28 aprile 2012

interno capannone

Prologo

Era aprile.

La situazione era a un punto di stallo.

Da un giorno all’altro era attesa la decisione della XIV Commissione del Senato sull’ormai famoso emendamento all’articolo 14, il recepimento della direttiva europea1.

Ma le cose non stavano andando bene come avrebbero dovuto.

Oltre ai continui rinvii, la massiccia campagna portata avanti dai vivisettori e dalla lobby del farmaco lasciava intuire come i senatori si sarebbero probabilmente lasciati convincere dalla solita vecchia retorica del “sacrificare un topo per salvare tuo figlio”, finendo quindi per affossare anche quest’unica miglioria a una legge così deprecabile.

Si era a un passo dall’ottenere un minimo risultato, che sarebbe valso la libertà per almeno gli animali rinchiusi dentro Green Hill, e tutto era fermo, congelato, tutto dipendeva da un manipolo di senatori paralizzati dalla paura di scontrarsi con la forza milionaria delle case farmaceutiche, dalla timorosa quiescenza nei confronti dei camici bianchi ben inamidati, e ripuliti dalle macchie di sangue delle loro vittime, dei direttori dei centri di ricerca.

Il lancio della campagna “Altrimenti ci arrabbiamo” ebbe inizio con la pubblicazione dell’elenco dei senatori facenti parte della Commissione.

L’invito a scrivere loro, telefonare, chiedere che si pronunciassero una volta per tutte, e che si pronunciassero a favore dei cani chiusi sulla collina di Montichiari.

Il clamore suscitato dalla nostra azione di marzo, quando eravamo entrati all’alba oltre i cancelli di Green Hill, e serena, gab e paola si erano incatenati alle finestre e alla porta dell’ufficio, mentre claudio, calmo, lucido, aveva trovato lì, a portata di mano, una di quelle bolle di uscita che significavano per chi era lì indicato l’entrata in un incubo da cui non uscire mai più.

Gli striscioni ovunque per le strade d’Italia.

Le migliaia di mail, lettere e cartoline.

Le telefonate continue.

Questo insistente, persistente, incessante protestare da parte di così tante persone, lo vedevo e vedevamo bene, non aveva alcun peso di fronte a quello dei vivisettori.

La doccia fredda arrivò con la reazione, ai limiti del grottesco, della presidentessa della Commissione.

I senatori si sentirono minacciati, avevano paura, vivevano ormai in un clima di violenza e intimidazioni continue che impedivano loro di decidere con imparzialità e serenità.

Loro, al sicuro nelle loro belle case, avevano paura della voce della gente.

Mi chiedevo quale paura dovesse provare un cane nato dentro uno di quei capanni in cima alla collina, strappato alla mamma, caricato su un furgone, rinchiuso in uno stabulario, avanti a sé una vita di violenza e torture di cui non avrebbe mai compreso il motivo.

La presidentessa nella sua dichiarazione definì le proteste come atteggiamento fascista, la nostra lettera inviata per annullare l’incontro come farneticante.

E io continuavo a chiedermi come avrebbe definito la quotidiana violenza nei laboratori se, per un attimo, avesse potuto vederla con gli occhi di quel cane.

Ma quel cane era solo un cane.

Noi un gruppo di visionari.

Le tante persone che in quei mesi avevano dato voce agli animali dei laboratori solo persone, solo voci che bastava poco per non sentire più.

I primi di aprile la Commissione incontrò due rappresentanti dell’Istituto Superiore di Sanità: Monica Bettoni, direttore generale, e il noto vivisettore Rodolfo Lorenzini, direttore del Servizio Biologico e Gestione della Sperimentazione Animale, nonché la dottoressa Gaetana Ferri della Direzione Generale della Sanità Animale dei Farmaci Veterinari presso il Ministero della Salute.

Sembrava la fine di una speranza.

1In quei mesi era in discussione in Parlamento il recepimento in Italia della Direttiva Europea 2010/63/UE sulla sperimentazione animale. Il 1 febbraio 2012 la Camera dei Deputati, sulla spinta del clamore suscitato dal caso Green Hill e dal numero sempre crescente di cittadini (elettori) contrari alla vivisezione, aveva votato con grande maggioranza delle norme restrittive che, pur non essendo assolutamente rivoluzionarie, contenevano dei punti validi. Tra questi, il divieto di allevamento, su tutto il territorio nazionale, di cani, gatti e primati. In realtà, di allevamenti di primati e gatti non ne esistevano (e non ne esistono), e l’unico allevamento di cani era allora Green Hill. Ecco che il recepimento di una simile norma avrebbe significato, una volta per tutte, la chiusura dell’allevamento di Montichiari. Dopo la votazione alla Camera, l’emendamento passò per essere discusso alla XIV Commissione del Senato, che ha competenza sul recepimento degli atti legislativi emessi dalla Comunità Europea. E qui si arenò. Ritardando così di mesi e mesi la chiusura di Green Hill. Condannando a morte, in quei mesi, centinaia e centinaia di cani.

Ma quel martedì sera l’aria sapeva di primavera.

Nel cortile del canile guardavo le stelle, e ogni tanto un ratto che, baldanzoso, attraversava l’acciottolato in cerca di cibo.

Accanto a me cristina fumava una sigaretta in attesa che cominciasse la riunione, tesa.

Eravamo tutti tesi.

Guardavo le stelle, guardavo Lamù, cane beagle grassa e felice, annusare in giro scodinzolando.

Sentivo cristina sospirare.

Lo sapevo che pensava a quei cani che ululavano, là sulla collina, e che ora – nulla di più facile – saranno stati chiusi in qualche laboratorio.

Spero siano morti, lo spero tanto per loro” mi disse.

Prima che potessi dirle che invece il mio sogno era che fossero vivi, e di poter, come per magia, liberarli tutti e regalar loro la stessa beata vita di Lamù, perché lo sapevo che era quello che loro speravano per ogni secondo della loro terribile esistenza, ecco che arrivarono gli ultimi ritardatari, e si cominciò.

La questione all’ordine del giorno era spinosa.

Si trattava di decidere come comportarci di fronte allo scomodo corteo del 28 aprile.

Il doverci preoccupare non solo delle manovre dei vivisettori, ma anche di quelle di chi – teoricamente – avrebbe dovuto condividere i nostri stessi obiettivi, era veramente deprimente.

Il doversi confrontare con il fatto che Occupy Green Hill stava non solo annacquando il senso della nostra campagna, ma anche creando fratture insanabili al nostro interno, proprio nel momento in cui c’era bisogno di un’azione forte, capace di tenere testa a quel che stava succedendo a Roma, lo era altrettanto.

Di certo non mi era di nessuna consolazione sapere, ora, che il mio naso aveva ragione lo scorso inverno, quando così tanto mi preoccupavo di come si stavano evolvendo le cose.

E non dissi nulla.

Quella sera c’eravamo tutti.

Nervosi, guardinghi, ma c’eravamo più o meno tutti.

Il corteo si sarebbe fatto, sui social network se ne parlava da giorni, dovevamo in qualche modo prendere posizione.

Ma, soprattutto, avevamo una priorità: far capire che la campagna “Altrimenti ci arrabbiamo” era degna del nome che portava.

E questo corteo, dando priorità alle cose che contano, non poteva che apparire sotto una luce ben diversa, come un’occasione irripetibile.

Ma non tutti erano d’accordo.

È vero, la nostra partecipazione avrebbe sollevato critiche come tsunami da parte di chi vedeva – e giustamente – come fumo negli occhi il dar spazio a politici come la Brambilla.

Quando si arrivò alla votazione, e era evidente che il sì avesse la maggioranza, io e cristina ci guardammo negli occhi sorridendo.

Epilogo

E cosi’ eccoci qui, a meta’ del corteo, con uno striscione nero senza il nome del gruppo che a Montichiari questa battaglia l’ha iniziata, l’ha fatta crescere, e l’ha quasi vinta.

Il corteo di per se’ e’ un flop: la partecipazione e’ scarsa, il percorso troppo breve e completamente fuori dal centro abitato.

Dietro lo striscione nero un gruppo di persone, vestite di nero, gli sguardi torvi, il cuore a mille.

Fa caldo, e mi sono vestito troppo pesantemente.

Comincio a sudare.

Anche la notte scorsa ho sudato, mentre continuavo a rigirarmi nella cuccia che insisto a chiamare letto, prigioniero di un sogno strano.

Ho sognato sara che mi guardava sorridente e ripeteva le sue parole pronunciate durante la riunione.

Ho sognato cristina seduta sulla riva di un torrente che mi diceva: “Ecco, guarda, questa si chiama erba, e questa acqua”.

E io ero piccolo e la guardavo curioso e guardavo quelle cose che lei mi indicava.

Come se fossi appena arrivato da un altro pianeta, o appena uscito da una detenzione durata una vita.

Dopo una breve camminata arriviamo ai piedi della collina che conosciamo ormai cosi’ bene.

La testa del corteo, con gli organizzatori, prosegue senza neanche una pausa.

Il nostro brutto striscione invece no.

Ci giriamo e blocchiamo le persone che si trovano dietro di noi.

La strada da percorrere e’ un’altra.

Facciamo una deviazione, su per i campi!

Iniziamo a salire e dietro di noi si forma un serpentone di persone, giovani e meno, tutte con i loro cartelli e gli striscioni, tutte in fila, tutte dirette verso l’allevamento.

In alto il cordone di polizia si compatta.

Ma sono pochi.

Di certo non si aspettavano, oggi, durante questo corteo, nessun guaio.

Il fiume di persone continua a salire fino ad arrivare alle reti, oltre le quali si allineano le file di costruzioni.

Gli ululati dei cani li’ rinchiusi gelano il sangue.

Mentre la folla si accalca addosso al cordone di carabinieri e alla recinzione, alcuni provano a svicolare e raggiungere la parte posteriore dell’allevamento, che non sembra essere sorvegliata.

La folla preme e preme contro le reti, proprio di fronte al capanno numero uno.

Qualcuno si arrampica e riesce a passare dall’altra parte, rimanendo pero’ intrappolato all’interno.

La recinzione e’ fatta in modo che sia impossibile poi uscire.

Allora corriamo dalla parte opposta, oltre il cancello, la’ dove c’e’ il capanno dove sono le mamme con il loro piccoli.

La’ dove anche il mio sogno della scorsa notte mi ha portato.

La’ polizia o carabinieri non ce ne sono.

Sono tutti impegnati a tenere a bada chi ancora cerca di scavalcare, e continua a premere contro la rete (che a un certo punto cedera’).

Cosi’ tagliare la rete, aprire un varco, saltare oltre il filo spinato, entrare e uscire con uno, due, cinque, sei bambinetti dalle orecchie lunghe e i grandi occhi neri e’ questione di pochi minuti.

Quando passiamo il primo cucciolo oltre il filo spinato, cosi’ in alto da sembrare che quasi tocchi il cielo, c’e’ un boato assordante.

Tutti ci guardano.

Anche la polizia, anche la Digos, anche le guardie all’interno.

Siamo noi sotto gli occhi di tutti.

Le forze dell’ordine corrono verso di noi, lungo il corridoio del capanno.

Cercano di fermarci bloccando un piede a uno di noi.

Ma e’ troppo tardi, riusciamo a uscire tutti, un, due, tre, opla’…

Ci seguono dappertutto.

Per chilometri e chilometri, nei campi, lungo il fiume, per la strada.

Ma noi ce la facciamo.

Ci allontaniamo di corsa o in volo, con i piccoli tra le braccia, o nascosti negli zaini, oltre a quelli passati ad altri attivisti amici e portati al sicuro.

Mentre alle nostre spalle ci sara’ chi si accorgera’ del passaggio, e senza pensare ad altro se non a salvare almeno una vita, correra’ e rischiera’ l’arresto per donare la liberta’ quanti piu’ animali possibile, prima che la polizia decida di caricare e di fermarli.

E mentre corriamo per i campi, e assistiamo impotenti all’arrivo della polizia, al fermo di altre persone di gran cuore, a cui vengono strappati i cani dalle braccia per riportarli all’interno di quella galera, ripiombo nel sogno della notte prima.

D’improvviso. È bastata la voce

E’ bastata la voce della mia amica, che mi ricorda la sua predizione.

Mi volto verso la collina, mentre gli altri continuano a correre per i campi.

Il cielo e’ diventato quasi bianco.

Le reti sembrano sempre piu’ piccole, e tutti i capanni hanno finestre, aperte come occhi.

E da quegli occhi li vedo uscire.

Centinaia, migliaia.

Le orecchie svolazzanti, sembrano volare nell’aria tersa.

Eccoli, tutti i prigionieri, quelli di oggi, e tutti quelli di ieri, la’ dentro nati, e torturati, venduti, stuprati e violati negli anni.

Sono di nuovo tutti qui, insieme, e escono a frotte da quegli occhi spalancati.

Bambini, anziani, mamme con i piccoli in fila dietro di loro, maschi dallo sguardo fiero, famiglie intere, amici ritrovati, amori riuniti, tutti liberi.

Sono ore incredibili, mentre si cammina in fila indiana, attenti al passaggio di chicchessia, con il terrore di venir presi, non per noi, ma per quei piccolini che abbiamo appena strappato al loro destino, e che guardano il mondo con occhi spalancati e curiosi.

Il sole, il vento, l’odore dell’erba e l’acqua del torrente, tutte cose che i loro genitori, i loro fratelli, generazioni e generazioni di animali non hanno mai conosciuto.

Arrivati al punto in cui altri ci aspettano con le auto, ci allontaniamo di gran carriera da Montichiari.

Avanti una macchina civetta, pronta ad avvertire in caso ci fossero posti di blocco, e dietro l’auto con i cani e cinque di noi.

Evitando accuratamente l’autostrada e procedendo apparentemente a caso, con i cagnolini sulle ginocchia, che ora giocano, ora guardano fuori curiosi, ora cadono addormentati e stremati, viaggiamo per ore.

E intanto ci arrivano le notizie sempre piu’ sorprendenti di quel che e’ successo su quella collina, dei cani liberati, delle persone arrestate, e di quelle (tante) che invece hanno avuto modo di dileguarsi e salvare il prezioso carico che avevano con se’.

Il mio sogno, e la nostra predizione.

Il giorno piu’ bello della mia vita.

ragazza con cane

(liberamente tratto da “Fermare Green Hill”)

Citazione

Perché essere antispecista è così emozionalmente estenuante

via Perché essere antispecista è così emozionalmente estenuante

POTREI ESSERE IO (e voi dovreste solo vergognarvi)

POST INIZIALEQuesta mattina la mia amica Anna mi chiama arrabbiata per un appello che sta girando tra vari gruppi whatsapp di “volontari animalisti”.
Il post, che vedete qui a lato nella versione Facebook, riguarda una donna chiaramente indigente, malvestita, ferma ad una stazione con un cagnolino.
La mia amica mi riporta i commenti dei “volontari animalisti”, che spaziano dal “chiamate la polizia” a insulti e invettive contro “gli zingari”. Un coro unanime di gente che reclama a gran voce che il cane sia portato via, sequestrato.

Tempo mezza giornata e mi ritrovo lo stesso post su Facebook, proprio quello che vedete qui a lato.

Se leggete, chi ha dato inizio a questa mostruosa catena di sant’Antonio, scrive che il cane è ben tenuto, tosato, ma ahimé magro e “insieme a una zingara”. Si da per scontato, quindi, che sia stato rapito (qualcuno lo conosce o lo sta cercando, si chiede la volontaria animalista).

Sotto il post, si chiede di controllare, di vedere se ha microchip, e si deride chi esprime dubbi.

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Neanche il fatto che si appuri che il cane sta bene, sia ben tenuto, si cambia idea.

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Perché me la prendo tanto a cuore?

Perché quella signora, quella “clochard”, quella “zingara”, potrei essere io.

Cinque anni fa, quando (dopo anni di lavoro ben svolto e ben retribuito, lettere di elogi, aumenti e premi, contratti a tempo indeterminato ed avanzamenti di grado) ho perso il lavoro, sarei finita ben presto così.

Senza lavoro, senza nessuno, in poco tempo non sarei più stata in grado di pagare il mutuo della mia casa. Né di pagarmi un affitto. Sarei finita per strada. Io, Gatto che era già con me, e beagleJill, arrivata giusto il giorno del mio licenziamento.

Se non avessi avuto la fortuna di avere una famiglia, un aiuto, chi mi ha sostenuto e mantenuto, sarei quella signora.

E ci sarebbero persone che mandano la fotografia di me e di coloro che, non ostante tutto, continuano a dividere la mia vita, in giro per social network, arrogandosi il diritto di appellarmi con disprezzo, di insinuare che sia una sfruttatrice di animali, un mostro che rapisce i cani altrui.

Queste persone, di cui appositamente non ho cancellato i nomi, dovrebbero vergognarsi.

Ma so già che non lo faranno.

Continueranno a deridere e tacciare di buonismo chic chi mantiene una qualche empatia, di chi si rifiuta di ballare la loro dissonante canzone delle classi, delle razze, dei ricchi e dei poveri.

Quella signora potrei essere io, e voi, davvero, dovreste solo vergognarvi.

Ma so già che non lo farete, perché siete morti dentro.

 

 

L’appello di Dez

STELLA

Desireé è per me amica e compagna. Condivido con lei idee, sogni e incubi.
Ed Agripunk, il rifugio creato e gestito da lei e David, rappresenta per me, ad oggi, un caso unico, un laboratorio di quel che dovrebbe essere davvero l’antispecismo. Un esempio di quel che un rifugio antispecista dovrebbe essere: un luogo di libertà, di ospitalità, di dibattito, cultura, crescita, confronto.
Condivido la sua nota.
Ed invito a supportare il suo sogno, che è anche il mio.

E’ ancora attiva la nostra campagna di raccolta fondi #supportAgripunk su Gofundme
Con i soldi fin’ora raccolti siamo riusciti a:
  • saldare 6 mesi di affitto arretrato (mancano altri 6 mesi da dare entro novembre più l’affitto da novembre in poi);
  • pagare conti sospesi con i rivenditori di frutta e verdura per gli animali (il recupero al mercato da solo non basta);
  • passare indenni la siccità di questa estate che ha causato e sta causando l’abbassamento del livello di falda acquistando 4 cisterne da 15.000 metri cubi d’acqua e ripristinando nel frattempo il 3° pozzo acquistando una nuova pompa che porta acqua alla cisterna;
  • dobbiamo rifare magliette e gadget vari per i banchini di raccolta fondi;
Vi chiedo quindi di continuare a supportarci, anche con una piccola donazione, e di ricondividere questa mia nota di giugno.
Anche la sola condivisione fa molto e ricordo che l’aiuto nelle gestione dei social, le condivisioni, la creazione di gruppi di supporto, l’aiuto fisico anche solo per una settimana possono aiutarci tantissimo essendo rimasti ora in 2 belve umane ad abitare qui stabilmente.
Vi ringrazio sin d’ora per qualsiasi tipo di aiuto vogliate darci.
“Sono nata in un paesino di campagna in provincia di Venezia e ho studiato scultura all’istituto d’arte a Padova.
Fino all’inizio del 2013 facevo la restauratrice di affreschi, sculture di marmo e legno, stucchi e intonaci.
Un bel lavoro, mi piaceva davvero molto anche se non era proprio così leggero (si, anche un* vegan* può fare il muratore o quasi) e m’ha distrutto una spalla.
Fin da piccina ho conosciuto gli animali vivi e liberi nel loro ambiente, chiusi e sfruttati nei piccoli e medi allevamenti della zona, morti e appesi dopo essere stati cacciati.
Ho visto maiali sgozzati e fatti diventare salami, lepri scuoiate appese a sgocciolare dai fili per il bucato, mucche munte mentre vitelli bevevano latte ricostruito da un secchio, pesci appesi all’amo per essere lasciati a morire al sole
…ed era tutto normale.
Un giorno ha iniziato a darmi fastidio tutto questo e all’improvviso, nel 1995, tutto questo non fu più normale.
Decisi di colpo di smettere di mangiare carne e pesce, perché in mezz’ora di filmato vidi condensate tutte le violenze compiute nel nome del dominio, della mercificazione e dello sfruttamento.
Portai avanti la mia personale battaglia fino al natale del 2009 quando capii che ero incompleta, che stavo ancora sempre e comunque condannando qualcuno.
Smisi di mangiare anche latte, uova e derivati vari, di usare prodotti testati, di finanziare le multinazionali, di usare la pelle per vestirmi.
Iniziai ad usare i social (prima non avevo nemmeno il computer praticamente) e iniziai a conoscere persone che abitavano vicino a me e che erano vegetariane prima e vegani poi.
Mettemmo su un piccolo gruppetto locale e andavamo a fare volontariato in canile e banchini informativi.
Poi con un altro gruppo locale partecipai a tante iniziative e ho partecipato anche a campagne e cortei di altre associazioni, sindacati e coordinamenti dove ho conosciuto la maggior parte di voi.
Nel frattempo conobbi il mio compagno, David, che era stato vegetariano (ma deluso dalla mancanza di concetti antifascisti nell’animalismo) e che abitava accanto ad un allevamento di tacchini in un podere in Toscana che da tempo sognava di poter prendere e trasformare in qualcosa di diverso.
Iniziammo a discutere di antispecismo e smise di nuovo di mangiare animali e di contribuire al loro sfruttamento.
Nel 2013 sono stata messa in mobilità e poi licenziata così mi sono trasferita da lui ad Ambra, ed insieme abbiamo lavorato per oltre un anno per far chiudere l’allevamento, cosa accaduta a fine maggio del 2014.
Abbiamo cercato sostegno per non farlo riaprire e abbiamo creato qualcosa che fosse al suo esatto opposto: da luogo di prigionia a luogo di liberazione usando tutte le nostre forze e i nostri soldi.
Abbiamo faticato tantissimo ma alla fine abbiamo trovato il supporto per iniziare.
Ad aprile del 2015 abbiamo fondato la Agripunk onlus, la nostra associazione per la tutela di animali e ambiente, con lo statuto incentrato sulla conversione e rinascita di questo podere composto da 3 appartamenti, 2 case, vari fondi, i 7 capannoni dell’ex allevamento, 5 ettari coltivabili inclusi vigneti per fare il vino ed ulivi per fare l’olio, oltre ad altri 20 ettari di prati, boschi, sorgenti, torrenti e un lago dove poter lasciar pascolare liberi gli animali liberati e dove dare riparo dalla caccia a quelli selvatici.
Per un totale di 26 ettari ossia 260.000 metri quadri.
Il tutto dedicato a quegli animali e umani che riescono a liberarsi o essere liberati dallo sfruttamento e dall’uccisione.
Il tutto senza mai sfruttare o usare nessuno di loro, mai.
A novembre 2015 abbiamo stipulato un affitto a riscatto con i proprietari del podere, non con l’allevatore.
Agripunk così è diventato un rifugio per animali di ogni specie: polli e papere, maiali e conigli, pecore e capre, mucche e asinelli.
Attualmente vivono qui oltre un centinaio di animali e molti altri ancora potrebbero arrivare.
Ma non solo. E’ anche un laboratorio di autoproduzioni e creatività.
Abbiamo tantissimi progetti in cantiere: sala prove per le band, recupero tecnologia usata, recupero mobili, sciroppi e preparati con le erbe spontanee, organizziamo eventi informativi sulle lotte contro il dominio e contro ogni forma di sfruttamento animale, umano e non umano, facciamo recupero e riproduzione di semi e piante, vogliamo creare laboratori di artigianato e artistici insomma vogliamo creare tutta una serie di cose che ci permettano tra qualche anno di essere autosufficienti fino ad arrivare ad aiutare anche altre realtà e persone bisognose.
Siamo tutti volontari, non mettiamo mai un prezzo per fare un profitto, chiediamo un offerta libera per supportare il posto.
Da un pò di mesi parte di quel supporto iniziale è venuto meno nonostante la nostra continua disponibilità e siamo in difficoltà.
Tutto quello che è stato fatto fino ad ora non ha avuto il sostegno che meritava.
In pochi hanno compreso che le spese che affrontiamo per l’affitto le affronteremo comunque se gli animali fossero 10, 100 o 1000.
Dico 1000 perché questo è il potenziale di questo posto, tra grandi e piccoli animali, e se ognuno di coloro che ha a cuore la questione animale, l’antispecismo o anche solo se ognuno di coloro che hanno contribuito a salvare gli animali che già abitano qui ci supportasse con una quota minima mensile, ce la faremo in un attimo.
La nostra pagina è seguita da più di 6000 persone.
Un euro a testa sarebbero 6000 euro al mese ossia 2 mesi interi di affitto più altri fondi per pagare il cibo per gli animali, i materiali per i lavori, le attrezzature per iniziare tutte le attività che abbiamo in progetto (ad esempio una cucina a norma asl, impianto per serigrafia, un forno per il pane, altri pozzi per l’acqua, attrezzi per coltivare, materiale per recintare l’intero perimetro, ciò che serve per rifare i capannoni e trasformarli per bene in stalle, fienili, serre)
Il potenziale abitativo è per almeno 10 persone con le quali suddividersi i vari compiti.
E nel giro di un paio di anni si arriverebbe all’autosufficienza, con la possibilità di dare un tetto anche a chi ne ha realmente bisogno ma non ha nulla da dare, se non la propria buona volontà.
Ora siamo rimasti solo in 2 a vivere qui stabilmente insieme a volontari che stanno venendo ad aiutarci… ce la facciamo però iniziando al mattino presto ed andando a dormire a notte fonda.
Se avessimo qualcun altro che ci aiuta anche fisicamente costantemente sarebbe tutto più semplice sia la gestione quotidiana sia la realizzazione di tutti questi progetti.
Io sono la presidente di questa associazione ma poco importa.
Quello che davvero importa è questo.
Ho visto con i miei occhi cos’è un allevamento a terra. Ho guardato piangendo gli occhi lucidi dei tacchini che erano qui rinchiusi. Ho visto come arrivano gli animali dagli allevamenti e ho fatto tutto ciò che è in nostro potere per ridare loro la dignità che in quei luoghi perdono.
Insieme a David abbiamo lottato per far finire tutto questo e far iniziare qualcosa di unico. Abbiamo lottato con asl e istituzioni per cambiare le loro regole e non risultare “allevamento”. Abbiamo lottato per le mucche di Suzzara, per far segnare loro come animali non più sfruttabili e di conseguenza anche tutti coloro che entrano nel nostro rifugio. Abbiamo lottato per salvare Scilla. Abbiamo lottato anche per tanti altri, a volte riuscendoci e a volte no perchè e che cazzo siamo umani.
E vogliamo essere qui, ancora e sempre, per continuare a lottare ancora perché tante altre lotte sono in corso. Per altri che possono farcela ad essere liberati. E vogliamo esserci anche per dare disponibilità ad altri che vogliono lottare e che riescono a liberare. Siamo qui per questo e alcuni di voi lo sanno. Agli altri che non lo sanno voglio dire che se falliamo noi, fallite tutti. La nostra è una piccolissima vittoria ma che vuol dire molto.
Fallire significherebbe darla vinta ad Amadori, darla vinta all’industria della carne.
Perché alla fin fine lo sapete vero che se noi andiamo via da qui riapriranno un altro allevamento?
Magari rispettoso del “benessere animale” con i polletti che razzolano, ma che dopo 6 mesi finiscono comunque al macello.
E non servirà a nulla allora andare davanti a quel macello a dire che non è giusto tutto questo.
Ci esaltiamo tanto perché siamo sempre di più… ma dove siamo?
Cosa stiamo facendo?
Abbiamo l’opportunità di dare una risposta concreta al sistema e ce la lasciamo sfuggire in questo modo?
Non so voi, ma io non di certo.
Noi non di certo.
Faremo come sempre di tutto per rimanere qui a continuare il nostro presidio davvero permanente, reale e concreto.
Volete avere l’opportunità di poter dire che nel vostro paese esiste il rifugio per animali da reddito e per persone più grande, forse, d’Europa?
E allora aiutateci!
Siate al nostro fianco!
Perché sennò sarete costretti a dire, in futuro, che avevate l’opportunità di avere tutto questo e di esservelo lasciato sfuggire perché eravate troppo impegnati a inseguire un sondaggio, un burger vegano oppure perché vi stiamo antipatici.
Ma questa non è una questione personale… è una lotta, è una battaglia.
Ed è questo che serve ora!
E’ la lotta contro la mercificazione.
E’ la lotta contro lo sfruttamento.
E’ la lotta contro il sistema.
Dalla base, dall’allevamento.
Un posto “loro” che diventa nostro e non per grazia ricevuta.
Frutto sempre e solo della lotta.
Continua ed inesorabile.
Ora, vi unite a noi in questa lotta o rimanete a guardare l’ennesimo fallimento dell’antispecismo?.
Aiutateci, per favore, e partecipate alla raccolta fondi.
Fatelo per Coco, Tormenta, Tempesta, Bufera, Pablo, Lucy, le 3 maialine e i loro 5 cuccioli, per le capre di Anna, Anselmo, Capri, Mona, Wilma, Spawn, Kessler e Setter, per Ilario, Mela, Nuby, Tina, Naomi, Bruto, Gianduia, Spumina, Meringa, Faustina, Sole, per Antonio e Zefiro, per i Pinckerton e l’allegra banda dei polli, per Maria, Raia, Mistica, Ginevra, Isotta, Morgana, Diablo, Zena, Bisbe, per Columbine, Alaska, Xena e Olimpia, per Polzi, Io, Verdena, Stella, Scilla e Matilde, per il Tenente e tutte le creature volanti, striscianti, saltellanti che qui vivono e per tutte quelle che devono arrivare e che senza di noi non potranno vivere.”

Soylent Green

soylent green

Città di New York, 2022.

In un mondo devastato dall’effetto serra e dalla sovrapopolazione, l’unico cibo disponibile è il soylent green.

Ma quale è il segreto del soylent green?

Qui ed ora.

Nel suo libro “Un mondo a tavola”, uscito nel 2013, Filippo Schillaci così descrive quel che resta del mare:

“Immaginiamo la sua superficie come la superficie di uno speccio. E immaginiamo di attraversarla come la banbina di Lewis Carrol. Al di là on troveremo alcun paese delle meraviglie ma solo la perfetta immagine speculare del paesaggio desolato che ci siamo lasciati alle spalle sulla terraferma. […] All’agricoltura industriale e alla zootecnia sulla terraferma fa infatti da contraltare lo scriteriato dilagare della pesca industriale e dell’acquacoltura nei mari di tutto il mondo”.

Negli anni Cinquanta e Sessanta, con l’applicazione di tecnologie militari alle flotte di pescherecci, la pesca si è tramutata in un vera e propria guerra di devastazione e sterminio.

Al declino della popolazione di pesci nei mari e negli oceani ha fatto negli anni da contraltare una crescita esponenziale dell’acquacoltura, che è passata da un milione di tonnellate di pesce “prodotto” nel 1950 ai 52,5 milioni di tonnellate del 2008. Nel 2014 la produzione globale è arrivata a 73,8 milioni di tonnellate. Nell’ultimo rapporto FAO del 2016, intitolato “The State of World Fisheries and Aquacolture” si sottolinea come il consumo procapite di pesce sia arrivato, nel 2014 a 20 kg (negli anni Sessanta non raggiungeva i 10 kg), grazie proprio all’incremento dell’acquacoltura (che nel 2014 è arrivata a fornire circa il 44% del pesce consumato a livello mondiale), che ha permesso di incrementare la produzione, e quindi l’offerta. Un po’ come accaduto dopo la creazione del “pollo del domani”. Le logiche di mercato, la crescita di determinate industrie, la trasformazione dei metodi e mezzi di produzione, ha portato ad un cambiamento nelle pratiche di consumo, aumentando il consumo di derivati animali, e quindi lo sfruttamento di questi ultimi.

Acquacoltura significa pesci costretti a vivere ammassati gli uni sugli altri, in condizioni igieniche devastanti, con gravissime conseguenze per il loro benessere psicofisico. Significa giovanili spesso catturati in natura, con la conseguente strage di gamberi e pesci vittime delle catture accessorie. Significa pesca indiscriminata di animali da utilizzare come alimentazione, con la conseguente distruzione della catena alimentare per altri pesci, uccelli marini, cetacei. Significa distruzione dei fondali, inquinamento delle acque. Significa fughe di animali con conseguente diffusione di patologie tra le popolazioni di pesci selvatici, nonché la loro ibridazione. Significa inimmaginabili sofferenze per i pesci, dalla nascita fino alla loro macellazione.

L’acquacoltura non è altro che l’altra faccia, quella acquatica, della zootecnia intensiva.

E come accade tra gli animali terrestri confinati negli allevamenti, anche tra i pesci confinati nei grandi recinti degli allevamenti ittici stiamo assistendo al proliferare di patologie e virus.

In uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Viruses nel 2011, i virologi Mark Crane e Alex Hyatt tracciano un quadro impietoso di quel che implica l’acquacoltura.

L’alta densità di individui costretti in spazi inadeguati ed altamente inquinati, la loro condizione di perenne stress e sofferenza (fattori che abbassano le difese immunitarie in qualsiasi specie animale), la bassa qualità dell’alimentazione, sono tutti fattori che favoriscono il proliferare di patologie e il diffondersi di forme patogene virali, alcune già conosciute da decenni, altre di recente formazione.

I virus in continua espansione e trasformazione causano indicibili sofferenze ai pesci (necrosi del pancreas, delle cellule celebrali, del midollo spinale, setticemia emorragica, prolasso oculare, necrosi degli organi interni.

E causano anche notevoli perdite negli allevamenti. Per far fronte a questo, si sono sviluppati e si stanno sviluppando vaccini ed altri farmaci in grado di contenere la diffusione. Ovvero, si stanno utilizzando pesci nei laboratori di tutto il mondo come cavie per studiare la funzionalità di farmaci. Ovvero, si sta continuando a fare su di loro vivisezione. Per curare malattie causate dalla loro detenzione e dal loro ipersfruttamento alimentare.

Con la crescita prevista dalla FAO, ci saranno sempre più allevamenti sempre più grandi, che deterranno sempre più pesci sempre più malati ed imbottiti di farmaci. E questi costituiranno il soylent green del futuro.

Fonti:

Filippo Schillaci, Un Pianeta a Tavola, GEI, 2013

Jonathan Safran Foer, Eating Animals, Penguin Books, 2009

https://publications.csiro.au/rpr/download?pid=csiro:EP116173&dsid=DS2

http://www.fao.org/news/story/it/item/422927/icode/

http://www.fao.org/3/a-i5555e.pdf

http://www.corriere.it/ambiente/15_febbraio_18/pesca-pesce-acquacoltura-ittica-allevamenti-c803dd3c-b77c-11e4-bef5-103489912308.shtml

Chantek

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Il 17 agosto 2017 Chantek, l’orango che parlava il linguaggio degli umani, è deceduto per arresto cardiaco.

Era nato 39 anni fa, per l’esattezza il 17 dicembre 1977, presso il Yerkes National Primate Research Center ad Altanta, Georgia.

Il centro, fondato nel 1933, effettuava (ed effettua tutt’ora) studi su primati: trattamenti farmacologici, sviluppo di vaccini, studi congnitivi e comportamentali, trapianti di organi, sviluppo di animali transgenici (qui è stato creato il primo ceppo di macachi modificati geneticamente al fine di sviluppare il morbo di Huntington).

Qui, nel 1974, Frederick Wiseman girò un film che ha non poco contribuito a cambiarmi la vita: Primate.

Mi ci imbattei per caso un caldo pomeriggio estivo di tanti anni fa.

Con la sua narrazione piatta, oggettiva, scevra da coinvolgimenti, catapulta lo spettatore della realtà di un laboratorio di sperimentazione. Senza filtri, senza nulla nascondere. Wiseman non è un attivista per i diritti animali. Ma in questo documentario, come aveva già fatto con Titicut Follies del 1967, girato all’interno dell’istituto psichiatrico penitenziario Bridgewater State Hospital, denuncia l’alienazione, la violenza, la reificazione dei reclusi.

Chantek qui passa i suoi primi nove mesi, per poi essere trasferito presso l’università del Tennessee a Chattanooga, dove entra a far parte del progetto di studio diretto dall’antropologa Lyn Miles. Scopo del progetto è crescere Chantek come fosse un umano, a stretto contatto con esseri umani, imparando a parlare e comprendere il linguaggio umano. Creare un ponte tra due specie, tra due intelligenze e due diverse culture. Vezzeggiato e coccolato, alloggiato in un camper attrezzato per lui, divenne il beniamino del college, tanto da vedere la sua foto inclusa negli annali studenteschi.

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In pochi mesi imparò il linguaggio dei segni. Nei mesi e negli anni arricchì il suo vocabolario, inventando anche neologismi o utilizzando parafrasi per esprimere concetti ed idee. Dimostrò di avere antipatie e simpatie, di apprezzare la pittura, il gelato, i viaggi in macchina, ma anche dondolarsi dagli alberi ed arrampicarsi sulla recinzione posta intorno al suo camper.

Chantek passò nove anni al college, sotto la costante supervisione di Miles e dei suoi assistenti.

Nove anni durante i quali crebbe, passando dall’essere simulacro di un bambino all’esplicitare la sua vera natura: quella di un giovane orango desideroso di esperienze ed avventure.

Man mano che cresceva e diventava più forte, aumentava anche la preoccupazione della direzione del campus.

Alle tre del pomeriggio del 26 febbraio 1986 aggredisce una studentessa. In realtà, quel che Chantek fece fu arrivare all’improvviso alle sue spalle, spaventandola a morte.

Per questo, venne condannato a tornare a Yerkes.

Qui visse altri undici anni, confinato in una gabbia di cinque metri per cinque, in completo isolamento.

Quando la dottoressa Miles o la sua assistente andavano a visitarlo, Chantek esprimeva loro il suo dolore (“Mi fa male” “Dove?” “Ai sentimenti”), e chiedeva, invano, di essere riportato indietro, alla vita di prima (“Prendi le chiavi” “Apri” “Portami a casa”).

Fu soltanto nel 1997 che lo zoo di Atlanta accettò il suo trasferimento presso la sua struttura. Chantek passò quindi da una gabbia all’altra, certo, ma almeno poteva godere di un po’ più di spazio e di qualche albero e della compagnia di altri oranghi (che lui, vissuto tra gli umani, all’inizio chiamava “cani arancioni”).

E qui è morto.

L’orango che andò al college e che imparò a vivere tra gli umani.

La sua storia è raccontata in un documentario, dal titolo “L’orango che andò al college” e che potete visionare qui.

Fonti:

http://www.corriere.it/animali/17_agosto_08/addio-chantek-morto-l-orango-che-parlava-lingua-segni-9acb3fc4-7c0d-11e7-81a5-3e164bb23329.shtml

https://en.wikipedia.org/wiki/Yerkes_National_Primate_Research_Center

http://www.nytimes.com/1974/12/01/archives/fred-wisemans-primate-makes-monkeys-of-scientists-primate-dissects.html

http://www.bigwavetv.com/productions/chantek/

https://en.wikipedia.org/wiki/Chantek

 

Uomini o topi

Quando la ricerca su animali non è soltanto crudele, ma anche inutile.

 

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Riporto in italiano un recente articolo pubblicato sul sito di Caraeusa, associazione statunitense impegnata nello studio e promozione di metodi di ricerca alternativi all’utilizzo di animali non umani.

Di recente sono stati pubblicati gli ennesimi studi che sostengono e dimostrano come il modello murino sia fuorviante negli studi sui disordini di natura neurologica e sul diabete.

Un articolo pubblicato su Nature Neuroscience, ad esempio, esamina attentamente le differenze tra topo ed essere umano nella microglia, ovvero quelle cellule che formano il sistema immunitario del cervello, e che sembrano svolgere un ruolo fondamentale in molte funzioni cerebrali e disturbi neurologici.

Ricercatori olandesi e brasiliani, esaminando le espressioni geniche di queste cellule ottenute da campioni umani ed il loro processo di invecchiamento, hanno verificato che le similitudini con le cellule murine non superano l’uno per cento.

Tale risultato impatta non solo le ricerche sui processi di invecchiamento, ma anche su malattie neurodegenerative come Alzheimer e Parkinson.

Allo stesso risultato si è giunti, in maniera del tutto indipendente, analizzando le cellule prelevate da biopsie su bambini affetti da autismo presso l’università di Stanford.

Contemporaneamente, in Gran Bretagna e Svezia, ricercatori alle prese con protocolli inerenti a nuovi farmaci per la cura del diabete, si sono posti il quesito del perché tali farmaci diano in genere ottimi risultati sui topi e pessimi o nulli sugli esseri umani. Hanno quindi esaminato i recettori che controllano la funzione delle cellule predisposte alla produzione di insulina nelle due razze di topi generalmente utilizzati negli studi sul diabete. E la loro ricerca ha evidenziato macroscopiche differenze tra topi ed essere umani proprio nelle cellule beta del pancreas, responsabili della produzione e accumulo di insulina.

Il professor Stefan Amisten dell’università di Lund, Svezia, ha affermato: “Questo significa che un farmaco sviluppato appositamente per stimolare o inibire un particolare recettore al fine, nel modello murino, di incrementare la produzione di insulina, quando utilizzato sull’uomo, può non avere alcun effetto o, peggio, provocare sintomi simili a quelli del diabete stesso”.

Coautore della pubblicazione, il dottor Albert Salhei del King’s College of London, ha aggiunto: “Tutto questo è risaputo, ed è fonte di grande frustrazione sia per i ricercatori che per l’industria farmaceutica. E’ quindi corretto continuare a sviluppare farmaci basandosi su una ricerca condotta su topi, quando già sappiamo che tali farmaci non potranno essere utilizzati sull’uomo?”.

Sulla base di tali risultati, sarebbe ovvio abbandonare l’uso del modello murino almeno per questa branca di studi. Ma così non è. Ricercatori che hanno basato la propria carriera sulla sperimentazione animale continuano imperterriti su tale strada, sottolineando le similitudini tra uomo e topo, ma ignorando le differenze. Persino una banana condivide il 60% del proprio DNA con l’uomo, e questo fatto dovrebbe ancor più dimostrare l’insensatezza di estrapolare le proprie conclusioni scientifiche basandosi su dati isolati.

La scienza, si suppone, dovrebbe utilizzare metodi scientifici. Il che dovrebbe escludere il giustificare l’utilizzo di modelli animali basandosi su casuali ed isolate similitudini geniche senza però parimenti considerare le notevoli differenze.

Ma così evidentemente non è, e gli animali non umani continuano a soffrire e morire per esperimenti che, nel 90% dei casi, si risolvono in clamorosi fallimenti nello sviluppo di farmaci e terapie per gli umani.

Fonti

Articolo tradotto:

http://www.caareusa.org/scientists_discover_that_mice_and_humans_are_differenet

https://www.nature.com/articles/srep46600

Sulla microglia:

http://www.lescienze.it/news/2015/10/31/news/ascesa_microglia_cervello_sano_malato-2825953/

http://www.lescienze.it/news/2016/04/11/neE‘ ws/eliminazione_neuroni_morti_microglia_recettori_tam-3047519/

Sulle cellule Beta:

https://biologiawiki.it/wiki/cellule-beta-del-pancreas/

https://www.salute-e-benessere.org/salute/meccanismo-di-rilascio-dellinsulina-dopo-un-pasto/

Sul professor Stefan Amisten:

https://www.kcl.ac.uk/lsm/research/divisions/dns/about/people/Profiles/Dr-Stefan-Amisten.aspx

http://www.lunduniversity.lu.se/lucat/user/7cc7254a5c49bf7bbf2486f4d803bcd1

https://scholar.google.co.uk/citations?user=YbckHCYAAAAJ&hl=en

Sul professor Albert Salehi:

http://www.lunduniversity.lu.se/lucat/user/d44114a6841e0fbf2f3891df05b58511

https://lup.lub.lu.se/search/person/farm-sal