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Soylent Green

soylent green

Città di New York, 2022.

In un mondo devastato dall’effetto serra e dalla sovrapopolazione, l’unico cibo disponibile è il soylent green.

Ma quale è il segreto del soylent green?

Qui ed ora.

Nel suo libro “Un mondo a tavola”, uscito nel 2013, Filippo Schillaci così descrive quel che resta del mare:

“Immaginiamo la sua superficie come la superficie di uno speccio. E immaginiamo di attraversarla come la banbina di Lewis Carrol. Al di là on troveremo alcun paese delle meraviglie ma solo la perfetta immagine speculare del paesaggio desolato che ci siamo lasciati alle spalle sulla terraferma. […] All’agricoltura industriale e alla zootecnia sulla terraferma fa infatti da contraltare lo scriteriato dilagare della pesca industriale e dell’acquacoltura nei mari di tutto il mondo”.

Negli anni Cinquanta e Sessanta, con l’applicazione di tecnologie militari alle flotte di pescherecci, la pesca si è tramutata in un vera e propria guerra di devastazione e sterminio.

Al declino della popolazione di pesci nei mari e negli oceani ha fatto negli anni da contraltare una crescita esponenziale dell’acquacoltura, che è passata da un milione di tonnellate di pesce “prodotto” nel 1950 ai 52,5 milioni di tonnellate del 2008. Nel 2014 la produzione globale è arrivata a 73,8 milioni di tonnellate. Nell’ultimo rapporto FAO del 2016, intitolato “The State of World Fisheries and Aquacolture” si sottolinea come il consumo procapite di pesce sia arrivato, nel 2014 a 20 kg (negli anni Sessanta non raggiungeva i 10 kg), grazie proprio all’incremento dell’acquacoltura (che nel 2014 è arrivata a fornire circa il 44% del pesce consumato a livello mondiale), che ha permesso di incrementare la produzione, e quindi l’offerta. Un po’ come accaduto dopo la creazione del “pollo del domani”. Le logiche di mercato, la crescita di determinate industrie, la trasformazione dei metodi e mezzi di produzione, ha portato ad un cambiamento nelle pratiche di consumo, aumentando il consumo di derivati animali, e quindi lo sfruttamento di questi ultimi.

Acquacoltura significa pesci costretti a vivere ammassati gli uni sugli altri, in condizioni igieniche devastanti, con gravissime conseguenze per il loro benessere psicofisico. Significa giovanili spesso catturati in natura, con la conseguente strage di gamberi e pesci vittime delle catture accessorie. Significa pesca indiscriminata di animali da utilizzare come alimentazione, con la conseguente distruzione della catena alimentare per altri pesci, uccelli marini, cetacei. Significa distruzione dei fondali, inquinamento delle acque. Significa fughe di animali con conseguente diffusione di patologie tra le popolazioni di pesci selvatici, nonché la loro ibridazione. Significa inimmaginabili sofferenze per i pesci, dalla nascita fino alla loro macellazione.

L’acquacoltura non è altro che l’altra faccia, quella acquatica, della zootecnia intensiva.

E come accade tra gli animali terrestri confinati negli allevamenti, anche tra i pesci confinati nei grandi recinti degli allevamenti ittici stiamo assistendo al proliferare di patologie e virus.

In uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Viruses nel 2011, i virologi Mark Crane e Alex Hyatt tracciano un quadro impietoso di quel che implica l’acquacoltura.

L’alta densità di individui costretti in spazi inadeguati ed altamente inquinati, la loro condizione di perenne stress e sofferenza (fattori che abbassano le difese immunitarie in qualsiasi specie animale), la bassa qualità dell’alimentazione, sono tutti fattori che favoriscono il proliferare di patologie e il diffondersi di forme patogene virali, alcune già conosciute da decenni, altre di recente formazione.

I virus in continua espansione e trasformazione causano indicibili sofferenze ai pesci (necrosi del pancreas, delle cellule celebrali, del midollo spinale, setticemia emorragica, prolasso oculare, necrosi degli organi interni.

E causano anche notevoli perdite negli allevamenti. Per far fronte a questo, si sono sviluppati e si stanno sviluppando vaccini ed altri farmaci in grado di contenere la diffusione. Ovvero, si stanno utilizzando pesci nei laboratori di tutto il mondo come cavie per studiare la funzionalità di farmaci. Ovvero, si sta continuando a fare su di loro vivisezione. Per curare malattie causate dalla loro detenzione e dal loro ipersfruttamento alimentare.

Con la crescita prevista dalla FAO, ci saranno sempre più allevamenti sempre più grandi, che deterranno sempre più pesci sempre più malati ed imbottiti di farmaci. E questi costituiranno il soylent green del futuro.

Fonti:

Filippo Schillaci, Un Pianeta a Tavola, GEI, 2013

Jonathan Safran Foer, Eating Animals, Penguin Books, 2009

https://publications.csiro.au/rpr/download?pid=csiro:EP116173&dsid=DS2

http://www.fao.org/news/story/it/item/422927/icode/

http://www.fao.org/3/a-i5555e.pdf

http://www.corriere.it/ambiente/15_febbraio_18/pesca-pesce-acquacoltura-ittica-allevamenti-c803dd3c-b77c-11e4-bef5-103489912308.shtml

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Uomini o topi

Quando la ricerca su animali non è soltanto crudele, ma anche inutile.

 

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Riporto in italiano un recente articolo pubblicato sul sito di Caraeusa, associazione statunitense impegnata nello studio e promozione di metodi di ricerca alternativi all’utilizzo di animali non umani.

Di recente sono stati pubblicati gli ennesimi studi che sostengono e dimostrano come il modello murino sia fuorviante negli studi sui disordini di natura neurologica e sul diabete.

Un articolo pubblicato su Nature Neuroscience, ad esempio, esamina attentamente le differenze tra topo ed essere umano nella microglia, ovvero quelle cellule che formano il sistema immunitario del cervello, e che sembrano svolgere un ruolo fondamentale in molte funzioni cerebrali e disturbi neurologici.

Ricercatori olandesi e brasiliani, esaminando le espressioni geniche di queste cellule ottenute da campioni umani ed il loro processo di invecchiamento, hanno verificato che le similitudini con le cellule murine non superano l’uno per cento.

Tale risultato impatta non solo le ricerche sui processi di invecchiamento, ma anche su malattie neurodegenerative come Alzheimer e Parkinson.

Allo stesso risultato si è giunti, in maniera del tutto indipendente, analizzando le cellule prelevate da biopsie su bambini affetti da autismo presso l’università di Stanford.

Contemporaneamente, in Gran Bretagna e Svezia, ricercatori alle prese con protocolli inerenti a nuovi farmaci per la cura del diabete, si sono posti il quesito del perché tali farmaci diano in genere ottimi risultati sui topi e pessimi o nulli sugli esseri umani. Hanno quindi esaminato i recettori che controllano la funzione delle cellule predisposte alla produzione di insulina nelle due razze di topi generalmente utilizzati negli studi sul diabete. E la loro ricerca ha evidenziato macroscopiche differenze tra topi ed essere umani proprio nelle cellule beta del pancreas, responsabili della produzione e accumulo di insulina.

Il professor Stefan Amisten dell’università di Lund, Svezia, ha affermato: “Questo significa che un farmaco sviluppato appositamente per stimolare o inibire un particolare recettore al fine, nel modello murino, di incrementare la produzione di insulina, quando utilizzato sull’uomo, può non avere alcun effetto o, peggio, provocare sintomi simili a quelli del diabete stesso”.

Coautore della pubblicazione, il dottor Albert Salhei del King’s College of London, ha aggiunto: “Tutto questo è risaputo, ed è fonte di grande frustrazione sia per i ricercatori che per l’industria farmaceutica. E’ quindi corretto continuare a sviluppare farmaci basandosi su una ricerca condotta su topi, quando già sappiamo che tali farmaci non potranno essere utilizzati sull’uomo?”.

Sulla base di tali risultati, sarebbe ovvio abbandonare l’uso del modello murino almeno per questa branca di studi. Ma così non è. Ricercatori che hanno basato la propria carriera sulla sperimentazione animale continuano imperterriti su tale strada, sottolineando le similitudini tra uomo e topo, ma ignorando le differenze. Persino una banana condivide il 60% del proprio DNA con l’uomo, e questo fatto dovrebbe ancor più dimostrare l’insensatezza di estrapolare le proprie conclusioni scientifiche basandosi su dati isolati.

La scienza, si suppone, dovrebbe utilizzare metodi scientifici. Il che dovrebbe escludere il giustificare l’utilizzo di modelli animali basandosi su casuali ed isolate similitudini geniche senza però parimenti considerare le notevoli differenze.

Ma così evidentemente non è, e gli animali non umani continuano a soffrire e morire per esperimenti che, nel 90% dei casi, si risolvono in clamorosi fallimenti nello sviluppo di farmaci e terapie per gli umani.

Fonti

Articolo tradotto:

http://www.caareusa.org/scientists_discover_that_mice_and_humans_are_differenet

https://www.nature.com/articles/srep46600

Sulla microglia:

http://www.lescienze.it/news/2015/10/31/news/ascesa_microglia_cervello_sano_malato-2825953/

http://www.lescienze.it/news/2016/04/11/neE‘ ws/eliminazione_neuroni_morti_microglia_recettori_tam-3047519/

Sulle cellule Beta:

https://biologiawiki.it/wiki/cellule-beta-del-pancreas/

https://www.salute-e-benessere.org/salute/meccanismo-di-rilascio-dellinsulina-dopo-un-pasto/

Sul professor Stefan Amisten:

https://www.kcl.ac.uk/lsm/research/divisions/dns/about/people/Profiles/Dr-Stefan-Amisten.aspx

http://www.lunduniversity.lu.se/lucat/user/7cc7254a5c49bf7bbf2486f4d803bcd1

https://scholar.google.co.uk/citations?user=YbckHCYAAAAJ&hl=en

Sul professor Albert Salehi:

http://www.lunduniversity.lu.se/lucat/user/d44114a6841e0fbf2f3891df05b58511

https://lup.lub.lu.se/search/person/farm-sal

Numeri

Di recente ho condiviso un paio di notizie riguardanti il numero di animali “utilizzati” nella ricerca. La prima, pubblicata da Speaking of Research, riguardava l’aumento degli animali utilizzati nella ricerca in Spagna. La seconda il numero di animali uccisi nei laboratori anglosassoni. In entrambi i casi, veniva evidenziato un aumento delle vittime negli ultimi anni.

In entrambi i casi, mi è stato fatto notare che, sì, il numero è in crescita, ma è diminuito oggi rispetto a otto – dieci anni fa, segno che – dai e dai – la sensibilità è aumentata, e che le cose stanno, seppur lentamente, cambiando.

Sembra quasi che io, in qualche modo, goda a vedere solo il negativo, e a disconoscere le vittorie ottenute dal movimento animalista (quindi a masochisticamente e acriticamente disconoscere i risultati ottenuti anche da quel che io ho fatto, e delle azioni a cui io ho partecipato). Quando invece stapperei bottiglie di Jack a profusione, se davvero fossimo in presenza di una seppur lenta, ma inesorabile marcia verso la fine di tanto orrore. E così sono andata a cercare i dati riguardanti i numeri oggettivi relativi alla sperimentazione animale a livello globale. A cercare le prove del mio ingiustificato pessimismo.

La sperimentazione animale, sebbene esistita fin dall’antichità, diviene prassi nella ricerca e nella formazione a partire dalla metà del XIX secolo. L’espansione delle industrie chimica e farmaceutica nel secondo dopoguerra ne aumenta a dismisura l’utilizzo ed il numero di vittime. Fino ad arrivare alla creazione di un complesso e ricchissimo sistema economico, che include laboratori, case farmaceutiche, istituti di ricerca, allevatori, trasportatori, fabbricanti di strumenti, gabbie, cibo. La ricerca con animali non si ferma a quella biomedica (il topo che salva la vita al bambino), ma riveste gli ambiti più disparati: la zootecnia, le prove di tossicità di sostanze chimiche, la cosmesi, l’industria bellica. La sperimentazione animale, quindi, negli ultimi decenni soprattutto, ha alle spalle una immensa forza economica. Che è in continua crescita, come dimostrano vari report reperibili in rete (1).

E torniamo ai numeri.

In un recente articolo pubblicato da Cruelty Free International si legge che:
– sono circa 115 milioni gli animali “utilizzati” nella ricerca ogni anno, a livello mondiale
– i paesi in cui la sperimentazione animale miete più vittime sono: Stati Uniti, Giappone, Cina, Australia, Francia, Canada, Gran Bretagna, Germania, Taiwan, Brasile
– il numero di esperimenti non è in diminuzione, ma in crescita in molti paesi (ad esempio in Cina), o sullo stesso livello di quello degli anni Ottanta e Novanta (Gran Bretagna)
E comunque i numeri e i dati, quando esistono, sono sempre sottostimati, in quanto in molti paesi non sono conteggiati certi animali (come ad esempio i piccoli roditori), ed in altri non esistono leggi che impongono ai laboratori di dare comunicazione in merito. (2)

Sono quindi andata a cercare le statistiche riguardanti questi paesi (considerando le statistiche generali europee per quanto riguarda Francia, Gran Bretagna e Germania: chi ha tempo e voglia può andare a sfogliare i dati della Commissione Europea per verificare i dati dei singoli paesi).

Stati Uniti

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Speaking of Research parrebbe dare buone notizie. Nel 2015 sarebbero stati utilizzati 767.622 animali, ben la metà rispetto al 1985. Ma il dato riguarda soltanto gli animali inclusi nel Animal Welfare Act, quindi restano fuori ratti, topi, pesci ed uccelli (per i quali gli autori stimano un numero che oscilla tra gli 11 milioni ed i 25 milioni). E sono gli stessi autori dell’articolo a sottolineare come la diminuzione nell’uso di determinati animali (ad esempio i cani) sembra sia andato di pari passo con il passaggio all’utilizzo di topi geneticamente modificati. Quindi la buona notizia parrebbe essere già meno buona. Se non è dato sapere quanti “altri” animali (quelli non conteggiati, ma che avrebbero sostituito gli animali, come i cani, il cui numero è diminuito) non possiamo con certezza affermare che negli Stati Uniti la strage sia effettivamente in diminuzione.

Presumibilmente, anche a detta dei pro-test di Speaking of Research, il numero non è diminuto. Si è piuttosto passati dall’utilizzo di animali “eticamente problematici” ad animali che non suscitano altrettanta empatia.

Giappone

In Giappone (ovvero il secondo paese dopo gli Stati Uniti per portata del fenomeno) la sperimentazione non è regolata a livello nazionale. Gli organi di ricerca sono dotati di linee guida redatte “volontariamente”, ed anche i dati riguardanti il numero di animali utilizzati è redatto su base “volontaria” ogni tre anni, senza cioè un reale obbligo da parte degli sperimentatori di comunicarne la portata.

L’unico dato reperito risale al 2008, e parla di circa 11 milioni di animali utilizzati.

E, secondo uno studio del 2010, l’uso della sperimentazione animale sarebbe in continua crescita (3).

Ma non avendo trovato altri dati più recenti, non ho gli strumenti né per brindare per una diminuzione delle vittime, né per affermare il contrario.

Cina

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In Cina il settore della sperimentazione animale è in continua crescita negli ultimi 35 anni, di pari passo con la crescita economica e con l’apertura ai mercati occidentali. Nel 2006 gli animali utilizzati, secondo fonti ufficiali, furono circa 16 milioni. (3). Che sarebbero saliti a 20 milioni nel 2015. (4)

Quindi, negli ultimi dieci anni, il numero sarebbe crescito di ben 4 milioni.

Australia

In Australia sono stati, nel 2014, circa 7 milioni gli animali utilizzati. Molto meno che nel 2009, vero, ma in salita rispetto a dieci anni prima di circa 500 mila.

Europa

Nel 1996 gli animali utilizzati erano stati poco più di 11 milioni, 9.814.181 nel 1999, per risalire a 10.731.020 nel 2002, 12 milioni nel 2005, così come nel 2008 e poco meno di 11,5 milioni nel 2011 (ultimo dato reso pubblico), con una diminuzione, quindi, di circa 500.000 individui.

Canada

Secondo i dati del CCAC, nel 2014 gli animali utilizzati sono stati 3.500.000, 500.000 in più dell’anno precedente, e 200.000 in più del 2009, contro 1.952.000 del 1996. Quindi, purtroppo, in notevole crescita.

Taiwan

Nel 2005 da statistiche ufficiali sono stati 1.200.000.

Anche in questo caso, come in quello del Giappone, altri dati non sembrano essere reperibili.

Arrivati fin qui, se dovessi fare un triste e banale conteggio, mi troverei costretta ad affermare che – da quel che risulta, e considerando solo i paesi presi in considerazione, ci troviamo di fronte ad un aumento di circa 4 milioni di vittime. Dato che non tiene conto di gran parte dei “paesi emergenti” dove spesso il lavoro di ricerca viene dato in outsourcing, vuoi per i minori costi, vuoi per le regolamentazioni meno restrittive. (5)

Stiamo quindi parlando di almeno 4 milioni.

Che non sono numeri. Non sono freddi dati. Sono piccole Jill, candide Mab. Sono occhi e cuori e paura e solitudine e dolore. Sono quello che trapela dallo sguardo di questo beagle.

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Beagle che ci porta alla fine di questa lista.

Brasile

Fino al 2008 non esisteva nessuna legislazione che regolamentasse la sperimentazione animale. Esiste ora un Comitato Nazionale di Controllo, e nel 2014 il governo ha bandito la maggioranza dei test cosmetici. Manca però la pubblicazione dei dati sugli esperimenti e sul numero di animali ad essi sottoposti. Dalla letteratura reperibile in rete l’unico dato è quello riferito allo stato del Paranà nel 2006, quando vennero utilizzati 3.497.563 animali.(6)

Altro non ho trovato. E, arrivata a questo punto, mi fermo.

Arrivata a questo punto, ho davvero paura di dover ammettere che, per quanto si sia cercato di fare, pur con le meravigliose vittorie e le migliaia di animali sottratti allo sterminio (come quei 300 beagle e migliaia di roditori portati via dal laboratorio di Sao Roque, in Brasile, nell’ottobre del 2013, uno dei quali è quello della foto qui sopra), pur con i boicottaggi e le manifestazioni, la sperimentazione animale sembra non aver ceduto di un passo. Forse perché il Gigante da sconfiggere è ben più forte e potente. E non è “la vivisezione”. E’ il sistema che alla vivisezione da linfa e dalla vivisezione ottiene linfa e nutrimento. E quel gigante ha un nome.

Che sa di vetero polveroso antropocentrico marxismo. E posso capire che non piaccia a chi spera di riuscire davvero a vincere e convincere. Si chiama Capitalismo.

(1) http://www.businesswire.com/news/home/20140110005535/en/Research-Markets-Global-Mice-Model-Market-Analysis
Annamaria Bottini e Thomas Hartung, Food for Thought.. on the Economics, in http://altweb.jhsph.edu/altex/, 2009
http://www.navs.org/the-issues/the-animal-testing-and-experimentation-industry/

(2) http://lushprize.org/many-animals-used-experiments-around-world/
http://www.animalethics.org.uk/i-ch7-8-biomedical-animals.html

(3) Qi Kong e Chuan Qin, Laboratory Animal Science in China: Current Status and Potential for the Adoption of Three R Alternatives, ATLA, 38, 2010, pag. 53-69

(4) http://www.sciencemag.org/news/2016/03/china-finally-setting-guidelines-treating-lab-animals
http://www.frame.org.uk/legislation/legislation-asia/

(5) https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3215567/
http://www.nytimes.com/2006/11/27/business/worldbusiness/27iht-dogs.3681134.html

http://www.dailymail.co.uk/news/article-2515875/Outcry-UK-scientist-flies-Africa-experiments-monkeys-banned-here.html

(6) http://www.animalexperiments.info/resources/Studies/Animal-numbers/Brazil/Brazil-Silla-2010-ATLA-38-29-37.pdf
http://www.scielo.br/scielo.php?script=sci_arttext&pid=S0102-86502009000100015
http://www.fiocruz.br/omsambiental/media/ArtigoILARv5201eFilipecki.pdf
https://en.wikipedia.org/wiki/Animal_welfare_and_rights_in_Brazil

Bella notizia?

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Ma spiegatemi cosa avete da festeggiare per la notizia che la Marshall avrebbe messo in vendita il complesso di Montichiari, vuoto da anni.
Intanto, con la storia che oddio oddio se vincono al processo si riprendono i cani, centinaia di babbioni hanno versato allo stato 100 euro a cranio, ovvero il pizzo richiesto per avere la “proprietà” del cane. E dando pure addosso a chi, come la sottoscritta, aveva da obiettare (gli animali non sono cose, i soldi non li do a chi sostiene vivisettori e allevatori, la Marshall non andrà mai di casa in casa a chiedere indietro i beagle, ma soprattutto, per ovvi motivi, GREEN HILL NON RIAPRIRÀ).

E adesso? Adesso che avete pagato ma questi hanno detto che se ne vanno? Invece di dire “cazzo mi hanno fregato” festeggiate?

Secondo: vorrei ricordare che Marshall Farm ha allevamenti in America, Asia ed Europa, e che pochi mesi fa ha avuto l’ok dal governo inglese per ampliare l’allevamento di Hull. I cani che non verranno allevati a Montichiari lo saranno in Inghilterra. Con le stesse medesime metodologie. Ci potete scommettere. Quindi, il fatto che venda quei capannoni, cosa cambia? Solo che non saranno in Italia i cani che verranno fatti nascere per essere ammazzati, ma oltre confine.
Dulcis in fundo. Ma dopo tutto il casino creato con la campagna che ha portato alla chiusura di Green Hill, tra cortei, liberazioni, gente matta che si lega ai cancelli o sale sui tetti, chi è quel demente che penserebbe di rimettersi ad allevare beagle nello stesso medesimo luogo? Di certo non “Mr. Marshall”, che da decenni dimostra di essere un intelligentissimo, lungimirante, capacissimo uomo d’affari.
Quindi, davvero, spiegatemi cosa avete da festeggiare e dove sia la bella notizia.
Quei capannoni ora sarebbero in vendita. Pronti quindi per essere acquistati. E magari diventare un altro allevamento. Magari non di beagle, magari di topi o ratti.
E nulla cambia.

ETICA E ANIMALI GM

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La creazione di animali geneticamente modificati è una pratica che non riguarda soltanto la sperimentazione animale tout court, ma anche la zootecnia. Perché, no, la domanda di cibo di origine animale non sta affatto calando. Anzi, sta aumentando, soprattutto nei paesi cosiddetti emergenti. E per far fronte alla necessità di aumentare la produttività e massimizzare i profitti, si studiano e creano nuove macchine (animali). Un modus operandi e una concezione del cibo, del rapporto uomo-resto del mondo, che è stata alla base di Expo, e che sta creando l’ennesimo mostro dalle sue ceneri: lo Human Technopole.

Un articolo di Judith Benz-Schwarzburg, ricercatrice in etica e studi uomo-animale presso il Messerli Research Institute, Università di Medicina Veterinaria, Vienna, e Arianna Ferrari, codirettrice dei progetti di ricerca su processi di innovazione e impatto della tecnologia presso lo Institute for Technology Assessment and Systems Analysis (ITAS), Karlsruhe Institute of Technology, ripubblicato di recente su Slate.com.

La sperimentazione animale si sta evolvendo rapidamente in due direzioni.
La ricerca cognitiva, sul comportamento e sul benessere, insegna che molte specie animali hanno una complessa vita cognitiva ed emozionale, legata strettamente alle modalità di sperimentare ed esplorare il mondo circostante. Ad esempio, i maiali sono notevolmente intelligenti e sensibili. Hanno una memoria a lungo termine e sono sensibili alle emozioni dei propri simili. Sono in grado di utilizzare specchi per localizzare cibo nascosto da barriere e sono in grado di determinare se degli umani stanno prestando loro attenzione osservandone i movimenti del capo. Sottostimare queste capacità porta a gravi problemi. Se gli animali sono costretti a vivere in un ambiente angusto, privo  di qualsiasi stimolo cognitivo o sociale, che ne impedisce l’espressione dei comportamenti specie-specifici, essi inevitabilmente sperimenteranno gravi mancanze dal punto di vista del proprio benessere. La ricerca sul cognitivismo animale ci dovrebbe portare ad avere sempre maggiore empatia per le altre specie ed una maggiore attenzione verso i loro bisogni.

Parallelamente, le nuove tecnologie di ingegneria genetica hanno portato alla capacità di “disegnare” gli animali in modo da massimizzarne il valore economico come fonti di cibo. Si è ormai in grado di manipolare virtualmente ogni singolo gene di qualsiasi organismo vivente in maniera sempre più facile, economica e precisa.
Negli ultimi cinque anni tali tecnologie sono state utilizzate per modificare il profilo genetico di più di 300 maiali, capre, pecore e vitelli. Nel giugno 2015 un team di scienziati della Corea del Sud hanno annunciato la creazione di maiali “super muscolosi” attraverso la tecnologia di modifica genetica detta TALENs, acronimo di “transcription activator-like effector nucleases”. Mentre il dibattito sugli aspetti etici e sociali della modifica di genomi di embrioni umani e sementi sta avendo ampio spazio a livello politico, di pubblico e di media, non altrettanto sta accadendo per quanto riguarda la creazione di animali geneticamente modificati. Eppure l’ingegneria genetica su animali da reddito solleva complesse questioni etiche riguardo il benessere di tali animali, riguardo chi sono i beneficiari di tali modifiche, e riguardo i rapporti di forza uomo-animale. Questioni che fino ad ora sembrano essere state totalmente ignorate, ma che la nostra sempre maggiore coscienza della ricchezza e complessità cognitiva, sociale ed emozionale degli animali non può non portare prepotentemente in primo piano.

I gravi problemi legati al benessere iniziano con il processo di creazione degli animali geneticamente modificati. I donatori di sperma e ovuli, così come le madri surrogate, vengono normalmente uccisi se non riutilizzabili per altri scopi (come ad esempio altri esperimenti). Gli animali che presentano modifiche “indesiderate” o muoiono a causa dei gravi problemi di salute o vengono uccisi perché privi di valore economico o scientifico. Le modifiche genetiche causano altrettanti problemi: basso tasso di natalità, dimensioni anormali, che impediscono i movimenti naturali, deficit respiratori e cardiaci. Tornando ai maiali creati dagli scienziati coreani, le dimensioni dei piccoli alla nascita  ha portato a problemi durante i parti. soltanto 13 dei 32 nati sono sopravvissuti oltre l’ottavo mese, e soltanto uno di essi è vissuto oltre in condizioni di salute accettabili. Un dato estremamente allarmante, considerando che gli animali sono nati e vissuti all’interno del laboratorio, quindi sotto stretta osservazione medica e in ambiente controllato. Quindi in una situazione che dovrebbe garantire maggiori possibilità di sopravvivenza rispetto ad un allevamento.
Durante il processo di ingegneria genetica vengono poi creati molti più animali di quelli necessari alla sperimentazione. Ad esempio, in un articolo del 2016 pubblicato su Transenic Research da Wenfang Tan (dell’Università di Edimburgo), che prende in considerazione la letteratura pubblicata sul tema, si afferma che  da 23.216 embrioni di maiale, impiantati in 112 scrofe, hanno dato corso a 62 gravidanze e 237 maiali nati vivi. Di questi, 179 (ovvero il 76%) presentavano le modifiche volute. I ricercatori hanno considerato la percentuale dei nati vivi ed utilizzabili come un successo. Ma, se consideriamo il numero di embrioni utilizzati, le femmine sottoposte a gravidanza, e gli individui nati morti o con modifiche indesiderate, risulta chiaro come la valutazione dell’efficienza di tali procedure dipende da se e come vengono valutate le vite degli animali coinvolti in ogni stadio del processo.
Le gravi conseguenze sul benessere degli animali non terminano con il processo di creazione in laboratorio. I maiali, come molti altri animali utilizzati in zootecnia, hanno complesse abilità e bisogni sia sotto il punto di vista cognitivo che sociale. In quanto esseri senzienti, hanno quello che i biologi ed i veterinari chiamano “bisogni etologici”, ivi incluso il desiderio di esplorare il mondo circostante e intessere relazioni sociali con i propri simili. Ricerche sul benessere animale hanno dimostrate che se le scrofe non hanno la possibilità di costruire il proprio nido prima del parto, o viene loro impedito di soddisfare gli altri bisogni comportamentali, possono presentare comportamenti anormali quali il continuo mordere le sbarre, mordere la coda, movimento continuo del capo, masticazione a vuoto ininterrotta. Gli animali da allevamento soffrono di malattie, lesioni (spesso causate dall’eccessivo affollamento o dalla qualità della pavimentazione), ferite, il tutto causato dalla mancanza di spazio e di stimoli comportamentali, da malnutrizione, dallo stress causato da manipolazione da parte dei lavoratori, dalle condizioni di trasporto, dall’isolamento forzato e, infine, dai metodi di uccisione.

I maiali  coinvolti nell’esperimento coreano potranno anche essere pochi, ma è preoccupante il fatto che alcuni scienziati promuovano l’ingegneria genetica come strumento per incrementare e migliorare la produzione, indicando in essa una soluzione valida per assicurare la sempre maggiore quantità di cibo necessaria alla popolazione umana in continua crescita, limitando nel contempo il consumo di risorse necessarie all’industria zootecnica ed il suo impatto sui cambiamenti climatici.

Non vengono però presi in considerazione i costi etici; gli interessi economici coinvolti sono un potentissimo disincentivo alla considerazione dei gravissimi deficit di benessere e non solo causati agli animali geneticamente modificati.

La produzione zootecnica è causa primaria di inquinamento di acqua e suolo, e richiede vaste porzioni di territorio – si stima il 45% della superficie terrestre. Il consumo di carne è inoltre correlato a sempre più elevati problemi per la salute umana, dal cancro all’ischemia cardiaca, dall’arresto cardiocircolatorio al diabete mellito. Un rapporto redatto dall’UNEP (United Nations Enviroment Program) conclude che sia la salute umana che l’ambiente del pianeta trarrebbero notevoli benefici da un cambiamento radicale di dieta a livello mondiale.

Eppure la domanda di carne e latticini è in continua crescita in tutto il mondo, soprattutto nei paesi cosiddetti emergenti come Cina, India e Russia.

Aumentando la produttività, l’ingegneria genetica applicata alla zootecnia porta con sé conseguentemente una diminuzione dei prezzi, e quindi una maggiore richiesta da parte dei consumatori. Proprio come il costruire nuove strade e nuovi parcheggi non fa altro che aumentare il problema del traffico, anziché diminuirlo. Gli incentivi economici all’agroindustria, garantendo maggiore produttività a costi sempre più bassi, hanno portato e stanno portando alla modifica delle abitudini alimentari. Ma anche ad un sempre maggiore impatto sull’ecosistema e sui sistemi di produzione del cibo. E le biotecnologie non fanno altro che spingere nella stessa medesima direzione.

Ciò detto, è chiaro come ci sia una profonda ed irrisolta divisione tra quei ricercatori e quelle realtà che spingono per un sempre minore consumo di alimenti di origine animale, e dall’altra parte aziende e istituzioni che supportano lo sviluppo di biotecnologie nella produzione agroalimentare. La divisione è fondamentalmente di natura politica, e contemporaneamente etica e di valori. Non solo perché le biotecnologie hanno un impatto negativo sul benessere animale, ma anche perché esse impattano profondamente il modo in cui pensiamo agli e consideriamo gli animali, soffocando irrimediabilmente l’idea che essi siano esseri senzienti con un proprio intrinseco valore in quanto individui, e spingendoli sempre più in basso, verso lo status di meri prodotti il cui unico valore è quello commerciale di mercato.

Gli animali geneticamente modificati vengono “costruiti” con il solo scopo di servire al bisogno umano. Incuranti del fatto che essi soffrono ancora più dei loro simili non modificati a causa dei loro tratti fisiologici. Vengono visti come un “successo tecnologico” perché “ottimizzati” per la produzione (ad esempio aumentandone a dismisura la massa corporea). Ma chi si cura delle loro sofferenze?

LA GIUSTA STRADA

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Ieri, mentre stavo andando con Rosencratz e Guilderstern, le due topoline, dal veterinario, sono rimasta imbottigliata nel traffico, a Milano, in tangenziale, a due passi dallo svincolo per viale Certosa. Il cielo grigio, la pioggia battente, centinaia di auto. Ed un camion, trasporto animali vivi. Il camion mi ha affiancato, ed è restato lì, fermo. All’interno erano stipati non so quanti vitellini. Piccolissimi. Avranno avuto meno di un mese. Magri. I grandi occhi di velluto.

Tra centinaia di automobilisti nervosi, che avanzavano a scatti, loro se ne stavano lì dentro, a guardare quel mare di lamiera e pioggia e grigio attraverso le sbarre. Invisibili.

Così simili alle tre vitelline che ci sono state strappate lo scorso settembre a Suzzara. E che sono scomparse nel nulla. Seguendo il tragico destino delle loro madri e delle madri delle loro madri. O ai piccoli nati su quel camion diretto in Libano, fermati con le loro mamme, sequestrati, ad un passo dalla salvezza, e poi consegnati da un giudice ad un mercante di animali, e da questo rivenduti a chissà chi. Anch’essi spariti, risucchiati nel pozzo senza fondo di chissà quale allevamento o mattatoio.

E mentre Rosencratz e Guilderstern, così come BeagleJill, vivono lontane dallo stabulario in cui era destino che passassero la loro breve vita, milioni di loro simili continuano ad essere massacrati. Nuovi stabulari, allevamenti e laboratori costruiti.

E ci si sente impotenti.
E mentre miliardi e miliardi di occhi, tanti quante sono le stelle, ci guardano dal buio di allevamenti e macelli e zoo e circhi e laboratori, e camion come quello che mi era lì di fianco, sotto la pioggia, mentre ci si affanna e si lotta, nulla mi sembra che stia in realtà cambiando.
Alle urla di quel beagle, registrate ormai così tanti anni fa, fanno eco altrettante grida, incessantemente.

Cambiare tutto questo è più che necessario. E’ un imperativo. Categorico.

Ma a me sembra, che non sia quella percorsa fin qui la strada giusta.

Pensare che tutto cambierà perché continuiamo a cercare di convincere ogni singolo individuo a comprare latte di soia anziché latte vaccino non funziona.
Il consumo (e quindi la produzione) di prodotti di origine animale è in continua crescita.
I prodotti “alternativi” spesso non significano altro che introiti aggiuntivi per quelle aziende che da decenni ingrassano sulla pelle di mucche, polli, maiali.

Andare in televisione a mostrare le immagini terribili di quel che accade negli allevamenti e nei macelli non funziona.
Tutti si scandalizzano, ma ci sarà sempre qualcuno che dirà che bisogna fare sopralluoghi e accertamenti e far rispettare le regole per il benessere animale (e la salute umana). E il giorno dopo anche il più scandalizzato si sarà dimenticato di tutto. Come ci si dimentica dei morti in mare, dei profughi, delle guerre.

Io non ho la soluzione. Magari ce l’avessi.
Io non dico che quel che viene fatto sia inutile e superficiale (oddio, qualcosa sì che lo è).
Io dico che bisognerebbe fermarsi un attimo.
E pensare.
E trovarla, la giusta strada.

Fino ad allora, credo che me starò qui, buona, a guardare.
Perché a volte, non agire è preferibile all’agire a cazzo.

無爲

 

 

 

NON UN PASSO AVANTI

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E’ notizia recente che la Marshall ce l’ha fatta. Il governo inglese, passando sopra il volere di migliaia di persone che si erano espresse contrariamente e che per anni avevano manifestato il proprio dissenso (solo lo scorso 15 agosto centinaia di persone hanno marciato per far sentire il proprio dissenso contro la decisione del governo britannico di permettere l’ampliamento dell’allevamento di proprietà di B&K Universal – Marshall Bioresources), ha dato il nulla osta per la costruzione di una nuova Green Hill.

Laddove ora esistono gli stabulari ed i laboratori della B&K di Grimson, Yorshire, verranno costruiti altri capannoni. Al cui interno verranno allevati beagle da laboratorio. Esattamente come a Green Hill.

B&K, di proprietà della Marshall Bioresources, gestisce un allevamento nei pressi di Hull. Qui vengono già allevati cani, furetti e piccoli roditori. Qui venivano condotti i cani di Green Hill non adatti alla vendita, per essere usati come “produttori” di siero e sangue per l’industria farmaceutica.
Qui la Marshall ora potrà fare quel che a Montichiari non è riuscito: ampliare l’allevamento fino ad arrivare alla capacità di 2000 animali. Il permesso era stato negato per ben due volte dalle autorità locali.

Come già troppe volte in passato, è intervenuto il governo centrale a sostegno degli interessi economici degli sfruttatori. A nulla sono valse le almeno 200.000 firme raccolte in pochi giorni da Animal Justice Project.

Esattamente come a Green Hill, i cani, dalla nascita fino al momenti di essere spediti a morire nei laboratori, non vedranno mai la luce del sole, ne sentiranno il vento sul pelo.

Esattamente come a Green Hill, le fattrici verranno prosciugate a forza di parti e gravidanze. I riproduttori ammassati in stretti recinti. I cuccioli costretti a trattamenti aberranti per plasmarne la mente, e renderli docili strumenti nelle mani di coloro che ne compreranno il corpo e la vita.

E mentre qui della campagna che ha portato a chiudere quell’allevamento in cima alla collina sempre meno si ricordano, confondendo fatti e attori, dimenticando quel che c’è stato dietro, ed oltre, parlando di liberazione animale mentre firmano l’assegno per l’acquisto del loro cane (quei cento euro che – nell’improbabile evenienza che la Marshall vinca in Cassazione – verranno dati a coloro che stanno riaprendo Green Hill in Inghilterra; altrimenti verranno incamerati dallo stato italiano, ovvero a chi finanzia la vivisezione, da fondi agli allevatori, protegge circensi e cacciatori), ecco che Green Hill risorge dalle sue ceneri. Come un incubo che non se ne vuole andare.

Siamo prigionieri di un gigantesco meccanismo che garantisce sempre e comunque l’intoccabilita’ di tutto il sistema di sfruttamento e dominio animale (di tutti gli animali, bipedi implumi inclusi).

Non stiamo vincendo.
Non stiamo cambiando un bel niente.
Checché ne dicano i veganottimisti che si gasano per la maionese veg della Nestlé.