa più comune è che il proiettile non penetri abbastanza a fondo, così da rendere necessario un secondo colpo. Come per tutti gli altri questionari, anche in questo caso ci si aspetta che il QC indichi comunque un numero di casi accettabile.

L’ultimo controllo richiesto consiste nel sostare nel’area di fronte allo iugulatore per determinare se i vitelli restano privi di coscienza quando sono appesi alla catena per la zampa posteriore. Secondo un video formativo che ho visionato nell’ufficio del personale, scalciare con la zampa posteriore libera è inteso come una mera reazione involontaria dei muscoli e non è indice del fatto che l’animale sia cosciente. Se invece la mucca risponde con movimenti oculari a determinati stimoli (come agitare una penna o schioccare le dita di fronte ai suoi occhi), allora questi segnali sono da leggere come indici di coscienza.

Ho effettuato varie volte il controllo insieme a Jill, e non ci è voluto molto perché mi accorgessi che i suoi questionari erano compilati già prima che ci si recasse presso i recinti e lo storditore. Quando le chiesi spiegazioni, mi rispose che “Nessuno in ogni caso si prende mai la briga di controllare i rapporti, e noi dobbiamo comunque segnare come “accettabile” quel che vediamo, anche se non lo è; quindi, che vuoi che importi? Inoltre, mi rattrista così tanto andare là a guardare mentre vengono uccisi.”

Il controllo sul trattamento degli animali genera una situazione paradossale proprio in relazione al singolo animale. Da una parte, esso non è altro che questo: un mero controllo qualità, suddiviso in cinque componenti quantificabili e progettato, come molta altra della documentazione redatta all’interno del reparto macellazione, al fine di presentare una ben determinata immagine della macellazione industriale. Nel caso specifico, il quadro di una macellazione industriale umana. Dall’altro lato, il risultato del processo di controllo è quello di trasformare il confronto fisico con l’uccisione di creature viventi in un processo tecnico con precisi metri di misura del livello di umanità ed etica della procedura. L’ispettore è lì a guardare direttamente gli animali; lui o lei è lì ad ascoltare le loro voci, ma gli animali sono visti ed ascoltati meramente come funzioni all’interno di un processo tecnico; altro non sono che dati da inserire. Questa sorta di dissociazione tecnica avviene anche al di fuori delle operazioni di controllo qualità, persino in occasione di avvenimenti eccezionali, come quello che avvenne un giorno poco prima delle undici del mattino.

“Gil, sei in ascolto, Gil?” La voce arriva gracchiando dalla mia radio, la riconosco come la voce di John Sloan, supervisone delle operazioni di scarico dei vitelli dai camion.

“Sì, vai avanti” Risponde Gil.

“Gil, sono qui fuori proprio ora con l’USDA e abbiamo un piccolo problema. Una delle mucche che sarebbe dovuta andare a morte ora sta partorendo un vitello nel recinto, e l’USDA non ci permette di averla prima che il parto abbia termine, così ti informo che la mucca non andrà a morire quando avrebbe dovuto.” Il che significa che la mucca non sarebbe stata macellata insieme al lotto a cui apparteneva, e che veniva in quei minuti sospinto verso lo storditore.

Bill Sloan, fratello maggiore di John e secondo in comando all’interno del reparto macellazione, interviene con voce irata: “Beh, non puoi semplicemente allungare la tua dannata mano e tirarlo fuori?”.

C’è un attimo di silenzio prima che giunga la risposta di John: “Negativo, Bill. Il governo è proprio qui e non ci permettono di fare niente con questa mucca finché non finisce di partorire.”

“Ma sei sicuro che poi ce la danno?”. Chiede Bill.

“Sì, matematico” risponde John dopo un’altra pausa. “Dovremmo forse darci un po’ da fare con loro, ma alla fine ce la daranno. Vi faccio sapere quando la mucca andrà a morire”.

La mucca, quel giorno, fu l’ultimo animale ad essere ucciso. Il numero 2.452. Nessuna menzione alla radio sul destino del vitello appena nato, null’altro che un elemento di disturbo all’interno di un processo produttivo che vede negli animali null’altro che materia prima da lavorare. La giustapposizione, potenzialmente potente, di una vita che viene al mondo nel mezzo di uccisioni in serie viene trasformata in una disputa con l’USDA sul quando la mucca potrà essere uccisa e neutralizzata da un linguaggio tipico delle conversazioni sui vitelli all’iterno del mattatoio: la mucca “andrà a morire” anziché “verrà uccisa” (parimenti, i vitelli nei recinti vengono chiamati “manzo”  – beef – ad esempio: “Ehi, ragazzi, quel manzo è caduto laggiù nel recinto”).

Così, il controllo sul trattamento degli animali estende, anziché restringere, il controllo sul corpo dei vigelli come condizione necessaria per il lavoro dell’uccisione industrializzata. Dalla prospettiva interna al processo di lavorazione, assistere ai tentativi di ribellione, alle scivolate, alle cadute, ai lamenti, non induce ad avere attenzione verso la sofferenza degli animali, bensì attenzione ad eventuali interruzioni della catena produttiva. Le preoccupazioni riguardo il trattamento umano degli animali e le prassi di osservazione e documentazione create per assicurare il supposto trattamento umano, si fondono e confondono con la realtà di un sistema basato sulla produttività, teso a massimizzare il flusso di materia prima verso il reparto macellazione, un sistema in cui gli animali sono carne – beef – ancor prima di essere macellati.

 

KILL FLOOR

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Tratto da: Timothy Pachirat, Every Twelve Seconds, Industrialized Slaughter and the Politics of Sight, Yale University Press

Esiste uno spazio, una linea di demarcazione, nei mattatoi industriali, che dovrebbere dividere la vita e la morte. Capita però che questa linea venga varcata.

Se una mucca sopravvive al proiettile captivo e l’operatore, il knocker, colui che è preposto all’uso della pistola ad aria compressa che dovrebbe rendere gli animali non coscienti prima della iugulazione, non blocca in tempo il nastro trasportatore sul quale sono costretti gli animali subito prima e subito dopo essere stati colpiti in fronte, allora la mucca lotta per liberarsi dal nastro, e finisce per ritrovarsi a correre terrorizzata nell’orrore del reparto macellazione, il kill floor, tra vomito, sangue, e la vista e l’odore di centinaia di corpi appesi, sgozzati, in costante movimento lungo la linea di produzione.
Non è un fatto isolato;  la cosa che capita così di frequente che dei cancelli di contenimento sono stati costruiti in modo da bloccare l’animale subito dopo lo stordimento e non raggiungere le altre aree del reparto macellazione. Quando questo accade, lo storditore suona tre volte l’allarme, al cui richiamo accorre un supervisore, che chiama il direttore del reparto via radio. Il direttore arriva armato di un fucile calibro .22, varca i cancelli, e spara alla mucca sopravvissuta.

Se il colpo è ben assestato, la mucca si accascia al suolo, e alcuni degli operai accorrono con un muletto per spostarne il cadavere sul nastro trasportatore, ricondurlo all’interno della linea di produzione.

Ma esiste, e si verifica, anche un altro scenario. Quando l’animale non viene tramortito dal proiettile, ma il suo corpo, esausto, procede comunque lungo la linea. Viene agganciato per la zampa, sollevato in aria, scalcia e rotea su se stesso, nel disperato tentativo di liberarsi. Lo iugulatore dovrebbe, a questo punto, bloccare l’intera linea di produzione. Ma se non ci sono ispettori UDSA nelle vicinanze si va avanti. La gola viene recisa. Il taglio spesso è imperfetto, perché la mucca si agita, ed è facile venire colpiti e feriti. E così può accadere che l’animale prosegua lungo la linea, sempre vivo e cosciente. Passi il taglio della coda, il taglio della zampa posteriore destra, l’incisione dell’ano.

Gli operai lavorano su piattaforme rialzate, e non possono accorgersi di quel che accade. Solo chi è al suolo, in basso, e può guardare negli occhi l’animale, può coglierne la vitalità.

Ma per chi lavora altrove, sulle piattaforme, dal loro punto di osservazione, quello non è più un animale. Ma una carcassa.

Esistono linee di demarcazione ben precise, all’interno dei mattatoio, tra la vita e la morte. Linee al di qua delle quali l’animale è vivo, e al di là è e deve essere morto. Il punto di congiunzione tra queste due linee, laddove operano lo storditore e lo iugulatore, esso solo è percepito come il luogo in cui si uccide.

Su ottocento lavoratori coinvolti, solo pochissimi hanno contatto e vedono i vitelli e le mucche ancora in vita. O hanno un ruolo attivo nella loro uccisione. Nella separazione tra vita e morte, la maggior parte dei lavoratori del mattatoio lavorano su animali già morti. Inoltre, l’atto stesso dell’uccisione è diviso in più segmenti. Ed ognuno dei lavoratori che opera in ognuno di questi segmenti non vede cosa accade prima o cosa accade dopo.

Così come il mattatoio è precluso alla vista della società “al di fuori”, e il kill floor è separato ed isolato dal resto dello stabilimento, similmente l’uccisione stessa è segregata e dissimulata.